• DIBATTITO

Seguire è immedesimarsi

Ho imparato a seguire con intelligenza e amore l'autorità della Chiesa, mai prendendo le distanze ma senza rinunciare alla ragionevolezza. Tra i nuovi estimatori del Papa ci sono tanti che hanno divulgato un Magistero parallelo.

DIBATTITO: IL FUMO DI SATANA

Il fumo di Satana

Da tempo seguo con attenzione il dibattito sul pontificato di Francesco, e mi sono fatto un’ idea personale, che ho sviluppato ampiamente su CulturaCattolica.it. Amo il Papa, per l’educazione ricevuta da mio padre, Presidente diocesano di Azione Cattolica prima della II guerra mondiale, e per l’insegnamento costante di don Giussani, che ha fatto dell’unità visibile dei cristiani e del nesso con l’autorità della Chiesa il criterio decisivo per rendere presente la Chiesa stessa nell’ambiente. Ma proprio da questi miei maestri ho imparato a seguire con amore e intelligenza l’autorità della Chiesa, mai prendendo le distanze, ma senza mai rinunciare alla ragionevolezza. Seguire, mi è sempre stato detto, significa immedesimarsi.

Permettete un ricordo personale: quando ero in seminario, e il clima nei confronti di chi proveniva dall’esperienza di CL non era dei più positivi, ricordo che mio padre, accompagnandomi al treno per tornare in seminario, mi chiese di essere prudente, di non manifestare troppo la mia appartenenza… Ricordo la parole che ci siamo scambiati, confrontandoci con quello che lui aveva vissuto nei primi tempi della Azione Cattolica, e con le difficoltà e incomprensioni da lui vissute. E ricordo la conclusione, che lui accettò con cordiale condivisione: «Papà, per fare quello che tu mi chiedi, devo fare diversamente da quello che mi dici».

Non può esistere obbedienza senza amore. E bisogna che nella nostra cara e amata Chiesa si riprenda il buon costume di confrontarci, di ascoltarci, di correggerci, eventualmente.

Oggi mi pare che tra i nuovi estimatori di Papa Francesco si annoverino coloro che non hanno mai amato Paolo VI della Humanae Vitae, né Giovanni Paolo II, né, tanto meno, Benedetto XVI. Ho tante volte ricordato i firmatari della Lettera dei 63 (sessantatrè) cosiddetti teologi che hanno messo in discussione il magistero morale della Chiesa e la sua autorevolezza (e non dimentico che Famiglia Cristiana lo pubblicò, come non mi risulta che mai ci sia stata una abiura, un atto di pentimento. Anzi, molti sono ancora considerati autorevoli maestri nelle sacrestie e nei seminari, e non solo).

Ho partecipato a un convegno importante della CEI in cui uno dei relatori si faceva paladino delle tesi di Rahner (non ricordo francamente se anche di Küng), senza che questo sollecitasse i partecipanti - la maggior parte di loro, almeno - a un serio e critico dibattito. Ho scritto con sgomento riguardo alle affermazioni del vescovo Mogavero (e non solo sulla questione delle unioni omosessuali…). Mi risulta che autorevoli Istituti di Scienze religiose spaccino per dottrina accettata dalla Chiesa teorie in contrasto evidente col Magistero…

E sono solo alcune considerazioni.

Dall’altra parte mi accorgo che autorevoli pronunciamenti del Papa sono cancellati, non sono affatto divulgati (anche qui credo che solo su CulturaCattolica.it e La Nuova BQ abbiamo ricordato l’affermazione di Papa Francesco ai parlamentari francesi secondo cui, tra i loro compiti specifici, dovrebbe esserci anche quello di «abrogare le leggi ingiuste»).

Oggi i media trasformano quella parte dell’insegnamento e delle azioni di Papa Francesco, che dovrebbero fare parte del cammino pastorale particolare, come fosse un insegnamento universale, mentre tutto ciò che di autorevole viene detto o scritto viene semplicemente ignorato o messo da parte.

Questo a mio avviso apre la questione del compito di chi informa (che spesso non sa dare ragione dell’autentico insegnamento del Papa, accodandosi all’ovvia interpretazione laicista) e dei Pastori della Chiesa, che dovrebbero aiutarci a capire che il criterio di interpretazione del Papa sta nel Catechismo della Chiesa Cattolica. Ma, ahimè, pare che tale preoccupazione sia merce rara. E molti tra quelli che hanno sempre sulla bocca l’ultima parola di Papa Francesco sono coloro che non hanno mai fatto mistero della non considerazione del Catechismo, arrivando spesso ad affermare che la teologia non si fa con i documenti del Magistero. Quanti seminari in Italia hanno fatto del Catechismo della Chiesa cattolica lo strumento di formazione dei loro alunni?  Coloro che hanno prodotto da tempo il loro «magistero parallelo» in antitesi con quello autentico ora sembrano i paladini di un magistero che non è quello del Papa, pur spacciato come tale.

Due ultime osservazioni. Credo che sia compito di chi ama la Chiesa fare presenti domande, problemi e difficoltà alla autorità della Chiesa, senza sterili prese di distanza che sembrano dare ragione alla denuncia del relativismo fatta dal grande Benedetto XVI.

E – questo lo dico al mio amico Mario Palmaro – la correzione e la critica (come detto sopra, per me legittime, senza scomodare lo scontro tra Paolo e Pietro di apostolica memoria) hanno come luogo privilegiato il dialogo tra persone, e non la cattedra dei giornali.

*Responsabile di CulturaCattolica.it

P.S.: Quando ho studiato Sacra Scrittura in Seminario mi hanno spiegato che, per interpretare la Bibbia era indispensabile conoscere i generi letterari, che, in poche parole, voleva dire che ogni testo ha un grado di informazione differente, legato a tanti fattori: il contesto, l’intenzione, i destinatari, ecc…

Per questa ragione non hanno lo stesso valore dogmatico i testi che ci sono stati tramandati, e quindi si può, in qualche  modo, parlare di una gerarchia delle verità.

Credo che si possa applicare lo stesso criterio riguardo ai gesti e alle parole del Papa (Francesco, nel caso, ma anche Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI).

Così non si può dare lo stesso valore alla enciclica Lumen Fidei e alle omelie di Santa Marta, anche se, certamente per queste ultime, sarà più facile scegliere citazioni ad effetto per la delizia dei vari giornalisti (e di coloro che, nel mondo cattolico, intendono scegliere alcune affermazioni e alcuni gesti per confermare la propria personale posizione).

Così quanto è detto dentro un contesto dialogico, senza gravi preoccupazioni dogmatiche, ma col desiderio di trovare punti di confronto cogli interlocutori, in riferimento alle loro posizioni, sembra istituire un magistero autentico e difforme dalla tradizione, giungendo così a un «papato rivoluzionario» in evidente contrasto con i precedenti. Alla malora ogni «genere letterario»! Il valore della affermazione è stabilito dall’esegeta (giornalista o clericale di turno) e guai a chi pone domande o problematizza.

Così l’avere fatto il battesimo al figlio di una coppia non sposata sacramentalmente diventa l’invito a una prassi «misericordiosa» che si vuole universalmente accettata (per cui chi, come me, battezza questi figli, con accoglienza e rispetto dei genitori, ma senza celebrazione eucaristica) sembra condannato perché sarebbe senza misericordia, e non in sintonia col papa Francesco.

No, non è questo che, anche nei pronunciamenti ufficiali, ci sta chiedendo Papa Francesco! La collegialità su cui tanto insiste, si può vivere come lavoro reale di corresponsabilità, per cui la considerazione del «genere letterario» consente proprio a tutti di portare il proprio contributo alla edificazione comune.