• MEDIO ORIENTE

Se Soleimani diventa beniamino dei cattolici

L'uccisione a Baghdad del comandante militare iraniano Soleimani ha scatenato le reazioni anche di molti cattolici, alcuni dei quali ci hanno scritto criticando la nostra posizione sul caso. Ma nella foga si è passati alla "beatificazione" di Soleimani, quasi un redivivo defensor fidei. Nulla di più lontano dalla realtà.

La dura legge del film western – dove i buoni e i cattivi sono chiaramente distinti – pare che non valga soltanto al cinema, ma anche nel modo di guardare a ciò che accade nel mondo, soprattutto laddove c’è una guerra. A maggior ragione per quanto accade nel Medio Oriente. Lo vediamo nelle reazioni dei politici, che perlopiù fanno a gara per dimostrare la loro incompetenza e ignoranza; lo vediamo anche nelle reazioni di alcuni lettori agli articoli che noi abbiamo pubblicato sul caso Soleimani, probabilmente molto influenzati da alcuni siti cattolici che del complotto ebraico hanno ormai fatto una religione.

Così la più gentile delle accuse è quella di essere filo-americani e filo-sionisti, un lettore ci ricorda addirittura che in Medio Oriente «il peccato originale è Israele», e via di questo passo. Si tratta sicuramente di lettori che non seguono abitualmente la Bussola e soprattutto i numerosi articoli che da sempre dedichiamo al Medio Oriente, altrimenti non si scriverebbero giudizi tanto avventati. Chi ci segue sa che abbiamo sempre proposto analisi che cercano di spiegare la complessità della situazione e i tanti fattori in gioco con gli incastri degli interessi dei singoli paesi coinvolti, delle potenze regionali e delle potenze mondiali. A volte anche offrendo punti di vista diversi, come è legittimo che sia, visto che non ci sono in gioco verità di fede. E sempre con un occhio alla presenza delle comunità cristiane nella regione, che sono le prime a soffrire delle situazioni di guerra e instabilità. Basta fare una ricerca sul sito, anche consultando le pagine dei singoli collaboratori che si occupano della regione.

Lo abbiamo fatto anche nel caso Soleimani. Sintetizzando gli interventi “incriminati”: nel primo, Souad Sbai ha ricapitolato gli antefatti e lo scenario in cui è maturato il raid americano, perché come dovrebbe essere ovvio non si è trattato di un fulmine a ciel sereno. Si può essere più o meno d’accordo sulla decisione del presidente americano Donald Trump, ma è certo che essa non nasce dal nulla. C’è una guerra sporca che si sta combattendo in Iraq e del resto Soleimani non era a Baghdad per festeggiare il Capodanno; diversi sono gli attori coinvolti, tutti con i loro interessi nazionali, e voler dividere nettamente il campo dei buoni dal campo dei cattivi è operazione semplicistica e ideologica. Non a caso chi ci ha criticato non è stato in grado di smentire un solo passaggio della ricostruzione fatta dalla Sbai.

Inoltre, di fronte a questa decisione traumatica degli Stati Uniti ci siamo chiesti, prima di ogni altra considerazione, cosa dice la dottrina cattolica davanti all’uccisione selettiva di un leader nazionale. Lo ha spiegato Tommaso Scandroglio proponendo i criteri che al proposito soprattutto San Tommaso ha esplicitato. Dunque, come abbiamo titolato, l’uccisione di Soleimani è moralmente lecita se ricorrono alcune condizioni. Per l’applicazione concreta di questi criteri, lo stesso Scandroglio rimandava a specifiche analisi militari e politiche. Quindi nessun giudizio definitivo, ma neanche l’ipocrisia di chi si straccia le vesti per un’azione militare americana dopo essersi distratti per le centinaia di morti provocati in questi mesi da altri gruppi militari.

A questo proposito dobbiamo registrare anche un inquietante fenomeno che riguarda proprio i cattolici: pur di condannare gli Stati Uniti, molti si danno da fare per dipingere Soleimani non solo come un eroe e un patriota, ma addirittura come protettore dei cristiani in Iraq e Siria, una sorta di defensor fidei. Ci sarebbe da ridere se non fosse una cosa drammaticamente seria. Ripeto: si può legittimamente criticare l’azione degli Usa, ma beatificare Soleimani è un esercizio a dir poco imbarazzante.

Torneremo nei prossimi giorni sulla figura del leader iraniano, ma dobbiamo comunque ricordare che era il capo non dell’esercito regolare iraniano bensì delle Brigate Quds, ovvero la Guardia repubblicana incaricata delle missioni all’estero. E non si tratta certamente di missioni di pace, ma di azioni militari per estendere l’influenza di Teheran sui paesi del Medio Oriente e non solo, come l’articolo sull’America Latina ben ci spiega. E se ha grandi meriti nella guerra contro l’Isis, non è stato certo per dare la libertà ai popoli iracheno e siriano, bensì per affermare un’altra teocrazia. E negli ultimi mesi ha coordinato anche la repressione nelle diverse città irachene la cui popolazione da ottobre si era rivoltata contro la corruzione del governo: centinaia di morti, che evidentemente valgono nulla per certi cattolici. Al proposito è bene anche ricordare che tutte le confessioni cristiane avevano solidarizzato con i manifestanti. Cristiani iracheni da cui, non a caso, nessun rendimento di grazie è venuto in questi giorni per Soleimani. Peraltro basterebbe leggersi i rapporti annuali di Aiuto alla Chiesa che Soffre per capire quanto l’Iran tenga alla libertà religiosa, e quanto sia ridicolo considerare il regime di Teheran garante della libertà dei cristiani.

Piuttosto tra i cristiani c’è timore per l’escalation militare che può far esplodere tutto, come ha avvertito il patriarca dei caldei, il cardinale Louis Raphael Sako, nell’omelia dell’Epifania. Il rischio è di far diventare l’Iraq un campo di battaglia, ha detto, e per questo ha rivolto un appello alla calma e alla moderazione a tutti i leader mondiali. È dunque su quanto accadrà nei prossimi mesi che si potrà meglio valutare il valore del raid anti-Soleimani.