• SUICIDI E OMICIDI

Se è la Pma a provocare tragedie (ma non si vuol dire)

Si è tornato a parlare della donna che quasi un anno fa si era gettata nel Tevere con le due gemelline nate premature e disabili. Guai però a far notare che «l’azzardato intervento di procreazione medicalmente assistita», come lo definisce Il Corriere della Sera, è la causa reale di tutto quello che è accaduto.

La ricerca dei corpi nel Tevere

Quando lo scorso dicembre si era gettata nel Tevere con le due gemelline qualche tempo dopo essere rimasta in ospedale per quattro mesi a causa della loro prematurità, tutti avevano parlato di lei come di una donna fragile. Impaurita per la sorte di quelle piccole disabili e traumatizzata da un parto in cui una terza gemella era morta. E oggi, come allora, si ha il coraggio di riparlarne allo stesso modo. 

A farlo è Il Corriere della Sera (clicca qui) che mercoledì scorso ha intervistato Giovanni Vento, primario della Terapia intensiva neonatale del Policlinico Gemelli dove erano ricoverate le gemelline Sara e Benedetta. Vento ha affermato che «quando un bambino muore, esaminiamo subito l’intero percorso di cura per capire se abbiamo commesso un errore o sottovalutato una situazione critica. Gli psicologi e lo psichiatra non avevano individuato in quella donna segnali di rischio…». Ma pur sentendosi in colpa, il primario ha chiarito che «più di così per lei non avremmo potuto fare», anche se «questa storia dolorosissima ci ha insegnato che non basta, che dobbiamo fare e dare di più ai genitori dei neonati prematuri in termini di vicinanza e condivisione…Gli psicologi adesso sono integrati nella nostra equipe. È un punto fondamentale».

Guai però a far notare che «l’azzardato intervento di procreazione medicalmente assistita (avvenuto in una clinica)», come lo definisce sempre Il Corriere della Sera, è la causa reale di tutto quello che è accaduto. Eppure è così facile capire che, dopo aver provato ad avere figli senza successo, passare il tempo a cercare di rimanere incinta assumendo ormoni, producendo bimbi in laboratorio per poi farseli impiantare in utero, magari provandoci più volte e quindi perdendone molti (in media se ne perdono circa il 90 per cento), aggiungendo lutto a lutto, non è proprio indolore per una donna. Riuscire poi a coronare il proprio sogno per cui si è stati disposti a manipolare la natura e scoprire che in realtà si era trasformato nell’incubo (che Dio perdona sempre ma la natura mai) di una figlia morta e di altre due nate alla 25esima settimana fra i 600 e gli 800 grammi di peso, sopravvissute dopo mesi in terapia intensiva, non è proprio il massimo da sopportare per la psiche di una madre. Figurarsi poi lo shock di dover pensare anziché ai fiocchi rosa e alle feste con i parenti ad un ritorno a casa con una piccola nata cieca e l’altra con problemi deambulatori permanenti.

L’articolo de Il Corriere fa anche notare che la prematurità è un problema crescente, senza ovviamente dire perché, dato che la ragione sta proprio nell’aumento delle inseminazioni artificiali, che producono parti plurigemellari e che, a differenza delle gravidanze naturali, pongono i figli in grembo a donne che magari non sono nello stato fisico adeguato per ospitarli. A dirlo, oltre al comune buon senso, sono gli studi più ampi in merito (clicca qui). Fra tanti, quello della University’s Robinson Institute che ha preso in esame in 17 anni nell’Australia del Sud 300mila nascite, tra cui oltre 4.300 realizzate con la fecondazione assistita: «Rispetto ai concepimenti spontanei in coppia con nessun record di infertilità –  aveva spiegato Michael Davies, principale autore dello studio – i bambini provenienti da fecondazione assistita avevano quasi il doppio delle probabilità di nascere morti, più di due volte in più la probabilità di essere prematuri, quasi tre volte in più la probabilità di avere un basso peso alla nascita e due volte di più la probabilità di morire entro i primi 28 giorni dalla nascita».

E anche se qualcuno si ostina a negare il legame fra prematuri, rischi per il bambino e fecondazione in vitro, basta chiedere a qualsiasi ostetrica che opera nei reparti di maternità per averne la conferma. Ma forse è più semplice ignorare il fatto e sostenere che si sta facendo di tutto per mamme e bambini. Vento, che parla del neonato come di «un esserino speciale», precisa che grazie a quanto accaduto a Pina ora l’ospedale è dotato di un centro «aperto 24 ore su 24 con psicologi strutturati nel team anziché chiamati on demand». Si capisce, infatti, dall’intervista che il problema sarebbe stato il rifiuto di Pina di farsi seguire dagli psicologi (come se questi bastassero a mettere delle pezze su drammi come questi), mentre è chiaro che a limitare davvero i danni sarebbe solo il divieto della fecondazione assistita.

Fa male perché per rendere davvero onore a queste tre, anzi quattro, morti bisognerebbe parlarne guardando dritto in faccia a quello che hanno smascherato. Scoprendo che probabilmente non è che Pina era fragile (chi la conosceva parlava di lei come di «una donna premurosa, assennata…conosciuta da tutti per le sue qualità umane. Allo studio notarile dove lavorava la ricordano anche per la sua grande onestà e preparazione professionale»), ma che appunto il percorso folle a cui si era sottoposta, nell’ambiente della procreazione medicamente assistita che alimenta la pretesa di un figlio ad ogni costo, l’aveva segnata terribilmente. 

Ad ammetterne la gravità poco dopo la tragedia era stata Francesca Vasta, psicoterapeuta docente dell’Università Cattolica di Roma ed ex operatrice nella terapia sub intensiva neonatale del Gemelli (clicca qui): «Si tratta di una donna che aveva attraversato insieme al marito un percorso di procreazione assistita, non sappiamo a quanti cicli, vale a dire tentativi, si era voluta sottoporre, non sappiamo se c’erano stati aborti precedenti. Le ferite aperte con la diagnosi di infertilità hanno bisogno di un tempo personale di elaborazione, ma i percorsi e i tempi della Pma non sono pensati in sinergia con una possibile cicatrizzazione di esse, anzi spesso seguono una direttrice molto diversa».

«La disperata voglia di raggiungere il risultato può impedire di fermarsi e pensare veramente a ciò che sta accadendo. Certamente però sappiamo che questi percorsi sono profondamente stressanti e dolorosi, sappiamo che questa donna aveva avuto una gravidanza tri gemellare, una gravidanza per definizione a rischio, vissuta con il desiderio e la preoccupazione di chi ha fatto tanto per avere dei figli, cui ha fatto seguito l’ingresso nella terapia intensiva neonatale, l’incontro “con” la perdita di una figlia, la preoccupazione e la speranza per le altre due. L’uscita dall’ospedale con la paura e l’incertezza per il futuro deve essere stato troppo».

Dato che accorgendosi di cosa avevano generato le sue scelte «deve avere sentito su di sé un senso di insopportabile responsabilità», si è condannata da sola «senza possibilità di appello». E sebbene la responsabilità sia anche collettiva, data la legge favorevole e un sistema sanitario che incoraggia verso questi percorsi la donna che, dotata di un istinto materno profondissimo, è facilmente manipolabile.