• IL PAPA AL PAM

Sconfiggere la fame imparando la lezione della civiltà cristiana occidentale

La visita del Papa al Programma Alimentare Mondiale dell'ONU, con la sua esortazione a «non arrendersi alla fame», induce a riflettere sui motivi per cui 800 milioni di persone nel mondo non hanno cibo a sufficienza. Spesso si dimentica che il diritto al cibo è una conquista frutto del lavoro, di metodi di produzione, di tecnologie. E soprattutto di una cultura che attribuisca pari e supremo valore a ogni essere umano. Quello che è stato il cristianesimo per l'Occidente.


- IL PAPA AL PAM: "LA FAME SI PUO' VINCERE"

Fame

Non arrendersi alla fame. Non ammettere neanche per un momento che miseria e fame siano fenomeni “naturali”, insopprimibili, “frutto di un destino cieco di fronte al quale non possiamo fare nulla”. È stata questa l’esortazione di Papa Francesco in visita alla sede del Pam, il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite, che, con i suoi 11.500 funzionari, è la più grande organizzazione umanitaria del pianeta, capace di assistere una media di 100 milioni di persone in grave stato di malnutrizione sparse in 78 paesi. 

Il Pam è una delle agenzie dell’Onu nate per realizzare l’impegno solennemente assunto dall’umanità nel 1948, con la Dichiarazione universale dei diritti umani, di riconoscere e garantire a tutti gli uomini pari dignità, libertà, opportunità e diritti, senza distinzione alcuna. L’articolo 25 della Dichiarazione proclama: “Ogni individuo ha diritto a un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari”.

Tuttavia oggi quasi 800 milioni di persone ancora neanche mangiano a sufficienza. 

Per capire come mai bisogna tornare indietro a quell’anno, il 1948, che costituisce una pietra miliare nella storia dell’uomo, e ricordare che quelli enunciati allora, nella Dichiarazione universale, prima che diritti, sono state conquiste umane, economiche e sociali, materiali e morali; e inoltre che queste conquiste sono maturate nei secoli, essenzialmente per effetto di una religione, quella cristiana, e di un modo di produzione, quello industriale, di mercato, che insieme hanno forgiato il modello di civiltà noto come Occidente. 

Un tenore di vita che garantisca cibo a sufficienza, gli indumenti necessari, prevenzione e cure sanitarie, un’abitazione salubre e sicura, istruzione: non basta enunciarlo come diritto, servono tecnologie avanzate e, per raggiungerlo e per mantenerlo, individualmente e collettivamente, è necessario lavorare e produrre abbastanza; inoltre, perché vi accedano tutti, occorre che si attribuisca pari e supremo valore a ogni essere umano, in ogni fase della sua esistenza, eliminando ogni discriminazione, su qualunque base si fondi: sesso, età, appartenenza tribale, di classe, di casta... La forza della civiltà occidentale consiste, non lo si dirà mai abbastanza, anche nel fatto di ritenere che tutti debbano avere pari opportunità di contribuire al progresso materiale, intellettuale e morale dell’umanità e di goderne i frutti.    

La civiltà cristiana occidentale, fin dall’inizio, ha cercato di condividere con il resto dell’umanità le proprie conquiste e non ha mai smesso. Il Pam ne è una prova, ma tutto è incominciato molto prima: con i missionari, ad esempio, che hanno annunciato ovunque nel mondo la Buona novella e, nel farlo, hanno diffuso la dimostrazione tangibile dei benefici materiali e morali che derivano a chi la accoglie. 

I risultati sono stati straordinari, almeno finché si è creduto fermamente nel valore e nell’utilità del modello proposto: nella sua superiore capacità di far felice l’uomo e più giusta la società. Poi le critiche sempre più insistenti all’Occidente cristiano, al suo modello di società e di sviluppo, una crescente delusione e impazienza per la lentezza, la discontinuità e la fragilità dei risultati, unite all’enorme capacità dei paesi industrializzati di produrre risorse, hanno fatto propendere per gli aiuti umanitari, in sostanza per  l’assistenza a scapito di un impegno più saldo nel proporre cambiamenti strutturali e una progressiva adesione ai principi cardine su cui si fondano le società più prospere, libere e giuste.  

Il Pam e le altre organizzazioni umanitarie dimostrano il successo delle economie industriali, che rendono disponibili immensi surplus, e la loro intenzione di prendersi cura dei poveri. Ma solo attenuano i disagi e i rischi della povertà, non la eliminano; prolungano la vita di molti poveri nutrendoli, ma non sconfiggono la fame. 

Che fare allora? È suggestiva, commovente l’immagine evocata dal Pontefice di una Terra che “continua a darci i suoi frutti, a offrirci il meglio di se stessa” benche “maltrattata e sfruttata”, mentre “i volti affamati ci ricordano che abbiamo stravolto i suoi fini”. Ma sono il lavoro, l’ingegno e l’onestà a moltiplicare le risorse naturali e umane fino a farle bastare; e i volti affamati ci ricordano non che i fini della Terra sono stati stravolti, ma quelli di Dio che vuole gli uomini operosi, industriosi, altruisti e responsabili.  

In concreto, i paesi poveri patiscono un deficit non di ridistribuzione, ma di produzione e trasferimento di ricchezza. La Nigeria, ad esempio, da oltre mezzo secolo produce ed esporta petrolio. Ma la sua resta sostanzialmente una economia di rapina e sfruttamento: pochi i capitali del settore petrolifero destinati agli altri settori produttivi, insufficienti gli investimenti pubblici e privati. Così il paese dipende dai proventi del petrolio, e oltre il 60% della popolazione vive sotto la soglia di povertà. Gli aiuti internazionali riducono mortalità, malattie, indigenza, di più non possono fare.