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Scandali e dimissioni come routine: così si secolarizza il papato

Una delle principali finalità di Francesco era e rimane quella di secolarizzare il papato. Lo dimostrano due fatti recenti: le sue parole sulle dimissioni per motivi svariati già firmate e chissà dove custodite, una banalizzazione che dà del papato l'immagine di un posto di lavoro interinale. E la gestione dello scandalo Rupnik, che cancella le esigenze di giustizia solo grazie a interventi dall'alto. 
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Ecclesia 20_12_2022 English Español

Una delle principali finalità di Francesco era e rimane quella di secolarizzare il papato. Si tratta di ridurre il pontificato all’umanità di chi lo incarna in un dato momento. Riduzione inevitabile dopo la “svolta antropologica”. Anche dal papato bisogna togliere i merletti della nonna. Rientra in questo progetto anche la sua recente comunicazione circa le proprie dimissioni. Al quotidiano spagnolo ABC Francesco ha detto: “Ho già firmato le mie dimissioni. Era Tarcisio Bertone il Segretario di Stato. Le firmai e gli dissi: in caso di impedimento per motivi medici o che so, ecco le mie dimissioni. Ce le avete già. Non so a chi le abbia date il cardinal Bertone, ma gliele ho date io quando era il segretario di Stato”. 

La secolarizzazione del papato qui avviene prima di tutto tramite il contesto della comunicazione e la sua forma espositiva. Colpisce l’uso della parola “dimissioni” perché di solito la si adopera per un presidente di un consiglio di amministrazione, un ministro di un governo in difficoltà, un commissario tecnico di una squadra di calcio, un dipendente che ha trovato un altro posto di lavoro. Suona molto male la stessa parola a proposito del papa. Da padre o madre, marito o moglie non ci si dimette. Da poeta, musicista o educatore non ci si dimette. Da uomini non ci si dimette. Per suor Cristina, che ha lasciato il velo per salire sui palcoscenici, nessuno sui giornali ha usato la parola dimissioni. La stampa aveva parlato di dimissioni, invece, quando Di Pietro si era tolto la tonaca in aula per darsi alla vita politica. Se il papa parla delle proprie dimissioni, la gente finisce per collocarlo sullo stesso piano di Draghi dopo il voto di sfiducia in Parlamento. Dire di aver firmato le proprie dimissioni ha quindi un forte significato secolarizzante.

Poi c’è la non casuale noncuranza dell’annuncio, qualche parola buttata lì come cosa di scarsa importanza. Quanto si semina in fretta nelle fessure di una veloce intervista non assume agli occhi di chi legge una grande importanza. Diventa un dettaglio secondario. Nella sua dichiarazione Francesco ha posto le proprie dimissioni come cosa ovvia, un passaggio considerato ormai di routine. Dimettersi può diventare un’abitudine, una cosa scontata, e ci sarà piuttosto da stupirsi se, come San Giovanni Paolo II o Leone XIII, i papi resteranno al loro posto fino in fondo. La voluta banalizzazione della informazione è chiara anche per l’accenno al cardinale Bertone: “non so a chi le abbia date il cardinal Bertone …”. Come quando in casa si dice: “ma sì, da qualche parte sarà…, hai provato sotto il letto…?”. Significa che quella cosa è di scarsa importanza. E poi le motivazioni: “in caso di impedimento per motivi medici o che so…”. Una tale affermazione assomiglia a molte Dichiarazioni anticipate di trattamento per la fase finale della vita, con tutte le loro note ambiguità, perdipiù aggravate da un vacuo “… o che so …”.

La rinuncia del papa, come è noto, è prevista dal diritto canonico. Non è quindi questo il problema. Il percorso di fatto era stato aperto da Benedetto XVI nelle forme che conosciamo, con modalità ancora da approfondire e per motivazioni che rimangono misteriose. Certo è che con questa dichiarazione, Francesco, passando per quella porta, ha ridotto le “dimissioni” del papa a ben poca cosa. Un’espressione così banale e banalizzante presenta il papato come l’occupazione di un posto di lavoro interinale, come una assunzione con contratto a tempo determinato, un servizio funzionale che per qualche forma di invalidità operativa dell’impiegato richiede le sue dimissioni.

Questa nuova uscita di Francesco colpisce ma non stupisce. Da tempo si coglie dalle sue parole, dai suoi atteggiamenti la riduzione del pontificato ad umana quotidianità. Non ci riferiamo solo all’andare a piedi a comperarsi gli occhiali o a portarsi la borsa sull’aereo, ma anche alle aperte manifestazioni immediate del carattere, come per esempio stizzirsi in pubblico, rimproverare, minacciare, sconfessare, dire e poi ritirare, licenziare dall’oggi al domani, contraddirsi, sbagliarsi, colpire i nemici, degradare gli oppositori, promuovere i prossimi, commissariare a spron battuto, tenere le prime pagine, esprimere giudizi politici, concedere interviste imprudenti, non rispondere alle richieste di chiarimento, non definire né  precisare mai nulla. Anche tutto questo contribuisce a svestire il papato dei suoi panni regali.

A ben vedere, anche l’atteggiamento di Francesco nella vicenda Rupnik manifesta la medesima tendenza. Ci sono state contraddizioni, ritardi, mancanza di rispetto delle regole, tolleranze improprie, pressioni e condizionamenti. È emerso un sistema interno al Vaticano di protezione degli “amici”, che abbiamo già visto all’opera negli anni scorsi, soprattutto ma non solo nella vicenda McCarrick. Sembra che interventi dall’alto possano cancellare di fatto molte esigenze di giustizia e di diritto. Ed anche questo, infine, è una forma di secolarizzazione del papato.