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DEBITO

Sanzioni Ue all'Italia, perché paghiamo ancora i conti sballati di Conte

In Italia il rapporto deficit/Pil sfora di appena 0,1% e quindi in Ue continuano le misure di infrazione nei nostri confronti. Ma la colpa non è del governo Meloni, solo del perdurare degli effetti delle politiche di Conte, come il superbonus.

Politica 24_04_2026
Sanzioni Ue all'Italia, perché paghiamo ancora i conti sballati di Conte

L’Italia torna al centro del dibattito europeo dopo la conferma di un rapporto deficit/PIL intorno al 3,1%, un livello che mantiene il Paese nella procedura di infrazione dell’Unione europea. Il dato riaccende lo scontro politico interno e rilancia il confronto sulle cause strutturali dell’indebitamento, tra eredità delle politiche passate e criticità dell’attuale fase economica.

Secondo le valutazioni di Palazzo Chigi, i conti pubblici restano fortemente influenzati dalle misure espansive adottate nella precedente legislatura, in particolare durante il governo guidato da Giuseppe Conte. Al centro delle polemiche c’è il Superbonus 110%, nato per sostenere edilizia e riqualificazione energetica, ma ritenuto responsabile di un impatto significativo sulla spesa pubblica. Sommato al reddito di cittadinanza e agli altri bonus improduttivi di matrice grillina, esso ha definitivamente sfasciato i conti pubblici e le conseguenze nefaste dell’allegra gestione della cosa pubblica durante la gestione Conte le stiamo pagando ancora oggi.

L’ex premier respinge questa lettura e difende la misura, negando che sia la principale causa degli squilibri attuali e rivendicandone il ruolo nella fase emergenziale: «Ci ha messo una intera giornata per trovare uno straccio di giustificazione al fallimento economico del suo Governo», ha replicato alla Meloni.

Tuttavia le stime del Superbonus indicano un costo complessivo fino a circa 40 miliardi di euro, distribuito su più anni. Nonostante le modifiche e il ridimensionamento del meccanismo, lo Stato continua a sostenere gli impegni legati ai crediti fiscali e alle detrazioni già maturate, elemento che l’attuale esecutivo considera una pesante eredità.

Il governo guidato da Giorgia Meloni attribuisce la situazione attuale alle scelte del passato, ribadendo l’obiettivo di riportare ordine nei conti pubblici in un contesto segnato da inflazione, crescita debole e tensioni internazionali. La presidente del Consiglio ha espresso rammarico per il mancato rispetto della soglia europea: «Resta il rammarico per aver mancato di poco la soglia del 3%». Nel suo intervento ha indicato nel Superbonus una delle cause principali del permanere nella procedura europea: «La sciagurata misura del governo di sinistra del Conte II, al momento, impedisce all’Italia di uscire dalla procedura di infrazione». Eh già, perché l’Europa matrigna, per uno 0,1% ci mette sotto esame, dimenticando il proprio vuoto di governance su tanti fronti e la mancanza assoluta di iniziativa politica e di autorevolezza istituzionale dimostrata nello scenario internazionale degli ultimi anni.

Anche il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha sottolineato come gran parte della pressione sul bilancio italiano derivi da misure già attivate e difficilmente modificabili nel breve periodo, ribadendo la necessità di garantire la sostenibilità del debito. «Per quanto riguarda il 3-3,1% di cui si è molto discusso: come diceva Boscov, rigore è quando l’arbitro fischia. Quindi l’arbitro ha deciso il rigore, puoi essere d’accordo o no, ma queste sono le regole del gioco», ha commentato Giorgetti.

Di diverso avviso le opposizioni. Secondo loro, il peggioramento del rapporto debito/Pil sarebbe legato anche al rallentamento della crescita e al contesto internazionale, non solo alle politiche precedenti. Nel dibattito vengono spesso richiamati i dati Istat, utilizzati da entrambe le parti a sostegno delle rispettive posizioni. L’istituto, tuttavia, si limita a fotografare l’andamento economico senza esprimere valutazioni politiche, lasciando spazio a interpretazioni divergenti.

Il Superbonus resta così uno dei nodi più controversi della recente politica economica: da un lato accusato di aver generato effetti difficilmente sostenibili nel medio periodo, dall’altro difeso per il contributo alla ripresa post-pandemica e al rilancio degli investimenti. A livello europeo, il tema si inserisce nel quadro delle regole di bilancio dell’Unione. L’Italia continua a chiedere maggiore flessibilità, sostenendo la necessità di conciliare disciplina fiscale e sostegno alla crescita, soprattutto per gli investimenti strategici.

Il debito pubblico si conferma uno dei principali terreni di scontro politico. Da una parte il governo punta a correggere gli effetti delle scelte passate, dall’altra le opposizioni contestano questa ricostruzione, attribuendo le difficoltà anche a fattori esterni e alle politiche attuali.

Resta una realtà fatta di margini di manovra limitati e decisioni complesse. La sfida nei prossimi mesi sarà trovare un equilibrio tra stabilità finanziaria e crescita economica, in un contesto europeo che richiede rigore ma anche capacità di investimento. Il confronto politico è destinato a proseguire.

La verità è che i riflessi, tuttora imprevedibili, del burrascoso scenario internazionale che si sta determinando a causa dei molteplici conflitti, non dipendono più di tanto dalle scelte dei singoli governi. Il governo italiano sinora ha mostrato maggiore solidità rispetto agli esecutivi di altri Stati europei, ma la crescita economica dipenderà da tante variabili internazionali difficilmente controllabili. L’ipocrisia delle opposizioni, in particolare dei grillini, che dimenticano i disastri provocati dal loro populismo clientelare, sono la cartina al tornasole di una politica, quella italiana, troppo viziata da calcoli convenientistici e scarsamente illuminata da una visione di sistema Paese.