• SANTI E ANIMALI / IL CANE

San Rocco, il guaritore

Rocco di Montpellier percorreva la via Francigena diretto alla Città Eterna, guarendo i malati di peste. Il ritorno in patria fu segnato da traversie: la malattia (che contrasse lui stesso) e la prigione. Insieme al carisma di guaritore, è noto il suo amore per gli animali, specialmente per i cani, e così ci è tramandato dall'iconografia e dalla devozione universalmente diffusa.
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Montpellier, 1370. Il giovane si girò un’ultima volta per guardare il castello paterno: non lo avrebbe rivisto più, ne era certo. Si avvolse meglio nella mantella grigia, strinse il ramo che gli serviva da bastone e si incamminò a passo deciso, lasciandosi dietro il pacifico paesaggio provenzale.

Si lasciava dietro non solo il castello, ma i ricordi, la famiglia, i suoi primi vent’anni di vita. Era nato in una famiglia ricca: i genitori – padre francese, importante dignitario della città e madre longobarda – erano già avanti negli anni quando lui venne al mondo. Nacque con una voglia a forma di croce sul petto e i suoi si resero conto da subito che quel bambino era speciale.

Ma ora loro se ne erano andati e lui era orfano. Avrebbe potuto continuare l’opera del padre e governare la città, ma aveva preferito lasciare gli affari allo zio, poi aveva regalato ai poveri quanto possedeva ed era entrato nel terzo ordine francescano.

Gli piacevano quei frati pellegrini, gentili e amanti degli animali. Lui stesso aveva un cane che ora trotterellava di fianco a lui, fiducioso, come se sapesse dove stessero andando. Il ragazzo si fermò, pieno di affetto per il suo compagno di viaggio, si chinò e gli accarezzò la testa pelosa e calda dal sole primaverile. Ripresero a camminare, Roma era ancora lontana. Stiamo assistendo all’inizio del pellegrinaggio di San Rocco, che gli avrebbe cambiato la vita.

Era nato nel 1350, in piena Guerra dei Cento Anni, a Montpellier, grande città del sud della Francia, non lontana da Avignone, dove si era installato il papato da più di quarant’anni. Montpellier  era una Repubblica mercantile, cosmopolita e tollerante, colpita quell’anno dalla peste nera ed era famosa anche per la sua Università.

Aveva studiato dapprima dai Domenicani, per volontà del padre, che apprezzava quel nuovo ordine, nato agli albori del XII secolo e che si distingueva per l’erudizione e la cultura che impartiva agli allievi. Infatti Rocco aveva studiato la filosofia, la teologia e la medicina, dimostrando un vero talento per quest’ultima. “Carisma”, gli aveva detto il padre superiore: era un dono di Dio, che certe persone ricevevano solo per potere servire meglio il Signore. Ebbe modo di metterla in pratica abbastanza presto: percorrendo la via Francigena, giunse ad Acquapendente, a pochi giorni di cammino dalla Città Eterna, nel luglio del 1367. Vi soggiornò tre mesi perché lì imperversava la peste. Mise in pratica l'insegnamento medico che aveva ricevuto, associandolo ai segni della croce e ad un'invocazione sui sofferenti e ottenne rapidamente molte guarigioni.

Non era raro vederlo aggirarsi per le strade, avvolto nella mantella di pellegrino, con il bastone nodoso e il cane di fianco. Il suo carisma con i malati diventò un’evidenza. Riprese il cammino verso Roma, ma strada facendo apprese che a Cesena, che si trovava nella direzione opposta alla sua, imperversava l'epidemia. Andò lì, facendo ciò che Dio si aspettava da lui mentre andava in pellegrinaggio, e di nuovo ottenne guarigioni miracolose.

Giunse finalmente a Roma nei primi mesi del 1368, e si prese cura dei malati dell'Ospedale dello Spirito Santo, ordine fondato dal suo connazionale Guy de Montpellier. Un prelato, forse cardinale, guarito dalle sue cure o testimone di guarigioni miracolose (potrebbe essere Gaillard de Boisvert, allora reggente Pro Tempore della Sacra Penitenzieria) lo presentò a papa Urbano V (1310-1370), il quale gli diede l'indulgenza plenaria. (Rocco aveva senza dubbio visto a Montpellier questo papa di Avignone, che tentò di reinsediare il papato a Roma dal 1367 al 1370, quando venne a consacrare l'altare maggiore della chiesa del monastero di San Benedetto, futura cattedrale di San Pietro).

Rocco lasciò Roma nel 1370 per tornare in patria. Nel mese di luglio 1371 si trova a Piacenza, presso l'ospedale Nostra Signora di Betlemme, vicino alla chiesa di Sant’Anna, dove assiste, conforta e guarisce i malati.

Colpito dalla peste, si recò in un bosco, ai margini della città fortificata di Sarmato, per morire tranquillo. Anche il suo cane era morto da tempo. In questo luogo c’era una sorgente. Rocco vi si abbeverava e si lavava il corpo. Non aveva nulla da mangiare, stava seduto tutto il giorno in preghiera. Un pomeriggio, vide un cane e pensò che stesse delirando: era identico al suo e per un attimo pensò che fosse lui. Ma il cane era reale, si avvicinò e gli depose una pagnotta ai piedi. Rocco allungò la mano e accarezzò la testa del cane: ebbe una sensazione piacevole e la memoria del suo cane lo invase. Si rese conto di quanto gli mancasse. Il cane lo guardò di nuovo, poi se ne andò.  

Il padrone del cane era Gottardo Pallastrelli che sarebbe diventato il discepolo di Rocco. Sarebbe stato anche il primo biografo del santo e l'autore del suo unico e vero ritratto dal vivo, conservato a Piacenza, nella chiesa di Sant’Anna. Rocco recuperò la salute e tornò a Piacenza, tra gli appestati, dimostrando notevole coraggio e profonda carità.

Riprese il suo viaggio, ma le terre milanesi furono teatro di una guerra tra il duca di Milano Barnabé Visconti, suo fratello Galeazzo II e la lega formata da papa Urbano V, guidata da Amedeo VI di Savoia. Questo conflitto durò dal 1371 al 1375. Preso per una spia, Rocco fu arrestato a Broni e trasferito a Voghera da Beccaria, intendente militare dei Visconti.

La sua fama era già grande. Inoltre, grazie alla sua voglia a forma di croce sul petto, poteva essere identificato dallo zio, dal governatore della città o da uno dei suoi più stretti collaboratori. Ma, fedele al desiderio di anonimato di tutti i pellegrini, Rocco non rivelò la sua identità e ha chiesto di poter riprendere il suo cammino di umile servitore di Dio”. La sua richiesta è stata respinta ed è stato messo in prigione. La sua reclusione durò cinque anni. Secondo la tradizione, avrebbe rivelato la sua identità solo a un sacerdote, il giorno prima della sua morte, avvenuta martedì 16 agosto 1379 all'età di circa 30 anni.

Rocco fu sepolto con devozione a Voghera che, dal 1382, gli dedicò una festa. Un secolo dopo, le sue spoglie, conservate nella chiesa a lui ancora dedicata, furono trafugate, o furono oggetto di transazione, nel febbraio 1485 (escluse due piccole ossa di braccio), e trasportate a Venezia. A Montpellier, il suo nome si trova negli annali del Petit Thalamus in un documento intitolato “Cerimoniale dell'anno 1387” e negli atti municipali del 1440 e 1505.

La maggior parte del suo corpo è ancora a Venezia nella chiesa della Scuola Grande di San Rocco. Nel 1856 fu donata una tibia alla chiesa Saint-Paul di Montpellier, di cui rimane solo una cappella laterale, dietro il santuario di San Rocco, che oggi è depositario della reliquia e del suo bastone di pellegrino.

L’amore per gli animali, in particolare per i cani, è, insieme al carisma di guaritore, un’altra caratteristica di San Rocco: cosa comune a tutti i francescani. Un bellissimo quadro di Tomaso Piombioli (1579-1636), esposto al Muse Civico di Crema e del Cremasco, raffigura San Rocco con il suo fedele amico.

San Rocco è il patrono dei pellegrini e di molte confraternite o corporazioni: chirurghi, dermatologi, farmacisti, pellicciai, pellicciai, rigattieri, cardatori, ma anche protettore degli animali. Il suo culto, nato prima in Francia e in Italia, divenne molto popolare e si diffuse in tutto il mondo.
 

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