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LETTURE PER L’ESTATE / 3

San Pietro raccontato da un Benigni che non t'aspetti

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Rispetto ad altre occasioni in cui ha trattato temi cristiani, in Pietro. Un uomo nel vento, Roberto Benigni appare più misurato, più attento alla complessità del testo evangelico, più rispettoso della tradizione. E ci restituisce il san Pietro imperfetto sì, ma che dà tutto per seguire Gesù.

Cultura 20_07_2026
San Pietro in trono e storie della sua vita (Guido di Graziano, Pinacoteca di Siena, CC)

Da anni Roberto Benigni domina la scena televisiva della Rai con monologhi costruiti per catturare l’attenzione del grande pubblico: serate-evento calibrate con una maestria che trasforma temi complessi in spettacolo condiviso. Dai viaggi appassionati dentro la Commedia dantesca — quel Tutto Dante che ha riportato il poema nella conversazione quotidiana — alle celebrazioni della Costituzione italiana, fino alle incursioni nel territorio biblico, come I dieci comandamenti o il Cantico dei cantici, presentato al Festival di Sanremo del 2020, Benigni è diventato il volto di una divulgazione che non teme di portare sul palcoscenico testi fondativi della nostra cultura, con l’ambizione di renderli vivi, immediati, popolari. In questo percorso, la sua figura si è imposta come una sorta di mediatore poetico tra la tradizione e il pubblico televisivo, capace di far risuonare Dante, la Carta costituzionale o la Scrittura con un calore che sembra volerli restituire alla vita quotidiana.

Questa esposizione, tuttavia, non è stata priva di ombre. Accanto ai meriti — indiscutibili — di aver riportato al centro dell’interesse collettivo opere e questioni che raramente trovano spazio nel dibattito televisivo, non sono mancate critiche severe, soprattutto quando l’attore ha affrontato temi religiosi. Il caso più emblematico rimane quello del Cantico dei cantici, interpretato da Benigni come un poema erotico, privato della sua densità allegorica e spirituale, ridotto a una lettura profana che molti studiosi hanno giudicato fuorviante. Benigni si è spinto imprudentemente, con la consueta ironia, a parlare di un errore d’ingresso nel canone biblico, generando una polemica che ha lasciato un segno e che ancora oggi accompagna la sua immagine di divulgatore.

Proprio per questo la sorpresa nel leggere Pietro. Un uomo nel vento (Einaudi) è stata tanto inattesa quanto profonda. Il libro, che restituisce la serata-evento trasmessa sulla Rai, mostra un Benigni diverso: più misurato, più attento alla complessità del testo evangelico, più rispettoso della tradizione e della sua forza narrativa. L’attore si è lasciato guidare dall’emozione pura dell’incontro, restituendo l’entusiasmo e lo stupore di Pietro di fronte all’eccezionalità di Gesù — uno stupore che è anche il suo, e che appartiene a chiunque abbia incontrato la figura del Maestro. Al centro non c’è un tema, ma un uomo e un incontro: un pescatore della Galilea che è scelto da Gesù come pietra fondativa della Chiesa.

Benigni racconta Pietro attraverso il metodo dell’immedesimazione: entra nella sua storia, rivive l’incontro con Gesù e, nel farlo, sembra evocare la memoria del proprio incontro con il Maestro. Il Vangelo, infatti, è una parola viva, che accade ogni momento. Così il racconto di Benigni ha il sapore di una storia incredibile ed eccezionale, ma insieme credibile proprio per la miseria e la pochezza dei suoi protagonisti. Pietro non è un eroe impeccabile: è un uomo che assomiglia a ciascuno di noi, almeno in parte della sua vicenda.

Se qualcuno avesse voluto inventare una storia perfetta sugli apostoli, avrebbe nascosto le loro figuracce. I Vangeli, invece, le mostrano tutte, e Pietro è il campione delle cadute. È questo, paradossalmente, a renderlo credibile. È la cosiddetta teoria dell’imbarazzo, che gli storici applicano ai testi evangelici: chi inventa una storia la abbellisce, non mette in scena apostoli codardi, paurosi, fragili, incapaci di restare ai piedi della croce, con l’unica eccezione di Giovanni. Pietro è vero perché è imperfetto. Ci somiglia: «si arrabbia, agisce d’impulso, sbaglia, non capisce… piange, ride, si addormenta, soffre, gioisce… si lascia emozionare proprio come noi» (Benigni). E tuttavia rimane, continua a seguire Gesù anche quando non comprende. È fedele alla sequela.

Il Pietro di Benigni è un uomo che promette e non mantiene, che si addormenta quando dovrebbe vegliare — come nell’orto del Getsemani — che rinnega il Maestro tre volte e poi piange con una sincerità che disarma. È l’uomo che cammina sulle acque e subito dopo affonda nel dubbio: come un bambino che vede una cosa incredibile e la vuole anche lui, così Pietro tenta di imitare il Maestro e ci riesce, finché il dubbio non lo assale. Il libro segue Pietro nel suo viaggio più audace: quello che lo conduce a Roma, la «New York» del mondo antico, capitale dell’Impero e vertice del potere. Vi giunge senza conoscere il latino, come se oggi un muratore partisse per Manhattan senza sapere l’inglese, convinto di poter conquistare la città con una notizia che cambia la storia: Gesù è risorto. È questa fede assoluta, quasi ostinata, che Benigni mette al centro. Pietro non è uno stratega, non è un politico, non è un intellettuale: è un uomo che ha visto la vita vincere la morte e vuole dirlo a tutti.

Presentando Pietro, Benigni racconta anche il suo personale incontro con Gesù, colui che ha compiuto la vera rivoluzione del mondo: non c’è più schiavo né libero, né giudeo né gentile, né oppresso né potente, ma siamo tutti fratelli. Gesù ha dato la legge dell’amore incarnandola fino alla morte, arrivando a pronunciare la frase più sconvolgente mai detta sulla Terra: «Ama il tuo nemico». La Rivoluzione francese ha usato la ghigliottina contro i nemici e poi contro i suoi stessi capi; Gesù, all’Ultima Cena, intinge il boccone con il discepolo che lo ha già tradito. È un Dio che si lascia toccare, baciare, tradire dai suoi stessi amici, ma che non smette per questo di amare.

Dopo il triplice tradimento, una volta risorto, Gesù chiede a Pietro per tre volte se lo ami. L’unica cosa che conta non è la nostra debolezza, non il nostro tradimento, ma l’amore a Cristo pur nella nostra imperfezione. È proprio lui che Cristo sceglie come pietra su cui edificare la sua Chiesa. Perché? Quando gli attribuisce questo privilegio? Gesù chiede agli apostoli: «E voi chi dite che io sia?». Pietro risponde: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente!». Di fronte a questo riconoscimento, Gesù lo investe: «Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa. A te darò le chiavi del Regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Così il pescatore diventa custode delle chiavi del Paradiso, non per merito, ma per amore. Le parole di Gesù risuonano nel libro come una promessa che riguarda anche noi: la fede non è per i perfetti, ma per chi cade e si rialza, perché guarda e ama Lui, Gesù, il Signore della storia.

Il racconto si fa più intenso quando Benigni affronta il martirio sotto Nerone. Trent’anni più tardi – ricorda Benigni rifacendosi agli apocrifi Atti di Pietro – Pietro fugge dal carcere, fugge da Roma, fugge dal martirio. Sulla via Appia incontra Gesù e gli chiede dove vada. Gesù sta andando a Roma a farsi crocifiggere di nuovo. Allora Pietro comprende quanto abbia amato quell’uomo. L’amore aveva tenuto incollati i discepoli a Gesù per ascoltarlo, per proteggerlo dalla folla. Ora quell’amore gli chiede tutto. Perché l’amore vuole tutto. Pietro si volta e torna a Roma. Pietro sceglie di essere crocifisso a testa in giù, perché non si ritiene degno di imitare la postura del suo Maestro. È un gesto che racchiude tutta la sua storia: l’umiltà di chi sa di non essere all’altezza e la grandezza di chi ama fino alla fine. Pietro è un uomo che, proprio nella sua fragilità, è gigantesco. Il suo ultimo pensiero — immagina Benigni — sarà stato la risposta alla domanda di Gesù: «Pietro, mi ami tu?». «Sì, Signore, ti amo».

Benigni ci consegna un ritratto insieme biblico e contemporaneo, antico e attualissimo. Pietro non è solo il primo papa: è il simbolo di una fede che inciampa, si rialza, ama, sbaglia, ricomincia. È il santo che ci assomiglia. Ed è forse per questo che, dopo aver letto il libro, ci sembra di conoscerlo da sempre.