San Luigi Guanella

«È Dio che fa», ripeteva san Luigi Guanella (1842-1915), certo che dietro la sua instancabile opera verso malati, disabili, bambini e anziani abbandonati ci fosse la Divina Provvidenza. Inviso alle autorità laiciste, crebbe nell'esercizio della carità sotto la guida di don Bosco e, quando morì, Benedetto XV commentò: «È morto un santo»

«È Dio che fa», ripeteva san Luigi Guanella (1842-1915), certo che dietro la sua instancabile opera verso malati, disabili, bambini e anziani abbandonati ci fosse la Divina Provvidenza. Si occupava degli ultimi - di coloro che oggi, ancor più di allora, la cultura efficientista non sa riconoscere come dono - e li chiamava «buoni figli di Dio», paragonando l’operare invisibile del Padre eterno all’azione del sole che «manda la sua luce e il suo calore tanto al monte che al piano, allo scoglio come al mare, e guarda a tutti e nello stesso tempo rivolge i suoi raggi a te, come se non avesse a provvedere che a te solo». All’origine delle due congregazioni da lui fondate, i cui membri sono comunemente detti guanelliani, c’è la sua idea pedagogica di dare a tutti «Pane e Signore», per favorire lo sviluppo integrale della persona nutrendola nel corpo e ancor di più nell’anima.

Nono di 13 figli, i valori del sacrificio e del lavoro gli erano stati trasmessi in famiglia e nel contesto della Val San Giacomo, dove la fede cattolica era custodita gelosamente. A 12 anni andò a studiare a Como e successivamente entrò in seminario, dove conobbe il vescovo di Foggia, Bernardino Frascolla, che per un anno era stato rinchiuso nel castello e poi costretto a domiciliare nella città lariana per altri tre, a conferma dell’ostilità che l’Italia unitaria aveva manifestato da subito verso la Chiesa. Fu Frascolla a ordinarlo sacerdote nel 1866 e don Luigi svolse i primi nove anni di ministero in un paio di paesi alpini in provincia di Sondrio.

Poi chiese di poter andare a Torino da don Giovanni Bosco: trascorse tre anni con il “santo dei giovani”, che don Guanella chiamava «tenerissimo padre» e grazie al quale crebbe nello spirito di mortificazione e nell’esercizio della carità, di cui peraltro avevano già fatto esperienza i suoi primi parrocchiani. Ritornò in Lombardia con il sogno di fondare un istituto per ragazzi disagiati, ma anche lui sperimentò (e non era certo la prima volta nel suo ministero) l’avversione delle autorità laiciste che lo consideravano un prete sovversivo, «venuto in Valtellina dalla scuola di don Bosco con l’idea di popolare la valle di preti, frati e monache».

Dopo alcune vicissitudini fu mandato a Pianello del Lario, dove assunse la direzione dell’ospizio e con l’aiuto della beata Chiara Bosatta riorganizzò l’esistente comunità di orsoline: nacquero così le Figlie di Santa Maria della Provvidenza. L’opera si sviluppò rapidamente nei comuni vicini e all’estero, portando sollievo fisico e spirituale ai bisognosi. Sotto il pontificato di san Pio X, suo grande amico e sostenitore, don Luigi istituì formalmente anche il ramo maschile, i Servi della Carità. Nel 1915, assieme a don Orione, aiutò le popolazioni terremotate della Marsica; morì nello stesso anno, al termine di un’agonia durata un mese. In caritate Christi, furono le sue ultime parole. Appena seppe della morte, Benedetto XV commentò: «È morto un santo».

Patrono di: Guanelliani, Unitalsi

Per saperne di più:

Le Vie della Provvidenza, Saggio di ammonimenti famigliari e altri scritti

«Il parroco santo di Savogno, borgo nascosto», Il Timone, ottobre 2019