San Girolamo Emiliani (Miani)

Figura originalissima della Riforma cattolica, san Girolamo Emiliani (1486-1537) visse sempre da laico e quando il Signore lo chiamò a lavorare nella Sua vigna riunì attorno a sé laici e sacerdoti, coinvolgendoli nella sua opera di carità verso bambini, giovani e malati, di cui si prese cura nel corpo e nello spirito.

San Gerolamo, affresco sopra la fonte del santuario a lui dedicato

Per capire quanto Dio si servì di quest’uomo, che accolse la volontà divina in uno straordinario cammino di conversione, si può anzitutto ricordare che nel 1928 Pio XI lo proclamò “patrono universale degli orfani e della gioventù abbandonata”, riconoscendone i grandi meriti e l’importanza del metodo educativo. Figura originalissima della Riforma cattolica, san Girolamo Emiliani (1486-1537), il cui vero cognome è in realtà Miani, visse sempre da laico e quando il Signore lo chiamò a lavorare nella Sua vigna riunì attorno a sé laici e sacerdoti, coinvolgendoli nella sua opera di carità verso bambini, giovani e malati, di cui si prese cura nel corpo e nello spirito. E in questa attenzione verso il bene del prossimo dedicò tempo ed energie per difendere e trasmettere la dottrina della Chiesa, insidiata da Lutero e dagli altri esponenti del protestantesimo.

Ultimo di quattro figli, Girolamo nacque da una famiglia di patrizi veneziani e ad appena 10 anni visse un grave lutto: rimase orfano del padre, impiccatosi per motivi non chiari. A 23 anni intraprese la carriera militare partecipando alla guerra della Lega di Cambrai, un intricatissimo conflitto di portata europea, nato per fermare l’espansione di Venezia sulla terraferma e in cui le alleanze cambiarono più volte grazie all’abilità dei veneziani. Girolamo fu fatto prigioniero dai francesi a Quero (nel bellunese) nella stessa fortezza da lui difesa e legato alle mani, ai piedi e al collo. In queste durissime condizioni riscoprì la preghiera, fece un voto alla Madonna e il 27 settembre 1511, trascorso un mese di prigionia, avvenne la sua liberazione: nulla sappiamo sul come, ma si sa che il santo la attribuì sempre all’intervento personale della Beata Vergine.

Il conflitto finì solo cinque anni più tardi e Girolamo continuò a lungo ad agire come governatore di Quero, fino al ritorno a Venezia nel 1527. Intanto, la sua vita era iniziata a cambiare, grazie alla lettura assidua della Bibbia, la costanza nei Sacramenti e la guida spirituale di un sacerdote, che di lui disse: “La dedizione offerta fino allora agli affari della Repubblica, si orienta ora alla riforma dell’anima e ai desideri della patria celeste”. Conobbe e aiutò san Gaetano Thiene, che a Venezia aveva fatto costruire un Ospedale degli Incurabili, e Gian Pietro Carafa (il futuro Paolo IV), il quale divenne il suo confessore. L’incontro con i due fondatori dell’Ordine dei teatini fu fondamentale per la sua svolta definitiva verso la carità. Quando, nel 1528, l’Italia fu colpita dalla carestia e a Venezia si diffuse una terribile peste, Girolamo si dedicò anima e corpo a soccorrere i malati e di notte seppelliva i corpi abbandonati per le strade. Pur di aiutare il popolo, arrivò a vendere mobili, tappeti e vestiti.

Nel 1531 andò a vivere con trenta orfanelli, indossando un saio grezzo e rinunciando a tutti i suoi beni. Creò una scuola di arti e mestieri per insegnare una professione ai suoi ragazzi, che educava secondo un metodo pedagogico basato su tre pilastri: “Preghiera, carità e lavoro”. A quegli orfani insegnava la dottrina cattolica e con loro camminava per i villaggi dietro a un Crocifisso: i fanciulli più istruiti nelle verità di fede basilari le trasmettevano agli altri bambini, mentre Girolamo, che si era fatto comporre da un domenicano un catechismo con domande e risposte, formava il resto del popolo, per difenderlo dalla diffusione dell’eresia. Si prese cura inoltre delle “fanciulle pentite”, come chiamava le giovani ex prostitute che grazie a lui avevano scoperto il conforto di Cristo.

Amici e vescovi lo incoraggiarono a espandere la sua opera e così andò di città in città, tra Veneto e Lombardia. E qui, a Somasca, costituì nel 1534 la “Compagnia dei Servi dei Poveri di Cristo” che san Pio V, nel 1568, eleverà a ordine religioso con il nome di Chierici Regolari della Somasca, perciò detti padri somaschi. Lo stesso Girolamo aveva scritto, nella sua ultima lettera, quali dovevano essere le basi della comunità: carità, umiltà di cuore, sacrificio, mortificazione, obbedienza, preghiera e cura per la salvezza del peccatore. “Seguite la via del Crocifisso”, raccomandava. Contagiato da un’epidemia diffusasi a Somasca, prima dell’ultimo saluto volle lavare i piedi ai suoi orfani. Con lo sguardo alle gioie celesti che lo attendevano, in quell’agonia il santo mostrò una tale serenità che i testimoni diranno che sembrava avesse “il Paradiso in mano”. Ai collaboratori disse: “Vi gioverò di là, più che di qua”.

Patrono di: orfani, gioventù abbandonata

Per saperne di più:

Lettera di Giovanni Paolo II per il V centenario della nascita di san Girolamo Emiliani (11 gennaio 1986)