san Domenico di Guzmán

Oltre 150 anni dopo la morte terrena del fondatore dell’Ordine dei frati predicatori, san Domenico di Guzmán (1170-1221), la terziaria domenicana Caterina da Siena dettava nel suo inconfondibile volgare il Dialogo della Divina Provvidenza, ricco di altissimi elogi verso quel suo antico padre spirituale pronunciati direttamente da Dio Padre.

Oltre 150 anni dopo la morte terrena del fondatore dell’Ordine dei frati predicatori, san Domenico di Guzmán (1170-1221), la terziaria domenicana Caterina da Siena dettava nel suo inconfondibile volgare il Dialogo della Divina Provvidenza, ricco di altissimi elogi verso quel suo antico padre spirituale pronunciati direttamente da Dio Padre. «E se tu raguardi la navicella del padre tuo Domenico, dilecto mio figliuolo, egli l’ordinò con ordine perfecto, ché volse che attendessero solo a l’onore di Me e salute de l’anime col lume della scienzia», le disse il Creatore, aggiungendo poco dopo: «Egli prese l’officio del Verbo, unigenito mio Figliuolo. Drictamente nel mondo pareva uno apostolo: con tanta verità e lume seminava la parola mia, levando la tenebre e donando la luce. Egli fu uno lume, che io porsi al mondo col mezzo di Maria, messo nel corpo mistico della sancta Chiesa come stirpatore de l’eresie».

Domenico era nato da una famiglia benestante in un piccolo villaggio montano nella Vecchia Castiglia. Sua madre era la beata Giovanna d’Aza, che aveva scelto il nome del figlio in ringraziamento a san Domenico di Silos (†1073), dopo essere andata in pellegrinaggio a pregare sulla sua tomba per capire un sogno fatto in gravidanza: aveva sognato un cane venir fuori dal suo grembo con la torcia accesa e, grazie all’intercessione del santo, comprese che il figlio avrebbe incendiato il mondo con il fuoco di Gesù attraverso la predicazione. Da adolescente si recò a Palencia per studiare le arti liberali e la teologia, rivelando già un incredibile talento. Afflitto per le sofferenze causate da una carestia, non esitò a vendere le sue preziose pergamene in favore dei poveri: «Come posso studiare su pelli morte, mentre tanti miei fratelli muoiono di fame?», disse a chi non capiva quella scelta. Già allora ardeva d’amore per Gesù e Maria.

Venne ordinato sacerdote a 24 anni e nei primi tempi del suo ministero proseguì ad approfondire la Bibbia e gli scritti dei Padri, alternando studio e raccoglimento con Dio. Era come se camminasse nascosto sui sentieri della Provvidenza, in attesa dei frutti. Domenico aveva già 33 anni quando, nel 1203, accompagnò il suo vescovo in un viaggio diplomatico in Danimarca: passando dalla Francia meridionale constatò dal vivo la diffusione dell’eresia catara e rimase poi affascinato dall’entusiasmo dei cristiani nordeuropei, desiderosi di spingersi verso Est ad annunciare il Vangelo. Tre anni più tardi, al ritorno da un secondo viaggio in terra danese, si recò da papa Innocenzo III, che ne orientò lo zelo missionario verso la Linguadoca francese, appunto il maggiore feudo dei catari o albigesi. Questi, tra i tanti e pericolosi errori, usavano la povertà come leva di ribellione alla Chiesa e respingevano l’Incarnazione, negando le sofferenze di Gesù nella sua sacra umanità.

Il santo, autenticamente umile, si dedicò a innumerevoli dispute pubbliche e colloqui personali per convertire quanti erano caduti nell’eresia. Molti tornarono alla Chiesa, convinti dalla carità e sapienza di Domenico, che con il suo esempio di vita povera e semplice (incarnato da un’altra colonna di quegli anni, san Francesco d’Assisi) smontava in partenza la principale arma dei catari. Secondo quanto racconterà il beato Alano della Rupe, venne facilitato inoltre dalla diffusione del Rosario, «l’arma» che la Madonna gli aveva consegnato nel 1212 dopo che lui l’aveva pregata di dargli un mezzo per vincere gli albigesi senza violenza. Poiché intanto si erano riuniti attorno a Domenico altri religiosi, gli venne l’idea di fondare un nuovo ordine che fu prima approvato oralmente da Innocenzo III e poi, il 22 dicembre 1216, dal suo successore Onorio III: nacquero così i Frati predicatori, detti comunemente domenicani, che adottarono la Regola di Sant’Agostino accorpandovi delle Costituzioni proprie, basate sulla povertà mendicante e lo studio volto alla predicazione.

San Domenico insegnava ai suoi frati che «il nostro studio deve principalmente, con ardore, con ogni energia, mirare a renderci utili ai nostri fratelli», con il fine di salvare le anime. Premessa indispensabile è il tempo dedicato a Dio, perché «il frate predicatore attinge nella contemplazione ciò che poi dispensa nella predicazione», secondo l’insegnamento che un illustre domenicano, san Tommaso d’Aquino, racchiuderà nella massima Contemplari et contemplata aliis tradere, cioè «contemplare e trasmettere agli altri le cose contemplate». Inviati dal loro fondatore, che a sua volta viaggiava instancabilmente, i domenicani iniziarono a spargersi in Europa, specie nei maggiori centri universitari dell’epoca, come Parigi e Bologna. Fu proprio a Bologna che Domenico, vestito con un vecchio abito pieno di rattoppi e ormai stremato dalle fatiche apostoliche, rese a 51 anni (era il 6 agosto 1221) la sua anima al Padre celeste, circondato dai confratelli, che ne videro risplendere il volto.

Patrono di: astronomi, Repubblica Dominicana