• LA VISIONE ANTIFAMILIARE DELLA ONG

Salvate la famiglia (e le mense) da Save The Children

Il marx-leninismo, sconfitto in sede politica, sopravvive nella mentalità comune. Save The Children adesso fa le pulci all'Italia perché non investe sulle mense scolastiche. E' chiaro quale pericoloso rudere sia la famiglia agli occhi degli esperti della Ong, che non disdegna l'aborto. Il bambino ideale che si delinea in questo quadro è un militante molto impegnato.

Save the Children, la storica ong multinazionale con sede a Londra che per statuto salva i bambini (ma non disdegna di finanziare pure l’aborto), da qualche anno include anche l’Italia nel novero dei Paesi sottosviluppati che sono oggetto della sua attività. In particolare ha puntato la sua attenzione sul servizio di ristorazione scolastica nelle scuole primarie e secondarie di primo grado, cui dal 2014 dedica un rapporto annuale dal titolo “(Non) tutti a mensa”.

E’ di questi giorni l’uscita dell’edizione 2017 del rapporto, ripresa da buona parte dei giornali e dei telegiornali dando disciplinata eco al suo grido di dolore per il fatto che nel nostro Paese il 48 per cento degli alunni di tali scuole studierebbe in istituti privi del servizio di mensa. Secondo Save the Children, “La possibilità di avere accesso alla mensa scolastica contribuisce a garantire (…) il pieno godimento del diritto allo studio, del diritto alla salute e del diritto alla non discriminazione”. Perciò rimediare alla sua mancanza è sempre e comunque  urgente.

In effetti anche questo è un luogo comune che varrebbe la pena di rimettere in discussione, come d’altra parte sta già accadendo in altri Paesi europei a noi vicini. Non c’è dubbio che vi siano contesti sociali (per lo più nelle grandi aree urbane) dove la mensa scolastica è un utile servizio. Una cosa però è dire che la mensa può essere una risposta necessaria al bisogno di famiglie monoparentali o di famiglie dove entrambi i genitori lavorano lontano da casa e non possono contare (per esempio perché immigrati) sull’aiuto dei nonni, di altri parenti o anche di amici. Una cosa invece è sostenere che la mensa scolastica sia l’ideale cui ogni famiglia deve tendere, e che lo Stato deve garantire, se non imporre, in modo uniforme e alle medesime condizioni su tutto il territorio nazionale. Pretendere che la frequenza della mensa scolastica contribuisca a garantire il pieno godimento del diritto allo studio, il diritto alla salute e alla non discriminazione equivale a dire che pranzare in casa con i propri genitori e fratelli sia l’opposto.

Il criterio ispiratore di tale servizio, insomma, non è una questione secondaria. E’ tutto diverso se lo si intende come un aiuto a genitori che a mezzogiorno non possono offrire ai figli quella fondamentale esperienza educativa che è la commensalità; o se invece la si intende come uno strumento per sottrarre comunque alla famiglia tale momento e metterlo nelle mani dello Stato o di qualunque altra istituzione e dei suoi “esperti”.  La massima parte della gente in Italia non vive nelle aree metropolitane ma in centri con meno di 50 mila abitanti, dove le brevi distanze sono la regola e le relazioni parentali e di vicinato continuano ad essere diffuse. Stando così le cose, è giusto e saggio che siano i Comuni a decidere caso per caso se nelle scuole primarie e secondarie di primo grado occorre o meno offrire il servizio di mensa scolastica.

Nel rapporto di Save the Children non si esita poi a parlare della mensa come di uno “strumento di integrazione, educazione alimentare e inclusione”. Pensando alla realtà di tante mense scolastiche di tante scuole statali a leggere queste parole viene da ridere, o anche da piangere. Ad ogni modo sono a prima vista delle nobili parole. Se però si tiene conto che il pranzo alla mensa è alternativo al pranzo a casa diventa allora ancor più chiaro quale pericoloso rudere sia la famiglia agli occhi degli esperti di Save the Children: un luogo di disgregazione sociale dove si impara a infischiarsene del resto del mondo, e per di più si mangia male. Il bambino ideale che si delinea in questo quadro è un militante molto impegnato che quando torna a casa ordina a sua madre di cucinargli il piatti suggeritigli dal dietologo della sua mensa e subito dopo pranzo esce per tornare ai suoi impegni.

Nel rapporto di Save the Children, come in molti altri documenti simili, l’aggiramento della famiglia è infatti la regola. La soluzione di qualsiasi problema educativo viene direttamente demandata alle istituzioni e ai loro esperti, ossia al potere. La famiglia è solo un…produttore di materie prime, i bambini e le bambine; poi della loro educazione è meglio che si occupi il meno possibile. Può darsi, diciamo tanto per fare un esempio, che ci siano famiglie che hanno bisogno di educazione alimentare. Perché allora non proporre momenti di educazione alimentare rivolti ai genitori invece di sognare la trasformazione del bambino in un piccolo “pioniere” di staliniana memoria che torna a casa “rieducato” dalla mensa scolastica e  perentoriamente “rieduca” la sua mamma?  Si moltiplicano i casi che dimostrano quanto il marx-leninismo, sconfitto in sede politica, sopravviva nella mentalità comune. E questo nei più diversi ambienti, compreso ahimè anche in quello cattolico. Teniamone conto.