• DIPLOMAZIA SCANDALO

Sacrificare Zen per l'accordo con la Cina? Il dilemma vaticano

La dura reazione vaticana contro Israele per gli incidenti al funerale della giornalista palestinese fanno risaltare il ben diverso approccio tenuto dalla Santa Sede dopo l'arresto a Hong Kong del cardinale Joseph Zen. Le dichiarazioni molto deboli evidenziano una concezione della diplomazia in cui la dignità delle persone può essere sacrificata sull'altare di un obiettivo politico. E da Hong Kong si plaude all'abbandono del cardinale Zen e di quanti ne condividono le posizioni. 
- VIOLENZE ISRAELIANE, LA CONDANNA DELLA CHIESA, di Stefano Magni 

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La reazione vaticana a quanto accaduto nei giorni scorsi a Gerusalemme, dove i militari israeliani hanno colpito selvaggiamente i palestinesi che partecipavano al funerale della giornalista (cattolica) di Al Jazeera, Shireen Abu Akleh, fa meglio comprendere la gravità della posizione assunta dalla Santa Sede davanti all’arresto a Hong Kong del cardinale Joseph Zen lo scorso 11 maggio.

Nel primo caso, infatti (di cui, a parte, parliamo diffusamente), la risposta è stata immediata e dura: l’incaricato di affari della Delegazione apostolica in Terra Santa, padre Thomas Grysa, ha detto chiaramente che la polizia israeliana «ha violato in maniera molto brutale» il diritto alla «libertà religiosa» della Chiesa, «incluso nell’accordo fondamentale tra Israele e Santa Sede». E ha poi denunciato il ripetersi di episodi che non fanno altro che aumentare «la tensione tra Israele e Santa Sede». Per non parlare delle dichiarazioni del Patriarca latino di Gerusalemme, monsignor Pierbattista Pizzaballa, e dei leader delle Chiese cristiane.

Nulla di tutto questo per il cardinale Zen che, liberato su cauzione, dovrà ora comparire il prossimo 24 maggio davanti alla Corte locale, rischiando una nuova carcerazione. Alla seria preoccupazione espressa dalla diocesi di Hong Kong è corrisposto un sostanziale silenzio imbarazzato della Santa Sede. Una prima, laconica, dichiarazione della Sala Stampa vaticana – forzata dalle richieste dei giornalisti – parlava semplicemente di preoccupazione e di seguire con attenzione gli sviluppi della situazione. Poi è arrivata, sabato 14 maggio, la risposta a un giornalista del segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, secondo cui l’arresto del cardinale Zen non implica una «sconfessione» dell’accordo sino-vaticano sulla nomina dei vescovi, ma auspica che episodi del genere «non possano complicare il già complesso e non semplice cammino del dialogo».

Una dichiarazione scandalosamente soft completata dal grottesco riconoscimento che le autorità cinesi hanno «trattato bene» il cardinale Zen. Il che non toglie che Zen sarà trattato come un criminale comune. È quello che ha detto sostanzialmente il nuovo Capo esecutivo di Hong Kong John Lee Ka-chiu, eletto appena tre giorni prima dell’arresto del cardinale. Intervenendo domenica 15 maggio su una radio locale per rispondere alle critiche internazionali piovute dopo l’arresto del cardinale e di altre quattro persone accusate di aver violato la Legge sulla sicurezza nazionale, John Lee – lui stesso cattolico - ha detto chiaramente che a Hong Kong non viene punito il dissenso ma la trasgressione delle leggi.  E non importa quanto le persone siano famose o in cosa credono, «se la sua condotta ha violato la legge, sarà giudicato in base alla legge». In altre parole, il cardinale Zen per aver partecipato a una associazione che ha sostenuto economicamente gli attivisti delle manifestazioni democratiche del 2019, è considerato un criminale e come tale sarà giudicato.

Ora, ad essere ottimisti si potrebbe pensare che la diplomazia vaticana sia all’opera per evitare che il processo abbia ulteriori conseguenze penali per il cardinale, il che è anche possibile. Ma le parole del cardinale Parolin indicano chiaramente che tutto è funzionale a poter proseguire nell’accordo con Pechino sulla nomina dei vescovi. Ricordiamo che si tratta di un accordo segreto firmato nel settembre 2018 e rinnovabile ogni due anni. Questo è appunto il periodo in cui si deve negoziare il prossimo rinnovo previsto per settembre. Le parole del Segretario di Stato verranno senz’altro giustificate con le esigenze della diplomazia, il tentativo di salvare capra e cavoli, l’accordo con la Cina e la libertà del cardinale Zen.
In realtà rivelano una concezione ideologica della diplomazia, in cui la difesa della dignità della persona umana è secondaria rispetto all’obiettivo diplomatico, in cui la verità si può sacrificare a piacere in nome di un presunto interesse superiore. Non è diverso da chi sacrifica le persone in nome dello Stato, del Partito o di qualche ideale.

Per un semplice fedele è scandaloso notare il silenzio vaticano davanti all’arresto di un anziano cardinale amato per la difesa spassionata della Chiesa cinese e della sua gente; sacrificare il cardinale Zen per salvare il dialogo con Pechino. Tanto più vedendo che in altre situazioni, come nel conflitto israelo-palestinese, la Santa Sede non ha timore di esprimere il proprio sdegno e denunciare violazioni di accordi.

Del resto la realtà è evidente anche a Hong Kong e a Pechino: ieri il maggiore quotidiano dell’ex colonia britannica, il South China Morning Post, ha pubblicato un articolo dal titolo eloquente: “Niente lacrime vaticane per il cardinale Joseph Zen”. Interpretando la debolissima reazione della Santa Sede, il giornale sostiene che in fondo il cardinale Zen è «di grande imbarazzo per il Vaticano», a causa delle sue posizioni estremistiche contro il regime cinese e per i duri attacchi all’accordo sino-vaticano e al cardinale Parolin che ne è considerato la mente. Di fatto si arriva a sostenere un’alleanza Cina-Vaticano che tagli definitivamente fuori il cardinale Zen e quanti a Roma ne sposano le posizioni (l’articolo cita espressamente il cardinale Gerhard Müller, prefetto emerito della Congregazione per la Dottrina della Fede).

Se dalla Santa Sede continueranno ad arrivare segnali in questo senso, per la diplomazia vaticana sarà una disfatta, non solo davanti a una Cina sempre più arrogante e che si sente libera di qualsiasi prevaricazione. Questo atteggiamento è la negazione nei fatti di tanti bei discorsi morali. E soprattutto è di scandalo per tutti i cattolici, legittimati a pensare di poter essere abbandonati dai propri pastori se sarà utile per qualche loro gioco politico.

 

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