• IL VIROLOGO SI FA GURU

Sacerdoti della nuova religione: “Non è tempo per il libero culto”

Il coronavirus ha decretato la morte dell’onnipotenza scientifica, ma gli scienziati non si arrendono e usano il virus per uccidere Dio occupando il suo posto: l’infettivologo Galli ha affermato: «Non si può consentire la libertà di culto. La Messa non è priorità». Il virologo Burioni ha dichiarato: «Dio vuole che tutti preghino da casa…abbiamo chiuso quello che non è indispensabile, penso che la parrocchia possa non aprire». Il potere all’ignoranza.

I cattolici “saltano il turno”. Il premier Giuseppe Conte ha escluso le Sante Messe dalla “Fase 2” che prevede le riaperture di bar, ristoranti, parrucchieri e centri estetici, mentre il governo è al lavoro per riaprirle a maggio palestre, piscine e centri danza (Il Messaggero, 29 aprile).

La domanda che sorge è per quale motivo celebrare la Santa Messa sia considerato più rischioso rispetto a frequentare supermercati, tabaccai, librerie, bar, ristoranti e centri estetici, tanto da non avere una data certa o presunta per la riapertura? Per lo più sapendo che milioni di cattolici sentono il bisogno di nutrire la loro fede e il loro spirito, tornando ai sacramenti nel pieno rispetto delle norme di sicurezza.

A Fuori dal Coro, programma di informazione e attualità di Rete 4, abbiamo ascoltato una possibile risposta. Alla domanda del presentatore Mario Giordano sul «perché viene consentito di riaprire le fabbriche mentre non si possono celebrare le Messe», il dottore primario Massimo Galli, infettivologo dell’Ospedale Sacco di Milano, ha risposto: «Fare il distanziamento al teatro, al cinema, ai musei o in chiesa è complicato e non è prioritario rispetto a ciò che aiuta a far ripartire l’economia e a mantenere posti di lavoro».

Prima di rispondere il dottor Galli ha premesso di avere il «massimo rispetto per coloro che hanno la fortuna di credere». Fortuna che lui non ha avuto. Riaprire le fabbriche e le aziende è dunque necessario nella “Fase 2” per far ripartire l’economia e per mantenere i posti di lavoro. Ma il rischio di contagi è tale che cinema, teatri, musei e chiese dovranno ancora attendere.

La risposta sembra aver soddisfatto il presentatore che non ha battuto ciglio di fronte all’audacia e alla sfrontatezza con cui la Santa Messa veniva paragonata ad un teatro e a un cinema. Se questo è il massimo grado di rispetto che il dottore riesce a mostrare per coloro che hanno la “fortuna di credere”…

Dispiace che, oltre alla fede, manchi anche la “fortuna” del rispetto e della comprensione di cosa significhi la Santa Eucaristia. In effetti più che l’odium fidei è la divinarum ignoratione rerum (l’ignoranza delle cose divine) come affermava nel 1905, san Pio X nell’enciclica Acerbo Nimis, a provocare «l’odierno rilassamento e quasi insensibilità degli animi e dei gravissimi mali che quindi si derivano».

Intervistato da Il Messaggero il 28 aprile, l’infettivologo del Sacco di Milano, parlando «da ateo e da laico», ha affermato chiaramente: «Non si può in questo momento consentire la libertà di culto». Dunque, ha affermato il professore: «La Messa non è una priorità tale da rischiare di creare squilibri».

Inoltre si è improvvisato canonista e liturgista indicando la possibile istituzionalizzazione della “Messa in TV”: «Come gli ammalati possono “partecipare” alle Messe in tv se si trovano in ospedale, altrettanto dovrebbe accadere adesso in questa prima “fase 2”. Se l’adempimento del sacramento è considerato assolto per chi sta in un letto di ospedale in quanto è impedito ad andare in chiesa, allo stesso modo dovrebbe capitare adesso visto che c’è il forte rischio che ci si ammali». Anche perché «distribuire la comunione attraverso il plexiglass o vedere un sacerdote tutto bardato non sarebbero un grande spettacolo».

Ringraziamo di cuore il dottor primario per le sue considerazioni liturgiche e canoniche. Avremmo ad ogni modo preferito non venir considerati dei cinefili o dei tifosi da stadio mentre, anche noi attendiamo pazientemente, senza fretta, di poter tornare al cinema o allo stadio, dove tra l’altro il rischio contagio – vorrà un giorno ammetterlo – è sicuramente più alto.

Qualche settimana fa si era espresso sull'argomento anche il noto microbiologo e virologo Roberto Burioni dell'università Vita-salute del San Raffaele di Milano. Commentando il decreto del 13 marzo emanato dal Vicariato di Roma che disponeva la apertura delle chiese parrocchiali e quelle che sono sedi di missioni con cura d’anime ed equiparate, il dottor Burioni affermava: «Sono sicuro che Dio vuole che tutti preghino da casa», definendo «una pessima idea" quella di mantenere aperte le parrocchie. «Visto che abbiamo chiuso tutto quello che non è indispensabile, penso che la parrocchia possa non aprire».

Il 20 aprile su Twitter affermava con sicurezza: «Se ci libereremo di questo virus sarà grazie alla scienza, non grazie alle buffonate dei cialtroni di ogni specie». E l’anima? Sul suo sito medical facts, Burioni ha trovato anche tempo e spazio da dedicare alla cura dell'anima attraverso la “musicoterapia”. «Un angolo d’anima e dunque, forse, di salute. In mezzo al vociare non sempre consolante che ci assedia».

È la scienza dunque la nuova religione alla quale dobbiamo piegare le ginocchia e su cui dobbiamo riporre le nostre speranze in questo momento buio. Sono gli scienziati, nella fattispecie i grandi virologhi, che ci salveranno. Sacerdoti e pontefici di uno scientismo divenuto nuova religio licita.

Una volta sentenziata la morte di Dio (di Coronavirus) e con essa alla fine di ogni appiglio metafisico per la salvezza dell'uomo, i virologhi, entrando in chiesa per cantare il "Requiem aeternam Deo", si presentano come la nostra ultima ancora di salvezza di fronte al grave lutto che ci getta nello spaesamento più totale.

Una (gaia) scienza che si presenta come l'alba di un nuovo giorno, che dissipa le tenebre e l'oscurità di ogni credenza metafisica e libera l'uomo dai lacci di ogni superstizione. Scienza che concede all'anima la gioia della musica come l'unica strada per elevare lo spirito dalla bassezza e dalla caducità della materia di cui è fatta.