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Ritorno alla normalità? Mai. Ecco come nasce il mondo nuovo

Il recente libro di Klaus Schwab, chairman del Forum di Davos, è fondamentale per comprendere quale tipo di mondo intendono costruire le élite mondialiste. Una governance mondiale dell'economia e della società in grado di decidere dove andare, con quali mezzi e in che modo, partendo dalla transizione ecologica. E la pandemia da Covid-19 è la grande occasione per l'affermazione di questa sorta di "socialismo liberale", grazie anche al controllo dei media che ripetono la narrazione voluta dal Potere.

Nel suo recente libro “Stakeholder Capitalism: A Global Economy that Works for Progress, People and Planet”, il chairman di Davos, prof. Klaus Schwab, afferma che il modello sociale, economico e politico attuale è giunto al capolinea. I segni di crisi erano già evidenti negli anni ’70, a partire dal  «Rapporto Meadows» del 1972, commissionato dal “Club di Roma” di Aurelio Peccei, che individuava i «limiti dello sviluppo» nella crescita “eccessiva” della popolazione rispetto alle risorse disponibili. E siccome le persone emettono anidride carbonica e lasciano un’«impronta ecologica», per l’ideologia “verde” oggi dominante la popolazione è considerata come la principale minaccia per la “salute” stessa del pianeta.

Schwab (nella foto a sin.) si focalizza poi sulla svolta definita come «neo-liberista», iniziata negli anni ’80 con la Reaganomics e il Thatcherismo, incentrata «maggiormente su fondamentalismo del mercato e individualismo e meno sull’intervento statale o sull’implementazione di un contratto sociale», giudicandola «un errore». Egli afferma che il modello dominante – che definisce «shareholder capitalism» perché la responsabilità delle imprese è limitata alla produzione di utili per gli azionisti, senza ulteriori implicazioni “sociali” – dev’essere urgentemente superato nella direzione di quello che definisce lo «stakeholder capitalism del XXI secolo», dove debbono essere presi in considerazione tutti i “portatori di interesse”, dai clienti ai lavoratori, dai cittadini alle comunità, dai governi al pianeta, in una prospettiva non più locale o nazionale ma “globale”, che richiede quindi un nuovo “multilateralismo”.

In linea di principio, la logica dello “stakeholder capitalism” è anche condivisibile, giacché le imprese non vivono nel vacuum ma in contesti sociali e politici e quindi, oltre alla generazione di profitto per gli azionisti servendo al meglio i clienti in una libera e leale concorrenza, è equo che sostengano i costi delle eventuali esternalità e si assumano anche responsabilità più ampie, secondo il principio del bene comune a cui tutti sono tenuti a contribuire. Che cosa si intende però esattamente col termine «stakeholder capitalism del XXI secolo»? Al cuore di tale modello, secondo Schwab, vi sono due realtà: le “persone” e il “pianeta”.

Le “persone”: Schwab scrive che «il benessere delle persone in una società influisce su quello di altre persone in altre società, e spetta a tutti noi come cittadini globali ottimizzare il benessere di tutti». I «cittadini globali» astratti indicati da Schwab esistono però solo nelle visioni ideologiche: le “persone” concrete hanno sempre relazioni, a partire dalla famiglia e con la società circostante, e sono sempre portatrici di una storia – e di una geografia –, nonché di una visione del mondo. Non esistono i “cittadini del mondo”, se non tra le élite tecnocratiche apolidi a cui si indirizza, evidentemente, il prof. Schwab.

Il “pianeta”: Schwab lo definisce come «lo stakeholder centrale nel sistema economico globale, la cui salute dovrebbe essere ottimizzata nelle decisioni effettuate da tutti gli altri stakeholder. In nessun altro punto ciò è divenuto più evidente come nella realtà del cambiamento climatico planetario e nei conseguenti eventi climatici estremi provocati». La teoria del «riscaldamento globale» di origine antropica – ultimamente sostituita dal «cambiamento climatico», forse perché così la narrazione rimarrebbe valida anche se la temperatura del pianeta dovesse “malauguratamente” ridiscendere! –  è appunto soltanto una teoria, non una realtà, in quanto manca di conferme scientifiche certe. Pur considerando l’uomo come il “cancro” del pianeta, l’ideologia ecologista pecca paradossalmente per eccesso di “antropocentrismo” perché attribuisce all’essere umano un potere che nei fatti è ben lungi da avere: non è forse prometeico pretendere di abbassare la temperatura del pianeta come si fa col climatizzatore dell’ufficio e pensare di potere cambiare il clima della Terra come se fosse quello della serra dell’orto di casa?

UNA TRANSIZIONE TOTALIZZANTE

Schwab non ne parla in questo suo ultimo libro ma si sa che la “transizione ecologica” imposta non si limiterà alle tematiche di tipo “energetico”, con l’abbandono dei combustibili fossili, ma si estenderà anche al cambio dei modelli alimentari, incentivando la “conversione” al veganesimo e al consumo di “carne sintetica”; per non parlare della “suggestione” ad avere preferibilmente un solo figlio per famiglia, ad adottare uno stile di vita all’insegna dell’austerità, rinunciando a viaggiare per non inquinare oppure preferendo andare a piedi o in bicicletta e utilizzare solo i mezzi pubblici; e chissà cos’altro in futuro, perché la rivoluzione verde, come tutte le rivoluzioni, è un processo in divenire perenne, e quindi non può arrestarsi.
I costi saranno probabilmente stratosferici, a carico dei contribuenti e dei consumatori, con inevitabili gravi alterazioni della concorrenza e quindi delle stesse prospettive di crescita economica futura, a danno dei più e a beneficio delle industrie favorite da tali progetti oltre che della “finanza sostenibile ESG”. Per non parlare delle pesanti restrizioni alla libertà, che abbiamo già iniziato ad “assaporare”: una decrescita, insomma, davvero poco felice.   

Se lo «stakeholder capitalism del XXI secolo» si fonda su questi due pilastri c’è quindi da temere davvero derive liberticide. Mentre le società e l’iniziativa economica nascono storicamente dal basso, a partire dalle persone concrete, inserite in famiglie e in comunità, per poi svilupparsi secondo logiche sussidiarie nei vari corpi intermedi, qui ci troviamo di fronte a una visione distopica fondata su un’antropologia distorta e conseguentemente su una sociologia “rovesciata”. Una prospettiva atomistica e materialistica, centralistica e dirigistica, dove i “migliori” vorrebbero guidare dal centro e dall’alto, come nella città ideale vagheggiata da Platone (428/427 a.C. – 348/347 a.C.) nella Politéia. Ovviamente verso un “mondo migliore”: prospero, inclusivo, resiliente e sostenibile: vaste programme!

Concordando con la visione dell’economista italiana Mariana Mazzucato, Schwab sostiene che «un governo forte non dovrebbe limitarsi alla regolamentazione, ma essere anche una forza fondamentale di innovazione e di valore aggiunto per la società». Chi legge Schwab e gli altri economisti mainstream è portato a pensare che il sistema economico attuale goda di un “eccesso di libertà” dei privati, disfunzionale per il bene del “mondo”, che manchino le regole, che gli Stati non intervengano nella vita sociale ed economica delle proprie nazioni.
Tale percezione si ritrova purtroppo anche in chi è critico delle posizioni dirigistiche e liberticide di Davos: se si cade nella trappola di utilizzare lo stesso linguaggio si rischia seriamente di sbagliare diagnosi e quindi anche “terapia”.

IL PROGETTO DI UNA GOVERNANCE MONDIALE

Nella realtà, invece, i Paesi contemporanei – a chi li osserva senza inforcare le lenti deformanti dell’ideologia – sono caratterizzati tutti, chi più chi meno, da una presenza molto forte dello Stato nella vita economica e sociale, da un livello di pressione fiscale e contributiva importante, da un’elevata collusione dei grandi gruppi industriali e finanziari col potere politico (il cosiddetto capitalismo clientelare) e da un monopolio statale sul denaro, la cui quantità viene manipolata ad libitum dalle rispettive Banche centrali che negli ultimi anni intervengono in modo sempre più attivo e spregiudicato per orientare i sistemi finanziari, e quindi economici, dei propri Paesi.
Dove sarebbe, quindi, questo fantomatico «neo-liberismo» denunciato da tutti – da Davos e dai critici di Davos – quando negli stessi Stati Uniti, considerati l’emblema dell’economia libera, il potere politico è colluso con i grandi gruppi privati e lo stesso andamento di Wall Street – nell’immaginario collettivo simbolo iconico del «capitalismo selvaggio» e del «turbo-capitalismo» – dipende in realtà sempre più dalla politica, in particolare dalle politiche monetarie ultra-espansive attuate dal 2009 dalla Federal Reserve statunitense, solo formalmente indipendente dall’establishment politico-economico?

Com’è noto, la prospettiva di Davos è quella del «Great Reset» dei sistemi economici-sociali-politici attuali, all’interno del quadro di riferimento dell’Agenda ONU 2030 per il cosiddetto «sviluppo sostenibile ESG»: la direzione proposta (imposta?) è quella di andare verso un «New Normal», una sorta di governance mondiale, dove delle “cabine di regia” sempre più alte, composte da organismi sovranazionali, Stati, Banche centrali, grandi gruppi finanziari ed economici, think tank come Davos, assumeranno il ruolo di direttori d’orchestra per decidere dove andare, con quali mezzi e in che modo, per «ricostruire il mondo in modo migliore», secondo lo slogan «B3W», ovvero «Build Back a Better World» del Presidente statunitense Joe Biden, condiviso dai Paesi del G7.

RITORNO ALLA NORMALITÀ? MAI

Ma come imporre tali cambiamenti? Nel suo libro precedente, molto conosciuto, “COVID-19: The Great Reset”, il leader del WEF scriveva che, al di là dei dati di fatto, della “realtà”, «le nostre azioni e reazioni umane […] sono determinate dalle emozioni e dai sentimenti: le narrazioni guidano il nostro comportamento», lasciando intendere che, con uno story-telling adeguato, sarà possibile indurre un po’ per volta il cambiamento dall’alto, creando il consenso con un mix di bastone e di carota. La manipolazione del linguaggio e la propaganda, insieme al controllo dei flussi finanziari e a regolamentazioni sempre più rigide, sono funzionali all’attuazione di un processo di disruption, che è già sotto gli occhi di tutti e che sta iniziando a dare i “frutti” sperati.

Il Grande Reset verso il “Brave New World” «post-pandemico» va quindi nella direzione opposta a quella desiderabile. Pensando alla “Certificazione verde COVID-19” – imposta in Italia con decreto-legge in piena estate, incuranti dei prevedibili gravi danni alla stagione turistica a fronte di una “necessità” e “urgenza” che non si comprendono – si ha sempre più l’impressione di trovarsi all’interno di uno straordinario esperimento di “ingegneria sociale”. Perché l’hanno chiamata verde? Forse perché il pass è destinato a rimanere anche passata l’epidemia CoViD, e si potrà utilizzarlo per imporre restrizioni alla libertà per gestire la prossima “emergenza”, quella climatica?
Dopo 18 mesi di “stato di eccezione” le persone sono state condizionate con la paura, l’isolamento e la propaganda martellante ad accettare il cambiamento, a barattare spazi crescenti di libertà e privacy in cambio della speranza di “sicurezza” e “salute”. Non bisogna «sprecare la crisi», questa «grande opportunità» dell’epidemia, come scrivono la Mazzucato e Schwab: ciò spiega la “fretta” di attuare l’Agenda di Davos, senza neppure preoccuparsi di nascondere il progetto, peraltro condiviso da tutte le classi dirigenti. L’opposizione, se c’è, non si vede.

Lo «stakeholder capitalism del XXI secolo» appare come una sorta di “socialismo liberale”, un po’ gnostico e un po’ fabiano, che ricorda più la prospettiva del “Nuovo Mondo” di Aldous Huxley (1894-1963) che non quella di “1984” di George Orwell (1903-1950). Quos Deus perdere vult, dementat prius: qualsiasi progetto contrario alla natura dell’uomo e all’ordine delle cose è destinato inevitabilmente al fallimento finale, ma può tuttavia arrecare dei seri danni, per molti anni a venire.

«Quando torneremo, dunque, alla normalità?»: «Quando? Mai», scrive Schwab. Ė scritto nero su bianco, basta prendersi la briga di andare a leggere quello che scrivono: non è complottismo, ma se anche lo fosse sarebbe allora il complottismo del WEF di Davos, non certo quello di chi si limita a denunciarlo.

 

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