• CLIMA E UE

Ridurre le emissioni, la decrescita (in)felice

La Commissione Europea ha proposto di ridurre le emissioni di Co2 del 40% entro il 2030 e di dedicare il 27% della produzione energetica a fonti rinnovabili (vento, sole e acqua). Obiettivo fattibile? Sì, ma al prezzo di una nuova depressione.

Pale eoliche

Già che siamo arrivati al 20, facciamo 40. La Commissione Europea dà i numeri (nel senso letterale del termine) sul clima. Detto da uno degli inverni più freddi che si ricordino fa un po’ impressione parlare di politiche sul riscaldamento globale, ma sembra proprio questa una delle priorità europee: 40% in meno di emissioni di Co2 (per ridurre le emissioni di gas serra) e 27% di produzione energetica da riservare alle fonti rinnovabili, essenzialmente acqua, sole, vento. Il tutto deve essere raggiunto entro il 2030. Il primo obiettivo, quello del 20-20-20 (20% in meno di Co2, 20% di energie rinnovabili e 20% di aumento dell’efficienza energetica) sarà molto probabilmente raggiunto entro il 2020, la data prevista. Dunque, José Manuel Barroso e la Commissione pensano addirittura di raddoppiare il risultato nei dieci anni successivi. Lo definiscono un obiettivo “ambiziosi e fattibili”. Queste sono le proposte formulate da Bruxelles. Dovranno essere passate al vaglio dei ministri dell’Energia nella prima settimana di marzo per essere approvate in linea di massima, poi (il 21 e 22 marzo) saranno oggetto di un accordo a livello di vertice (capi di Stato e di governo) europeo. Potrebbero essere trasformate in leggi vincolanti nella seconda metà del 2014.

Di fronte a queste quote, occorre fermarsi almeno due secondi e pensare ad altri dati, che pare la Commissione non abbia preso sufficientemente in considerazione. L’obiettivo del 20% in meno di emissioni di gas serra lo abbiamo quasi (ma non ancora) raggiunto in 22 anni, dal 1990 al 2012. Il target europeo per il 2030 mira a una riduzione di un altro 20% di emissioni. Fattibile? Dipende dal grado di sopportazione del costo. Il grande balzo avanti … pardon, indietro, nella riduzione delle emissioni lo abbiamo fatto negli ultimi sei anni, dunque dal 2008, primo anno della crisi economica, ad oggi. Il che vuol dire che sarà superato il primo traguardo solo perché abbiamo sofferto una grande recessione. Questo dice già tutto. Ridurre del 20% le emissioni vuol dire bruciare gran parte della nostra capacità produttiva, più in fretta e più diffusamente rispetto a quel che ci è già capitato fino ad ora. Sarà il paradiso dei decrescitisti, ma chi già oggi si trova senza lavoro e con un futuro incerto, o un’azienda fallita, non farà i salti di gioia.

Pensiamo ora al 27% di energie rinnovabili. L’obiettivo europeo è stato fissato su scala continentale, dunque potranno esserci Paesi pieni di pale eoliche e pannelli solari e altri che si accomodano al traino. Le rinnovabili sarebbero una gran cosa, se fossero un vero affare. Di qui a 15 anni la tecnologia dell’eolico potrebbe svilupparsi molto di più di quanto non abbia fatto finora: per produrre la stessa potenza di energia di una sola moderna centrale nucleare (11 TWh all’anno) occorrono circa 2500 pale eoliche. Che per di più sono meno longeve: devono essere sostituite ogni 20 anni, la metà della durata di un impianto nucleare. Oppure circa 200 km quadrati di pannelli solari, che devono essere sostituiti ogni 30 anni ed hanno tuttora costi veramente proibitivi: per una superficie di 200 km quadrati si va oltre ai 50 miliardi di euro. Da un punto di vista commerciale (domanda e offerta) le rinnovabili sono sanno ancora stare sul mercato. Lo dimostra lo scoppio della “bolla delle rinnovabili”, origine della crisi spagnola: gli investimenti privati e pubblici non hanno avuto il ritorno previsto. Per stare in piedi, il mercato delle rinnovabili ha ancora bisogno di grandi investimenti pubblici, sussidi e incentivi ai privati. I nostri Stati europei, a corto di soldi e in piena crisi del debito sovrano sono evidentemente ottimisti se pensano di reperire le risorse necessarie per un piano così ambizioso.

L’impatto sull’economia, con un aumento così vertiginoso della spesa pubblica e una recessione indotta per ridurre le emissioni è difficilmente calcolabile. Sarebbe, appunto, il trionfo delle teorie decrescitiste: tornare alla sana vita delle caverne per respirare aria pulita ed evitare che si scaldi troppo il pianeta. A questo punto, però, occorre anche ricordare che la teoria del riscaldamento globale non è sicura al 100%. È infatti probabile che non sia l’uomo il responsabile del riscaldamento globale, ma che influiscano maggiormente altri fattori naturali, quali l’attività solare e quella dei vulcani. Ed è anche probabile che il pianeta non si stia affatto riscaldando, come dimostrerebbe il trend attuale di inverni sempre più rigidi dal 2006 ad oggi, aumento dei ghiacci antartici e ripresa della crescita di quelli artici. Dunque potremmo anche trovarci ad aver affrontato dei sacrifici inutili. Ma l’Europa, su queste cose, è molto rigida. Se ha fissato il 40-27, quelle quote devono essere raggiunte entro il 2030, anche se il pianeta, nel frattempo, dovesse entrare nella nuova era glaciale.