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Responsabilità oggettiva: non vale per tutti

Mentre il caso Alfano per la vicenda dei kazaki ricompatta il Pdl, il Pd si è spaccato. Gli stessi direttori e opinionisti che vorrebbero escludere dal codice penale la responsabilità oggettiva per se stessi, la invocano per i ministri.

Angelino Alfano

Il tiro al bersaglio contro il ministro dell’interno, Angelino Alfano, all’indomani del pasticcio kazako, sta provocando un terremoto politico, in particolare all’interno del Partito Democratico. La bocciatura della mozione di sfiducia presentata da Sel e Movimento 5 Stelle non ha allontanato del tutto le nubi che si addensano sul futuro dell’esecutivo, creatura anomala di una fase emergenziale ancora in corso.

Fanno sorridere le prese di posizione di alcuni direttori e di autorevoli editorialisti che dalle colonne dei loro quotidiani hanno invocato la responsabilità oggettiva per il ministro Alfano, chiedendone le dimissioni. Sono gli stessi direttori ed opinionisti che vorrebbero escludere dal codice penale la responsabilità oggettiva per se stessi, trincerandosi dietro l’impossibilità di vigilare sui contenuti editoriali pubblicati sulle loro testate. Asseriscono che il direttore è impossibilitato a controllare tutto ciò che esce sul proprio giornale, considerati i frenetici ritmi di aggiornamento e pubblicazione delle notizie e l’ingente numero di pagine e richiamano il carattere personale della responsabilità penale. Ritengono che il reato di omesso controllo sugli articoli scritti da altri sia una mostruosità giuridica, retaggio di un’epoca fascista che puntava sulla censura e sul controllo asfissiante nella circolazione delle notizie. Vorrebbero le mani libere, vorrebbero rispondere soltanto dei loro editoriali e avere ancora più tempo per arrotondare i loro già lauti stipendi (in alcuni casi pari a 6-7 volte quello di un ministro) con innumerevoli collaborazioni, comparsate in talk show e chi più ne ha ne metta.

Per i ministri, che devono invece sovrintendere ad elefantiache e iper-burocratizzate strutture di comando, invocano la responsabilità oggettiva. Il ministro, secondo loro, dovrebbe rispondere anche dell’acquisto di un toner di una stampante e sapere tutto ciò che accade nel ministero, anche le cose più minute e irrilevanti ai fini della gestione complessiva. Mentre quei direttori e opinionisti (pochi e sempre gli stessi, da almeno quarant’anni) stanno portando le testate giornalistiche al collasso (il crollo verticale delle vendite parla da solo) e nessuno li rimuove perché fanno comodo agli editori per battaglie di potere su altri fronti, i ministri dovrebbero essere infallibili, essere sempre informati di tutto e non sbagliare mai. E’ singolare che a criticare i ministri siano ex politici trombati, ex ministri che hanno portato il Paese nel punto critico in cui si trova oggi e, soprattutto, direttori e opinionisti pienamente inseriti nell’ingranaggio perverso delle trame tra potere politico e potere finanziario e quindi privi di credibilità e del fondamentale requisito dell’indipendenza di pensiero. E poi non si capisce perché la responsabilità oggettiva debba esistere solo per Alfano e non anche per la Bonino o per Letta, visto che l’affare kazako coinvolge in linea teorica l’intero governo e comunque di sicuro la Presidenza del Consiglio e il Ministero degli affari esteri, oltre che il Ministero dell’Interno.

Il caso Alfano ha comunque avuto l’effetto di ricompattare un rissoso Pdl, con i falchi e le colombe insolitamente d’accordo sulla strategia. E’ probabile, però, che in autunno il potere di Angelino possa essere ridimensionato. I mugugni tra i suoi per il triplo incarico crescono. Si parla di un rimpasto di governo che lo porterebbe a lasciare il Viminale restando però vicepremier. Il ritorno a Forza Italia potrebbe invece preludere all’azzeramento del suo attuale incarico di segretario Pdl. 

Il Pd sembra quasi prossimo all’implosione. La base mostra crescente insofferenza verso l’alleanza con i berlusconiani e percepisce che la golden share dell’esecutivo è saldamente nelle mani del leader del centro-destra. Le fibrillazioni tra renziani e il resto del partito potrebbero sfociare in una scissione o in una febbre correntizia senza precedenti. Epifani non ha in mano il partito ed è un reggente. Sta tenendo duro con Renzi che preme per la convocazione del congresso. La grande stampa sta usando il sindaco di Firenze per indebolire il governo e lui si lascia usare perché intravvede la sua incoronazione come nuovo leader del centro-sinistra. Peccato, però, che lui già da un anno, fin dai tempi delle primarie, non faccia praticamente più il sindaco, non si occupi più della sua città e trascorra il tempo a disegnare strategie, a rilasciare interviste, a tramare per occupare il partito e far fuori Letta. Anziché fare il bene dei suoi cittadini e onorare il suo mandato di sindaco, vola in Europa per incontrare la Merkel e gli altri leader internazionali, creando imbarazzo e mettendo in difficoltà il premier. Alla faccia del bene del Paese.

La stessa mancanza di rispetto verso gli elettori dimostrata dal governatore della Puglia Vendola durante la scorsa campagna elettorale per le politiche. Già accarezzava il sogno di diventare ministro del lavoro dell’auspicato governo Bersani e girava per l’Italia in lungo e in largo mentre gli scandali della sanità pugliese e l’emergenza Ilva richiedevano coraggiose e risolutive scelte di governance da parte della Regione. E’ evidente che Renzi non possa e non voglia in alcun modo arrivare alla scadenza del suo mandato di primo cittadino (primavera 2014) senza un ruolo nazionale chiaro, come segretario Pd o come candidato premier del centro-sinistra. Non vuole ricandidarsi a sindaco e deve nel frattempo “fare il tagliando” di leader nazionale, di partito o di governo. Ci riuscirà? Dipende anche da questa scommessa il futuro del bipolarismo in Italia.