Rapimenti in Nigeria, i vescovi chiedono la liberazione degli ostaggi
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I vescovi della provincia ecclesiastica di Ibadan hanno rivolto un appello alle autorità affinché ottengano il rilascio immediato e incondizionato di 46 persone rapite il 15 maggio. E intanto il pensiero di molti va a Leah Sharibu, la ragazza cristiana rapita 8 anni fa.
Dallo scorso 15 maggio in Nigeria 39 studenti e sette insegnanti sono nelle mani dei loro rapitori. Sono stati rapiti in diversi istituti scolastici nel distretto di Orije, nello stato sudoccidentale di Oyo. Due giorni dopo i sequestratori avevano diffuso un video in cui il preside e un insegnante imploravano il governo federale e quello di Oyo di agire al più presto per ottenere il loro rilascio. Ma nulla è stato fatto o nulla è valso, anche se nel frattempo sono state arrestate alcune persone locali sospettate di complicità con i rapitori. Il 19 maggio gli insegnanti avevano indetto proteste e bloccato le attività scolastiche per sollecitare le autorità a garantire maggiore sicurezza nelle scuole.
Adesso è la Chiesa a prendere la parola. Il 25 giugno, preoccupati per il protrarsi del sequestro, i vescovi della provincia ecclesiastica di Ibadan, la capitale dello Stato, che comprende l’arcidiocesi di Ibadan e le diocesi di Ekiti, Ilorin, Ondo e Oyo, hanno rivolto un appello alle autorità statali e federali affinché ottengano il rilascio immediato e incondizionato delle persone rapite. Secondo i mass media locali, ricordano, sono tenuti prigionieri nell’Old Oyo National Park in condizioni difficili anche perché il clima del parco è estremamente umido con temperature che variano da 25° a 35°, specie adesso che è la stagione delle piogge. Inoltre i ragazzini rapiti sono studenti di scuola elementare. «Questi bambini, che a malapena comprendono ciò che è accaduto loro – si legge nell’appello – vivono ormai da oltre un mese in condizioni estreme, senza un tetto sopra la testa, senza un’alimentazione adeguata e completamente esposti alle intemperie nella foresta. Inoltre hanno assistito durante il loro rapimento all’uccisione di tre persone: uno dei loro insegnanti e un motociclista sono stati uccisi durante il rapimento e un altro insegnante è stato sgozzato quando già erano in foresta». Sono atti, aggiungono i vescovi, che «violano la serenità e l'innocenza delle popolazioni del sud-ovest della Nigeria, note per la loro passione per l'istruzione».
I vescovi, nel loro appello, hanno coraggiosamente formulato critiche alle autorità, non soltanto perché non si preoccupano abbastanza della sicurezza della popolazione. Hanno infatti espresso dubbi sulla politica di reintegrazione dei “banditi pentiti”, spesso arruolati nelle forze di sicurezza, con cui le comunità che hanno terrorizzato e sulle quali hanno infierito si trovano a dover convivere. Questo – sostengono i vescovi nigeriani – indebolisce la fiducia della gente nel sistema giudiziario e, lasciando impuniti tanti malviventi, trasmette un messaggio sbagliato ai cittadini rispettosi della legge: «Il continuo reinserimento dei cosiddetti criminali pentiti nelle forze dell’ordine e nella società, mentre le vittime dei reati e i loro familiari vengono trascurati o trattati con disprezzo, infanga il volto della giustizia».
In questi giorni in Nigeria, in tutto il paese, il pensiero di molti fedeli, e le loro preghiere, vanno anche a una ragazza che è nelle mani di chi l’ha rapita da oltre otto anni: Leah Sharibu, una delle 110 studentesse di un collegio femminile rapite da Boko Haram, il gruppo jihadista, il 19 febbraio del 2018, l’unica a non aver fatto ritorno. Le sue compagne erano musulmane, solo lei era cristiana. I jihadisti qualche settimana dopo avevano deciso di liberarle tutte, ma lei solo a condizione che si convertisse all’islam. «Siamo state fortunate, noi, perché siamo musulmane – avevano spiegato le sue compagne tornate a casa – invece lei la tengono prigioniera perché è cristiana e perché le hanno ingiunto di abiurare, ma lei non ha voluto. Dicono che la terranno finché si ostinerà a rifiutare di convertirsi all’Islam».
Leah aveva 14 anni al momento del rapimento e la fede di una martire. La fede, in terre di persecuzione e martirio, trasfigura: rende una ragazzina – benché terrorizzata, sola, lontana da tutti – capace di sfidare chiunque e qualsiasi cosa; e ispira in un padre affranto parole eroiche. Intervistato nei giorni successivi al rilascio delle compagne della figlia, Nathan Sharibu si era detto fiero del coraggio con cui Leah teneva testa ai miliziani e felice che avesse rifiutato di abbracciare la fede islamica. Nella speranza che il suo messaggio in qualche modo le pervenisse, l’aveva esortata a essere forte, nonostante quel che le sarebbe toccato patire. Le aveva promesso che, una volta liberata, l’avrebbe fatta tornare a scuola, sfidando Boko Haram che, dopo la liberazione delle altre studentesse, aveva minacciato di rapire chiunque osasse tornare a frequentare il collegio di Dapchi.
Di Leah e dei suoi genitori si è ricordata Christian Solidarity Worldwide (CSW), una organizzazione per i diritti umani, il 19 giugno, data in cui in tutto il mondo si celebra la Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza sessuale nei conflitti, istituita nel 2015 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. In un comunicato il direttore di CSW-Nigeria, il reverendo Yusuna Nmadu, ha elogiato Nathan Sharibu e sua moglie Rebecca per la loro incrollabile speranza e fede. Esortando tutti a pregare per Leah, ovunque essa sia, «saremo al loro fianco – ha detto – con la preghiera, la solidarietà e l’impegno fino a quando Leah non sarà libera e tutti coloro che hanno inflitto a lei e alla sua famiglia questi otto anni di inimmaginabile trauma saranno chiamati a risponderne».
Nei mesi successivi al rapimento di Leah, Femi Adesina, consigliere del presidente che all’epoca era Muhammadu Buhari, alla domanda su quando la piccola sarebbe stata salvata aveva risposto: «Quando? Solo Dio conosce la risposta, ma credo che Dio abbia a cuore questa ragazzina». A molti nigeriani la risposta non era piaciuta affatto. Il modo in cui il governo affrontava Boko Haram e altre emergenze aveva indotto la Conferenza episcopale nigeriana a prendere la parola. Il 29 luglio 2018 i vescovi per la seconda volta si erano rivolti al presidente Buhari chiedendogli di lasciare la carica se non era in grado di garantire la sicurezza dei suoi connazionali. Non lo fece. Da allora decine di migliaia di studenti, di giovani donne, persino dei bambini di scuole d’infanzia, sono stati rapiti, e anche tanti sacerdoti e religiosi. Molti non hanno più fatto ritorno. Per la maggior parte la liberazione ha richiesto il pagamento di un riscatto.
I genitori di Leah hanno aderito a Voices for Justice, una rete mondiale di associazioni che si batte per le vittime di persecuzione. Il 19 giugno hanno partecipato alle celebrazioni. «Leah è rimasta salda nella sua fede nonostante il prezzo altissimo pagato – hanno ricordato – è rimasta fedele alle sue convinzioni, scegliendo di restare legata a Cristo anche a costo della sua libertà». Hanno parlato dell’immenso dolore di fronte alle notizie di ex prigionieri, secondo i quali loro figlia sarebbe stata costretta a un matrimonio, avrebbe partorito e vivrebbe sotto la costante minaccia di violenza sessuale. «Come genitori – hanno detto – ogni giorno senza Leah è una ferita più profonda. Ci manca, e ci mancano i suoi sogni di un futuro migliore. I compleanni passano in silenzio, i momenti importanti della vita ci vengono rubati e la nostra famiglia sta vivendo un dolore che le parole non possono esprimere appieno. Tuttavia, restiamo fedeli alla nostra fede. Crediamo, come abbiamo sempre detto a Leah e al mondo, che Dio, che vede gli oppressi, la riporterà a casa».
