• LA MADONNA NELLA LETTERATURA /3

Quei poeti così moderni, così mariani

Sfidando la critica, tre grandi autori come Leopardi, Manzoni e Peguy hanno dedicato pagine intense alla Madre di tutti i viventi.

Madonna della seggiola - Raffaello
In età moderna pochi letterati hanno cantato la grandezza di Maria. Chi ha provato a decantarne la bellezza è stato, spesso, non capito e accusato di essere troppo incline ad un tono retorico. I suoi versi sono stati, così, declassati al rango di poesia melensa e poco sentita.

È il destino riservato agli Inni sacri dello scrittore lombardo A. Manzoni (1785-1873) in cui la Madre di Dio, in perfetta sintonia con la tradizione, è partecipe della missione di Gesù, fino ai piedi della croce, e, nel contempo, presente nella storia della Chiesa, fino alla fine dei tempi, vicino a noi tutti figli suoi. Lì, nella grotta, «la mira Madre in poveri/ panni il Figliol compose,/ e nell’umil presepio/ soavemente il pose». Come profetizzato, però, un dolore atroce Le trafiggerà il cuore: ai piedi della croce rimarranno solo Maria e Giovanni, il discepolo prediletto. Ecco perché a Lei, che ha conosciuto il dolore estremo, noi tutti possiamo rivolgerci con le parole di Manzoni: «E tu, Madre, che immota vedesti/un tal Figlio morir sulla croce,/per noi prega, o regina de’ mesti,/che il possiamo in sua gloria veder;/che i dolori, onde il secolo atroce/fa de’ boni più tristo esiglio,/misti al santo patir del tuo Figlio,/ci sian pegno d’eterno goder». A «Il nome di Maria», che la tradizione cristiana declama nelle preghiere («Salve Regina», «Rosario», …), il Poeta lombardo riserva un intero inno sacro (1812-1813), forse il più bello, ma «stranamente» anche poco conosciuto. Sentiamo alcuni versi in cui Manzoni attesta che la profezia «Tutte le genti» la «chiameranno beata» si è adempiuta: «E detto salve a lei, che in reverenti/accoglienze onorò l’inaspettata,/Dio lodando, esclamò: Tutte le genti/mi chiameran beata». Noi, oggi, siamo senz’altro «testimoni che alla tua parola/obbediente l’avvenir rispose,/[…] Noi sappiamo, o Maria, ch’Ei solo attenne/l’alta promessa che da Te s’udìa,/ei che in cor la ti pose: a noi solenne/è il nome tuo, Maria». Ogni popolo ha conosciuto la grandezza della Madonna, la «Vergine, […] Signora, […] Tuttasanta». A Lei ricorrono il bambino, nelle «paure della veglia bruna», a Lei «ricorre il navigante». A lei «la femminetta … della sua immortale/ alma gli affanni espone».

La Madonna ascolta le nostre suppliche
e le nostre preghiere «non come suole il mondo». A Lei ogni popolo canti: «Salve, o degnata del secondo nome,/o Rosa, o Stella, ai periglianti scampo,/inclita come il sol, terribile come/oste schierata in campo». Solo una vera e profonda devozione mariana potrebbe partorire versi di tale bellezza e di tale forza espressiva!

Nel contempo, soltanto un lettore devoto e grato alla Madonna avverte la verità di questa poesia, non certo «retorica», ma solenne, come si addice alla «Madre di tutti i viventi».

Pochi anni più tardi, tra il novembre e il dicembre del 1816, G. Leopardi scrive un componimento intitolato L’appressamento della morte, composto in terzine dantesche. Il richiamo a Dante è non solo nell’uso della forma metrica. In maniera sorprendente, infatti, il testo si conclude come la Commedia dantesca con un’invocazione alla Madonna. Scrive il Recanatese: «O Vergin Diva, se prosteso mai/ Caddi in membrarti, a questo mondo basso, / Se mai ti dissi Madre e se t’amai,/ Deh tu soccorri lo spirito lasso/ Quando de l’ore udrà l’ultimo suono, / Deh tu m’aita ne l’orrendo passo». Leopardi invoca la Madonna perché possa soccorrerlo nell’ora della morte. Così, Leopardi può rivolgersi al Padre Redentore con la sicurezza di un figlio che ha riposto bene la sua fiducia: «Se ‘l mondo cangiar co’ premi tuoi/ Deggio morendo e con tua santa schiera, / Giunga il sospir di morte». Una perlustrazione integrale dell’intera opera leopardiana, in prosa e in poesia, darà poi esiti impensati, perché il poeta più volte esalta la figura della Madonna e la invoca. Inoltre, Leopardi strinse rapporti stretti con i Gesuiti negli anni della permanenza a Napoli dal 1833 al 1837, anno della sua morte. Secondo la testimonianza scritta del gesuita F. Scarpa Leopardi «si confessò e si riconciliò con Dio per mezzo del Sacramento della Penitenza». La richiesta alla Madonna fatta in giovinezza di stargli vicino «all’appressamento della morte» si è dunque compiuta.

Quasi un secolo più tardi lo scrittore cattolico Charles Peguy, curiosamente nato l’anno della morte del Manzoni (1873-1914), dedica pagine bellissime alla Madonna.

Chi è padre o madre non può non avvertire la preoccupazione per i propri cari figliuoli e, nel contempo, la consapevolezza dell’insufficienza di ogni premura a felicitare i nostri piccoli. Ci sono situazioni – noi tutti, credo, le abbiamo sperimentate – in cui avvertiamo chiaramente il limite umano, la precarietà e la labilità della vita e faremmo di tutto per confortare i nostri figli, per fornire loro qualcosa di importante e di bello, ma ci dimentichiamo magari di svolgere il compito più semplice.

Lo dice con limpidità espressiva e con monolitica chiarezza Charles Peguy ne Il portico del Mistero della II virtù (1911). Ivi, il grande scrittore cattolico francese racconta una storia tenerissima e commovente. Un padre guarda stupito i propri figli, pieno del desiderio che essi possano essere felici. Allora, ripensa a quei giorni in cui li ha posti «particolarmente sotto la protezione della Santa Vergine». «Un giorno che erano ammalati. /E che lui ha avuto gran paura […] /Soltanto all’idea che erano ammalati». Quello di Peguy è uno stile franto, essenziale, senza fronzoli, che non ha paura di ripetere pur di scavare in profondità la pura e semplice verità così che i semplici dettagli si stampino nella mente del lettore. «Lo stile di Pèguy […] ci offre sempre un testo che cresce su se stesso, in una tensione di perfezionamento che va in direzione della larghezza e della profondità, quasi bramando e acquistando forza di persuasione». Con delicatezza lo Scrittore ci invita a seguire i gesti di quest’uomo che, con grande umiltà, affida i figli nelle mani della Santa Vergine. Scrive Pèguy: «Bisogna dire che lui era stato bellamente ardito e che era stato un colpo ardito./E tutti i cristiani possono fare altrettanto». Lui, il padre, «con la preghiera aveva messi» i figli nelle braccia amorose di «colei che è carica di tutti i dolori del mondo/[…] Perché il Figlio ha preso tutti i peccati./Ma la madre ha preso tutti i dolori». Come è liberante la preghiera recitata da quel padre di famiglia nella quale si rivolge alla Madonna dicendole: «Io non capisco più niente. Ne ho fin sopra la testa./Non ne voglio più sapere…/Prendeteli. Io ve li lascio. Fatene quel che volete. Io ne ho abbastanza./Colei che è stata la madre di Gesù Cristo può anche essere bene la madre di questi due bambini e di questa bambina./Che sono i fratelli di Gesù Cristo./E per i quali Gesù Cristo è venuto al mondo./[… ]Voi li vedete. Io ve li affido».

Da allora, da quell’affettuosa e intima preghiera con la Madonna, tutto cambia e tutto inizia ad andare bene, perché il padre di famiglia ha messo i suoi figli nelle mani della Santa Vergine e «se n’è andato a mani vuote». Il padre è tornato ad essere «l’affittuario dei suoi bambini./ Non ne ha che l’usufrutto./Ed è il buon Dio che ne ha la nuda (e la piena) proprietà./Ma è un buon proprietario il buon Dio».

Quale saggezza ha mostrato quest’uomo, quale coraggio di riconoscere una semplice evidenza : «Tutta la creazione non è forse nelle mani di Dio. / Tutta la creazione non è forse la proprietà di Dio». Come è stato semplice per quest’uomo riconoscere il Mistero che fa tutte le cose, com’è stato liberante farsi abbracciare da Lui!