• DIRITTO INTERNAZIONALE

Quando l'ONU può intervenire con la forza?

Il Segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati, mons. Mamberti, spiega le condizioni che rendono legittimo un intervento militare in un Paese terzo.

Caschi blu dell'ONU

 

Bosnia, Kosovo, Timor Est e ora Libia. Questi sono stati alcuni dei territori visitati militarmente dalle Forze di Pace delle Nazioni Unite. Ma a quali condizioni è legittimo un intervento manu militari in una Paese terzo? Lo ha chiarito lo scorso martedì 27 settembre il Segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati, monsignor Dominique Mamberti, in occasione della 66° Assemblea Generale dell’ONU.

Innanzitutto c’è una responsabilità in capo all’ONU di difendere le popolazioni di quegli stati che subiscono una lesione profonda dei propri diritti fondamentali, perché l’ONU è la "famiglia delle Nazioni". Quando in una famiglia un figlio accusa uno stato di malessere, i genitori intervengono per tentare di alleviargli la sofferenza. Così in modo analogo, ma con i dovuti distinguo, dovrebbe comportarsi anche l’ONU verso le nazioni che ne fanno parte.

Se poi l’intervento è di carattere militare si devono rispettare i seguenti requisiti. In primo luogo ogni stato è sovrano nel suo territorio. Ma tale sovranità cessa di essere autorevole, e quindi viene meno, quando chi governa non è più in grado di tutelare il bene comune, cioè ad esempio non ha più la possibilità di difendere i propri cittadini da una guerra civile o da una carestia. Caso ancor peggiore si verifica quando sono gli stessi governanti che mettono a repentaglio il bene collettivo, attentando ad esempio alla vita e alla sicurezza dei propri consociati con rappresaglie, atti di terrorismo, repressioni indiscriminate, carestie forzate, etc. Insomma se uno Stato non fa più il suo dovere, anche senza sua colpa, ci deve pensare qualcun altro a sostituirsi a lui nel prendersi cura della popolazione.

In secondo luogo prima di intervenire con la forza della armi è necessario intervenire con la forza della persuasione e dei consigli. Detto in altri termini innanzitutto occorre battere tutte le vie diplomatiche di carattere pacifico possibili.

Se poi si deve proprio passare alle armi bisogna ricordarsi che questa scelta «dovrebbe essere una soluzione limitata nel tempo - dichiara sempre Mons. Mamberti - una misura di vera urgenza che dovrebbe essere accompagnata e seguita da un concreto impegno di pacificazione». In buona sostanza tanta forza quanta ne serve e per il tempo strettamente necessario a sanare la crisi.

Le indicazioni del Segretario dei Rapporti con gli Stati si inseriscono armonicamente nella dottrina sociale insegnata dalla Chiesa Cattolica in merito alla guerra difensiva, intesa come opposizione e contestuale tutela dei diritti fondamentali della persone contro un despota. Guerra che può essere mossa sia dai cittadini di uno stato a danno dei loro governanti-tiranni, sia da uno stato estero che corre in soccorso dei cittadini medesimi. Vediamo, anche sulla scorta dell’insegnamento di Tommaso d’Aquino, quali sono le azioni lecitamente valide sul piano morale per contrastare uno Stato tiranno.

La resistenza passiva. Se per esempio vige una legge ingiusta gravemente lesiva dei diritti di base della persona è lecito e a volte doveroso non rispettare questa legge. Come annotava Henry David Thoreau, «ciò che io devo fare è procurare di non prestarmi all’ingiustizia che condanno». Si tratta in definitiva dell’obiezione di coscienza, a volte prevista in certi casi dallo stesso ordinamento giuridico che permette la condotta illecita (si veda il caso dell’aborto e della legge 194 che prevede tale istituto), a volte non contemplata. In quest’ultimo caso anche se la legge iniqua non prevedesse la possibilità di esimersi da condotte gravemente ingiuste - per esempio uccidere l’innocente - la legge morale obbliga sempre ad astenersi da atti intrinsecamente malvagi anche a costo del carcere o addirittura della vita.

La resistenza attiva non violenta. Se non bastasse l’obiezione di coscienza o in aggiunta a questa è lecito e a volte doveroso battersi culturalmente, politicamente e socialmente per opporsi a leggi e decisioni governative gravemente inique. Come? Con proposte di legge, mozioni di sfiducia ai governi, ricorsi a tribunali internazionali, petizioni pubbliche, richieste di referendum, raccolta di firme, cortei, assemblee, convegni, seminari, conferenze, pubblicazioni di libri, articoli, interviste, campagne pubblicitarie per la sensibilizzazione della popolazione e molto altro ancora.

La resistenza attiva violenta. Quest’ultima risorsa si fonda sull’istituto della legittima difesa. Come è lecito tutelare la propria persona anche attraverso l’uso necessitato delle armi, anche nel caso in cui questo uso provochi l’uccisione dell’aggressore, così è altrettanto lecito sul piano morale difendere se stessi e la comunità contro il tiranno che attenta alla vita delle persone o ad altri beni di primaria importanza per mezzo di strumenti violenti. Ma affinchè si possa muovere guerra al tiranno occorre la soddisfazione di tutte  e nessuna esclusa della seguenti condizioni. Non rispettarle significherebbe prediligere non la forza bensì la violenza.

 1.  Extrema ratio: prima di prender mano alla armi occorre aver battuto tutte le altre strade possibili prima menzionate di carattere non violento. L’opposizione militare quindi deve essere considerata come ultimo rimedio possibile.

2.   Intollerabilità: la condotta dello Stato è considerata intollerabile quando si verifica una lesione dei diritti fondamentali di moltissimi cittadini, perpetrata con costanza – dunque non episodica - e da lungo tempo. Ad esempio un genocidio è motivo più che sufficiente per tentare di rovesciare un governo perché lede gravemente il diritto fondamentale alla vita addirittura di intere popolazioni. Una tassazione invece eccessivamente elevata non potrebbe mai meritare una risposta armata.

3.   Evidenza: la lesione dei diritti fondamentali deve essere palese a molti, cioè deve essere chiaramente provata e non può essere fondata su voci di corridoio.

4.   Speranza di riuscita: qualora il prendere le armi portasse come conseguenza nefasta un inasprimento della tirannia, allora sarebbe meglio ripiegare su strumenti di lotta più pacifici. Tommaso scrive “può infatti accadere che coloro che vanno contro il tiranno non riescano a prevalere, e allora il tiranno così provocato incrudelisce ancora di più”. La resistenza armata deve perciò essere organizzata, ben condotta e preparata accuratamente, non frutto di moti spontanei sporadici e caotici, al fine di sortire un effetto positivo.

5.   Evitare mali peggiori: prima di ricorrere alle armi occorre sincerarsi che la nuova classe dirigente che si ha l’intenzione di appoggiare, dopo che si sarà deposto il tiranno, non si comporterà in modo ancor più iniquo rispetto al precedente governo. Altrimenti, come si suol dire, finiremmo dalla padella alla brace.