• UDIENZA

«Quando ci confessiamo, Dio ci abbraccia»

Nell'udienza generale del 19 febbraio Papa Francesco è tornato su un tema centrale del suo Magistero: la confessione. Non basta chiedere perdono al Signore nella propria mente. Il confessionale si fa nella Chiesa e con la Chiesa.

Confessionale

Continuando le sue catechesi sui sacramenti, nell'udienza generale del 19 febbraio Papa Francesco è tornato su un tema centrale del suo Magistero, il sacramento della confessione. Quello di Papa Francesco è un continuo e commovente annuncio della misericordia divina. Ma questi fiumi di misericordia sfociamo sempre in un luogo preciso: il confessionale.

Con il Battesimo, la Cresima e l'Eucarestia riceviamo una vita nuova. Ma, ha spiegato il Papa, «noi portiamo questa vita "in vasi di creta" (2 Cor 4,7), siamo ancora sottomessi alla tentazione, alla sofferenza, alla morte e, a causa del peccato, possiamo persino perdere la nuova vita. Per questo il Signore Gesù ha voluto che la Chiesa continui la sua opera di salvezza anche verso le proprie membra, in particolare con il Sacramento della Riconciliazione e quello dell’Unzione degli infermi, che possono essere uniti sotto il nome di "Sacramenti di guarigione"». Nella Confessione io mi riconosco malato, e chiedo al Signore di guarirmi, così come guarì tanti malati nella sua vita terrena. «Quando io vado a confessarmi è per guarirmi, guarirmi l'anima, guarirmi il cuore e qualcosa che ho fatto che non va bene. L’icona biblica che li esprime al meglio, nel loro profondo legame, è l’episodio del perdono e della guarigione del paralitico, dove il Signore Gesù si rivela allo stesso tempo medico delle anime e dei corpi».

Che cosa sia la Confessione emerge dalle parole di Gesù agli Apostoli: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati» (Gv 20,21-23). Qui ci è ricordato anzitutto «il fatto che il perdono dei nostri peccati non è qualcosa che possiamo darci noi. Io non posso dire: mi perdono i peccati. Il perdono si chiede, si chiede a un altro e nella Confessione chiediamo il perdono a Gesù». Il perdono della Confessione «non è frutto dei nostri sforzi, ma è un regalo, è un dono dello Spirito Santo, che ci ricolma del lavacro di misericordia e di grazia che sgorga incessantemente dal cuore spalancato del Cristo crocifisso e risorto».

In secondo luogo, il brano di Giovanni ci ricorda che «solo se ci lasciamo riconciliare nel Signore Gesù col Padre e con i fratelli possiamo essere veramente nella pace. E questo lo abbiamo sentito tutti nel cuore quando andiamo a confessarci, con un peso nell'anima, un po' di tristezza; e quando riceviamo il perdono di Gesù siamo in pace».

La Confessione dall'antica forma pubblica è passata a quella attuale «riservata». Ma questo, ha detto il Pontefice, «non deve far perdere la matrice ecclesiale, che costituisce il contesto vitale» della Confessione, che si fa nella Chiesa e con la Chiesa. «Ecco allora perché non basta chiedere perdono al Signore nella propria mente e nel proprio cuore, ma è necessario confessare umilmente e fiduciosamente i propri peccati al ministro della Chiesa. Nella celebrazione di questo Sacramento, il sacerdote non rappresenta soltanto Dio, ma tutta la comunità, che si riconosce nella fragilità di ogni suo membro, che ascolta commossa il suo pentimento, che si riconcilia con lui, che lo rincuora e lo accompagna».

Questo oggi è l'errore più frequente. Molti non si confessano e si giustificano dicendo: «io mi confesso soltanto con Dio», che bisogno ho del sacerdote? «Sì, tu puoi dire a Dio “perdonami”, e dire i tuoi peccati - risponde il Papa -, ma i nostri peccati sono anche contro i fratelli, contro la Chiesa. Per questo è necessario chiedere perdono alla Chiesa, ai fratelli, nella persona del sacerdote».

L'obiezione cosiddetta dottrinale ne nasconde spesso una psicologica: «"Ma padre, io mi vergogno...”. Anche la vergogna è buona, è salute avere un po' di vergogna, perché vergognarsi è salutare. Quando una persona non ha vergogna, nel mio Paese diciamo che è un “senza vergogna”: un “sin verguenza”. Ma anche la vergogna fa bene, perché ci fa più umili, e il sacerdote riceve con amore e con tenerezza questa confessione e in nome di Dio perdona». E tante volte il colloquio fa bene «anche dal punto di vista umano».

Ecco allora l'appello di Papa Francesco a ognuno di noi: «Non avere paura della Confessione! Uno, quando è in coda per confessarsi, sente tutte queste cose, anche la vergogna, ma poi quando finisce la Confessione esce libero, grande, bello, perdonato, bianco, felice. È questo il bello della Confessione!». Ci sono tanti cattolici che vanno a Messa ma non si confessano da tanti anni. Il Pontefice si rivolge anche a loro: «se è passato tanto tempo, non perdere un giorno di più, vai, che il sacerdote sarà buono. E' Gesù lì, e Gesù è più buono dei preti, Gesù ti riceve, ti riceve con tanto amore. Sii coraggioso e vai alla Confessione!».

Ricordando la parabola del figliol prodigo, il Papa ha affermato che «celebrare il Sacramento della Riconciliazione significa essere avvolti in un abbraccio caloroso: è l’abbraccio dell’infinita misericordia del Padre». Possiamo pensare che questo succeda solo per i grandi pentimenti, in occasioni speciali. «Ma io vi dico - ha concluso il Papa -: ogni volta che noi ci confessiamo, Dio ci abbraccia, Dio fa festa! Andiamo avanti su questa strada».