• IL CASO MATONE

Prove di legge Zan: colpire il giudice per educarci tutti

Attivsiti gay contro una nomina universitaria del giudice Matone. «E' omofoba, ha firmato un appello del Centro Studi Livativo». Sono prove tecniche di applicazione del Ddl Zan dal messaggio chiaro: “Se riusciamo a mettere nei guai giudiziari un politico, un magistrato, un direttore di un giornale, siamo in grado di colpire chiunque e nessuno più si sentirà al sicuro”.

Prove tecniche di applicazione del Ddl Zan. La storia è questa. Nel gennaio del 2016 il Centro Studi Livatino redige un appello critico nei confronti del ddl Cirinnà che da lì a poco sarebbe divenuto legge. L’appello viene firmato anche dall’attuale Sostituto procuratore generale alla Corte di Appello di Roma dottoressa Simonetta Matone.

Ora quest’ultima, il 23 marzo scorso, è stata nominata dal rettore dell’Università La Sapienza Antonella Polimeni Consigliera di fiducia dell’Ateneo. Il suo ruolo consiste nel fornire assistenza e consulenza alle vittime di violenza sessuale, impegnandosi altresì a risolvere i casi in cui le vittime fossero coinvolte. La Polimeni giustificava nel seguente modo la nomina: «Simonetta Matone è da sempre in prima linea per la difesa dei diritti e ha una spiccata sensibilità per i temi legati alle giovani generazioni e alle pari opportunità: sono certa che saprà interpretare al meglio questo ruolo di impegno contro ogni discriminazione di genere a tutela della libertà e della dignità della persona».

Una dozzina di associazioni LGBT hanno firmato un comunicato stampa in cui viene criticata tale scelta del rettore. Nel comunicato si può leggere: «Peccato che la magistrata Matone sia nota da sempre per le posizioni omofobe orgogliosamente manifestate in più occasioni: nel 2016 firmò l’appello del Centro Studi Livatino contro la legge Cirinnà sulle Unioni Civili. Tra le argomentazioni usate: “La sovrapposizione, contenuta nel ddl, del regime matrimoniale a quello delle unioni civili, la cui sostanza fa parlare a pieno titolo di “matrimonio” fra persone dello stesso sesso”, aggiungendo: “Il danno per il bambino derivante dall’adozione same sex, con la eliminazione di una delle figure di genitore e la duplicazione dell’altra; la circostanza che si giungerebbe direttamente alla legittimazione dell’utero in affitto”. […] Ci auguriamo che la Rettrice Polimeni riveda al più presto la sua decisione».

La Matone ha un curriculum di tutto rispetto: esperienza nell’amministrazione penitenziaria, differenti funzioni svolte nel Tribunale di sorveglianza e negli Uffici minorili, capo di Gabinetto del ministero delle Pari opportunità. Il Centro Studi Livatino ha pubblicato anche lui un comunicato stampa in cui dichiara che «è espressione di intolleranza marchiare di “omofobia” una persona solo perché ha condiviso una posizione esposta civilmente, allo scopo di escluderla da responsabilità istituzionali». E poi aggiunge: «La medesima intolleranza preme per trasformarsi in norme di legge con il varo del c.d. testo Zan. E vi è perfino qualche leader di partito per il quale “prioritario” mandare davanti al giudice, poi in carcere, chi si limita a esprimere una opinione».

Qui sta forse il punto saliente di questa vicenda, analoga a moltissime altre che capitano in tutto l’orbe terracqueo: le argomentazioni articolate dalle associazioni LGBT nel comunicato stampa, le loro motivazioni, i principi richiamati saranno gli stessi che si spenderanno nei giudizi a danno di una pletora di «omofobi» chiamati in Tribunale semplicemente perché non avevano usato la loro libertà di parola, di espressione e religiosa secondo i canoni del gaiamente corretto. Il comunicato stampa arcobaleno è quindi un assaggio perfetto di ciò che amaramente gusteremo quando sarà permesso alla legge Zan di scorrazzare impunemente nei tribunali di tutta Italia.

Viene poi da aggiungere che, molto probabilmente, la strategia già fin d’ora elaborata dagli attivisti LGBT sarà quella di punirne uno per educarne cento e quell’«uno» dovrà essere un volto noto, una persona con incarichi importanti come la Matone. Perché in tal modo il messaggio sarà chiaro: se riusciamo a mettere nei guai giudiziari un politico, un magistrato, un direttore di un giornale, siamo in grado di colpire chiunque. Nessuno più si sentirà al sicuro e quindi – secondo step – nessuno più si azzarderà a scrivere male delle unioni civili sui giornali, a raccogliere firme contro l’utero in affitto, a pubblicare post sui propri profili social critici contro l’indottrinamento gender nelle scuole, a firmare appelli come quello redatto dal Centro Studi Livatino. Prevarrà una cortina di silenzio invalicabile, dietro la quale l’agenda gender potrà essere applicata con sempre maggior agio.