• EDITORIALE

Protocollo gay per metter su famiglia

Lui è italiano e lui è brasiliano. Convolano "a nozze" in Portogallo. Ma come fare a vivere in Italia come coppia? Semplice, basta arrivare in Cassazione, per cui le coppie omosessuali possono esercitare il diritto alla vita familiare. Esiste ormai un protocollo legale per cui le coppie omosessuali "sposate" all'estero sono riconosciute come "famiglia" in Italia.

matrimonio gay

Alcune vicende hanno un andamento circolare. Come la seguente. Un lui italiano e un lui uruguaiano si “sposano” in Spagna. I due poi vogliono vivere stabilmente in Italia e così chiedono alla questura di Reggio Emilia la carta di soggiorno prevista per i coniugi di cittadini di paesi membri dell’Unione europea. La richiesta però viene loro negata proprio perché secondo la legge italiana i due lui non sono una coppia di coniugi. Ma quest’ultimi non si arrendono e chiedono giustizia ai giudici. Nel febbraio del 2012 il Tribunale di Reggio Emilia dà loro ragione in base ad un decreto legislativo (30/2007) che recepisce la direttiva europea n. 38/2004 sulla libera circolazione e soggiorno dei cittadini dell’Unione europea e dei loro familiari. Il punto era capire se il partner uruguaiano secondo il diritto italiano era da considerarsi come un “familiare”. Da una parte il giudice afferma che i due certamente non sono coniugi per il nostro ordinamento, dall’altra però non permettere ad una coppia di vivere insieme sarebbe ostacolare la loro libertà, intromettersi nella loro vita privata. Inoltre, richiamando un parere della Commissione europea, il Tribunale aggiunge che “la direttiva [n. 38/2004] deve essere applicata in conformità del principio di non discriminazione, sancito in particolare dall’art. 21 della Carta dell’Unione europea”, la quale vieta qualsiasi discriminazione anche quelle fondate sull’orientamento sessuale. Insomma se il partner uruguaiano non lo consideri uno di famiglia questi potrebbe anche rimanerci male.

A seguito di questo verdetto alcuni media di area moderata confezionarono allora articoli al valium, tranquillizzando tutti dicendo che le sentenze sono valide solo per il caso specifico su cui emettono il verdetto. Le ultime parole famose. Sei mesi fa altri due “lui”, un italiano e un brasiliano, sono convolati a “nozze” in Portogallo. Successivamente si sono recati in questura in Italia ed hanno chiesto il permesso di soggiorno per il partner brasiliano come familiare di un cittadino di un paese dell’Unione Europea. E fin qui la storia è identica alla precedente. Ma ecco la sorpresa. In questo caso la questura ha immediatamente rilasciato il permesso di soggiorno. Lo ha fatto perché ha applicato una Nota del Dipartimento di Pubblica Sicurezza n. 8996 dell’ottobre scorso che ha recepito – indovinate cosa? - proprio la sentenza del giudice di Reggio Emilia e quelle ad essa collegate della Corte Costituzionale del 2010 e della Cassazione del 2012. 

La prima, con la sentenza n. 138/2010, scartò la tesi che nel nostro paese l’istituto del matrimonio potesse riguardare le coppie omosessuali, però aggiunse che il Parlamento era caldamente invitato a riconoscere le convivenze gay perché queste sono già tutelate dalla Costituzione all’art. 2 (formazioni sociali) e aspettano solo una legge ad hoc affinchè tale tutela sia effettiva. La Cassazione si espresse in modo analogo e stabilì che le coppie omosessuali sicuramente "non possono far valere il diritto a contrarre matrimonio né il diritto alla trascrizione del matrimonio celebrato all'estero", però possono esercitare il "diritto alla 'vita familiare'" e a "vivere liberamente una condizione di coppia". Inoltre al verificarsi di "specifiche situazioni", hanno diritto ad "trattamento omogeneo a quello assicurato dalla legge alla coppia coniugata". L’esito di quest’ultima vicenda della copia italo-brasiliana ci insegna un paio di cose. La prima è che esiste ormai un protocollo legale perché le coppie dello stesso sesso “sposate” all’estero vengano riconosciute come “famiglia” sul suolo italico. Basta “sposarsi” in un paese membro che prevede il “matrimonio” gay , andare in una questura italiana e il gioco è fatto. 

In secondo luogo questi casi giurisprudenziali sono l’ennesima prova che gli omosessuali non sono discriminati nel nostro paese. Comuni, ospedali, questori, giudici sono tutti indaffarati per stendere tappeti rossi sotto i piedi dei “diversamente etero”. L’omofobia in questo senso assomiglia all’uomo nero di cui, almeno una volta, i bambini avevano paura più che ad un fenomeno reale di intolleranza. L’omofobia in realtà deve essere uno spauracchio per gli eterosessuali, più un deterrente che li obbliga al silenzio o a pesare le parole che una denuncia di una situazione di oggettiva discriminazione. “Omofobia” è più una parola da temere che un termine che invita al rispetto.

Terza lezione che ci viene da questa storia arcobaleno. La “famiglia” gay esiste, lo hanno ormai deciso in più sentenze i giudici ed è stato confermato dalla nota del Dipartimento di Pubblica sicurezza a cui accennavamo sopra. Vero che il matrimonio è ancora – ma per poco – appannaggio degli eterosessuali, ma dire “famiglia” non significa più dire “marito e moglie”. I giudici sono diventati anche sociologi e registrando le nuove mode hanno stabilito che il focolare domestico è ormai pronto per accogliere anche le coppie omosessuali.

 

Infine possiamo dire che i giudici non sono solo sociologi ma anche legislatori a tutti gli effetti (si ricordi ad esempio come la legge 40 sulla fecondazione artificiale è stata smantellata punto su punto dai tribunali). Il magistrato oggi non è più “bocca della legge” come diceva Montesquieu, ma  crea la legge, in barba alla tanto famigerata divisione dei poteri dello Stato. Interessante cosa scrivono a questo proposito Edmondo Bruti Liberati, Adolfo Ceretti e Alberto Giasanti nel volume da loro curato dal titolo “Governo dei giudici”: “la magistratura perde il ruolo risolutore dei conflitti, di esecutore della legge, per diventare, invece, un amministratore degli interessi collettivi”. Come la pubblica amministrazione. Anzi come il governo. Infatti nella vicende che abbiamo illustrato l’anello debole della catena erano le questure. E queste sono la propaggine locale del governo. I giudici sono riusciti ad influenzare con le loro sentenze anche l’operato dei questori i quali  ora  rispondo più ai magistrati che al Ministro dell’Interno. Le toghe quindi hanno assunto non solo il potere legislativo ma anche quello esecutivo.