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MEDIO ORIENTE

Proteste a Gaza e in Israele, ma la guerra non si ferma

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Nuove proposte per il cessate il fuoco si scontrano con la volontà reciproca di annientamento. Israele deciso a prendere il controllo della Striscia, dove crescono le proteste anti-Hamas.

Esteri 31_03_2025

Nonostante la guerra e le migliaia di morti, ieri mattina gli abitanti di Gaza avrebbero voluto trascorrere una giornata di festa. Era il giorno dell’Eid al-Fitr , la fine del digiuno del Ramadan. Ma un attacco aereo, sferrato dall’aeronautica israeliana, ha ucciso nove persone, tra cui cinque bambini. Sfollati che avevano trovato rifugio sotto una tenda e in una stanza, di quella che una volta era una casa. L’aviazione israeliana ha colpito, ancora una volta, a Khan Younis, nel sud della Striscia. Quasi contemporaneamente i droni hanno distrutto scheletri di abitazioni e automobili nel quartiere di Tuffah e Jabalia nel nord dell’enclave.

La guerra è ripresa a tutto campo. L’esercito ebraico, dopo aver ricevuto il via libera dal primo ministro Benjamin Netanyahu, ha annunciato un’offensiva di terra a tappeto nella regione meridionale dell’enclave. I soldati hanno fatto rastrellamenti ad al-Jenine di Rafah, con l’intento di creare una zona cuscinetto in modo da espandere l’area di sicurezza. L’operazione, annunciata su X dall’esercito, ha come obiettivo la distruzione di depositi di armi e lanciarazzi, ma si è annunciata, contemporaneamente, anche la morte di numerosi combattenti di Hamas e di militanti di altri gruppi associati. Dalla ripresa delle operazioni sono oltre novecento i morti. Ma anche le ambulanze vengono prese di mira dai missili israeliani, che hanno causato la morte di quattordici tra paramedici e volontari che tentavano di salvare i feriti.

Dopo ben 541 giorni di guerra, Israele continua a seminare morte e distruzione nell’enclave controllata da Hamas, che a sua volta “risponde” a questi nuovi attacchi postando dei video che riprendono degli ostaggi ancora nelle loro mani. Si tratta di Elkana Bohbot, 36 anni e di Yosef Chain Ohana di 24. Video che hanno riportato nelle piazze e nelle strade israeliane migliaia di persone contro il governo Netanyahu, che di fatto impedisce, a loro parere, la liberazione dei prigionieri.
Il Forum delle famiglie degli ostaggi ha rivolto un appello a tutta la popolazione israeliana a partecipare alle proteste a sostegno di un accordo tra il primo ministro Netanyahu e il gruppo terroristico di Hamas. «Netanyahu non puoi sfuggire alla colpa per il massacro del 7 ottobre», ha detto Einav Zangauker, madre dell’ostaggio Matan, ancora detenuto in qualche tunnel a Gaza.

Ma le proteste non sono solo contro Netanyahu. Anche nella Striscia la popolazione è scesa lungo le strade coperte di detriti. I manifestanti, per la prima volta, hanno chiesto ad alta voce che il gruppo terroristico lasci l’enclave, dopo ben diciotto anni di dura repressione. Nel corso della protesta è stato chiesto che anche Israele ponga fine ai bombardamenti, che dall’inizio di questa assurda guerra ha provocato la morte di otre 45mila palestinesi, compresi donne e bambini. Ma fonti estere parlano di una cifra ben più alta.

Le proteste spontanee sono iniziate con piccoli gruppi, che ben presto hanno raccolto il sostegno di vari movimenti, tra cui quello di Bidna Na’eesh (Vogliamo vivere) e di abitanti di Gaza legati al gruppo Fatah. Hamas, da parte sua, ha reagito, sostenendo che queste manifestazioni sono il frutto di pressioni perpetrate da forze straniere e da Israele. Per il gruppo terroristico, queste proteste sono inaccettabili; un giovane manifestante di 22 anni, dopo essere stato rapito, è stato giustiziato con l’accusa di aver partecipato alla protesta e il suo corpo è stato abbandonato davanti al rifugio dove abita la famiglia.

Ma non è stato l’unico ad essere stato “punito”: un certo Hussam al-Majdalawi, che aveva criticato Hamas, sarebbe stato prima rapito e poi malmenato nel campo profughi di Nuseirat, e poco dopo abbandonato in una piazza pubblica. Anche durante un funerale di una persona uccisa dalle bombe israeliane, i partecipanti hanno scandito slogan contro Hamas, mentre diverse persone hanno sparato in aria colpi d’arma da fuoco.

Ieri mattina, dopo la lunga ed interminabile riunione di gabinetto, il primo ministro Netanyahu ha informato che il governo ha disposto di accrescere la pressione militare su Hamas, per obbligare il gruppo terroristico a rilasciare gli ostaggi ancora detenuti. Il voto si è tenuto mentre continuavano le imponenti proteste in tutto Israele contro le politiche del governo sulla gestione degli ostaggi. Pare che Hamas abbia accettato la proposta egiziana di consegnare cinque ostaggi vivi, in ​​cambio di un cessate il fuoco di 50 giorni. Proposta che non ha appagato Israele, che esige, invece, la liberazione di dieci o undici ostaggi per ripristinare il cessate il fuoco.

La richiesta israeliana si collega ad una precedente proposta fatta dall'inviato statunitense per il Medio Oriente, Steve Witkoff. «Non lo nascondiamo. Abbiamo un piano – ha detto Netanyahu -: Hamas dovrà deporre le armi. Ai suoi leader sarà concesso di lasciare la Striscia di Gaza, e in seguito noi amministreremo l’enclave e applicheremo il piano Trump, favorendo l’emigrazione volontaria dalla Palestina». Gli fa eco il parlamentare del Likud, Amit Halevi: «Per oltre quindici mesi ci siamo occupati solamente di tattica e non di sconfiggere Hamas. Ora vogliamo impossessarci di tutto il territorio per ripulirlo dal nemico; in caso contrario, ammazzerà ancora i nostri figli e rapirà di nuovo i nostri nipoti. L'occupazione di un territorio è la conseguenza della guerra».

Dura la reazione del presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, al termine della visita alla moschea, per celebrare la fine del Ramadan: «È davanti agli occhi di tutti quanto sta succedendo in Palestina. Possa Allah annientare l’Israele sionista nel suo santo nome. Dobbiamo vedere cosa sta accadendo lì e quindi dobbiamo unirci, essere forti ed essere fratelli. Possa Allah rafforzare sempre la nostra unità».
Immediata la replica di Hay Eytan Cohen Yanarocak, esperto del Dayan Center dell'Università di Tel Aviv: «Allah ha cento nomi e uno di questi è Al-Qahhar, che significa 'Il Distruttore'. Erdogan sta fondamentalmente dicendo: abbiamo raggiunto la fine delle festività e invece di usare la parola Allah, usa Al-Qahhar, il cui ruolo è chiaro: la distruzione di Israele».

 



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