• IL DIBATTITO

Processo al Vaticano II: la posta in gioco è la fede

Il vescovo Viganò ha riacceso il dibattito sul Concilio Vaticano II, attribuendo ai suoi testi la responsabilità dell’ampio raggio di incontestabili deviazioni dalla fede all’interno della Chiesa Cattolica. Ne è seguito un dibattito che ha visto le protagonisti teologi e cardinali. La posta in gioco, tra ermeneutica della continuità e spirito del Concilio è la fede. Sbarazzarsi del Vaticano II o proseguire nel processo di chiarificazione? 

Il 9 giugno scorso, Monsignor Carlo Maria Viganò aveva riacceso il dibattito sul Concilio Vaticano II, attribuendo ai suoi testi la responsabilità dell’ampio raggio di incontestabili deviazioni dalla fede all’interno della Chiesa Cattolica. La replica del Cardinale Walter Brandmüller non si era fatta attendere (vedi qui): il Cardinale aveva cercato di richiamare le corrette coordinate di interpretazione di un Concilio della Chiesa Cattolica, che lo radicano in una Tradizione che lo precede e lo segue.

Robert Moynihan, fondatore e capo redattore in Inside the Vatican, ha di recente ospitato tre nuovi interventi che arricchiscono il dibattito.

Il primo è un contributo del professor Anthony M. Esolen, traduttore di importanti classici della letteratura e firma di varie riviste online, tra le quali The Catholic World Report, The Catholic Thing e First Things. Esolen cerca di conciliare, è il caso di dirlo, il principio cattolico di interpretazione dei documenti magisteriali con l’evidenza del disastro delle riforme degli ultimi decenni, riforme che intendevano – a torto o a ragione – implementare l’indirizzo pastorale del Vaticano II.

«La scelta di “un’ermeneutica della continuità”, che l’arcivescovo Viganò afferma essere fallita, a me appare un’assoluta necessità che deriva da ogni possibile comprensione di ciò che sono la Chiesa, la verità e un autentico “sviluppo della dottrina”», come insegnava Newman. In questo senso, «se i documenti del Vaticano II possono essere letti in armonia con quanto la Chiesa ha sempre insegnato, allora lo si deve fare, a prescindere dalle intenzioni dei prelati e teologi responsabili».

Tre rimangono, secondo Esolen, gli snodi fondamentali da affrontare. Il primo è l’impossibilità di riferirsi allo “spirito del Concilio”, come criterio interpretativo dei testi, perché «lo spirito del Vaticano II è una finzione» e «non ci è consentito di indovinare l’idea dello Spirito Santo, quasi fosse un presidente tra gli attori politici del Concilio. Il Concilio non può pretendere di parlare a nome dello Spirito Santo, simpliciter» Non è una verità di fede ritenere che vi sia un’equazione tra i testi di un Concilio o le dichiarazioni di un Papa e la “voce” dello Spirito, mentre invece dobbiamo credere che in materia di fede e morale, la Chiesa non può errare: «Noi crediamo che lo Spirito Santo proteggerà la Chiesa dal proclamare errori».

Il secondo snodo dipende direttamente dal primo. Poiché evidentemente la Chiesa non può essersi sbagliata nel suo magistero lungo i secoli, e poiché «lo Spirito non può cambiare o contraddirsi», allora la pretesa di una “chiesa conciliare”, che guarda dall’alto al basso il suo passato, quando non addirittura con disprezzo, risulta un «non senso» ed un atto di presunzione: «Il modernista, avendo tagliato se stesso dai secoli precedenti, dichiara che lui solo non è determinato dal tempo e dallo spazio; lui o la direzione verso cui viaggia è assoluta, inevitabile, inequivocabile».

Terzo ed ultimo snodo: il Vaticano II, che si è autodefinito come un concilio pastorale, pastoralmente parlando «è stato un fallimento disastroso». Secondo il giudizio lapidario di Esolen, il Concilio ha voluto in qualche modo legare la Chiesa al mondo moderno; e siccome questo moderno è ormai un cadavere in putrefazione, sarebbe meglio seppellire il cadavere e tornare liberi. Il Vaticano II «dev’essere compreso nel contesto del suo tempo – e quel tempo è passato. Non ho parlato di errori. I suoi attuatori hanno realizzato poco bene e molti danni. Ora basta».

Più attento ai segni positivi degli anni post-conciliari è l’intervento di Padre Thomas G. Weinandy, cappuccino, teologo, consultore della Commissione Teologica Internazionale nel quinquennio 2014-2019, e capo della Conference Committee on Doctrine della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti, fino a novembre 2017, quando i vescovi statunitensi gli hanno chiesto di presentare le sue dimissioni a causa di una schietta lettera aperta rivolta a Papa Francesco. Padre Weinandy mette in luce quelli che ritiene essere i buoni frutti del Vaticano II: l’insegnamento e la persona stessa di Giovanni Paolo II, la nascita di nuovi ordini religiosi e di movimenti laicali, il rinnovamento autentico della teologia, attraverso un serio approfondimento dei Padri della Chiesa e dei Dottori.

Questa «grazia benevola» dello Spirito è stata accompagnata anche da una «grazia severa»: «lo spirito del Concilio potrebbe aver fornito l’occasione per far venire alla luce tutte le presenti difficoltà della Chiesa, difficoltà che erano già lì, profondamente radicate all’interno della Chiesa, prima del Concilio. Questi mali pertanto non possono essere attribuiti al Concilio stesso». Padre Weinandy fa notare che sarebbe «ingenuo che così tanti sacerdoti, prima del Concilio, fossero uomini di profonda fede, e poi, da un giorno all’altro, dopo il Concilio, siano stati corrotti dal Concilio o dallo spirito del Concilio, e abbiano così buttato a mare la loro fede e lasciato il sacerdozio». Lo stesso valga per i religiosi, i monaci, i laici. In questo senso la «grazia severa» dello Spirito Santo è stata quella di far emergere, nel preteso “spirito del Concilio”, «quanto la Chiesa era ed è stata fiacca nella fede ed anemica nella vita».

John C. Cavadini è professore di Teologia all’Università di Notrre-Dame. La sua riflessione si colloca sulla scia della precedente nel sottolineare i buoni frutti del Concilio, mettendo in luce soprattutto alcuni approfondimenti teologici, come il sacerdozio battesimale, la presenza, nelle chiese e confessioni non cattoliche, di elementi di verità e di grazia che le collegano con l’unica Chiesa di Cristo, la Chiesa cattolica, la dottrina sull’ispirazione presente in Dei Verbum, etc. Pertanto, rispondendo alla tesi di Viganò, secondo il quale i semi dell’attuale crisi erano stati piantati durante il Concilio, Cavadini domanda: «è il Vaticano II il seme cattivo? O il “seme” in questione è piuttosto la scelta sbilanciata dei teologi di sviluppare un filone dell’insegnamento conciliare, a scapito di occludere gli altri? Per non parlare dei pastori che hanno così tanto privilegiato il (vero!) bene di rendere accessibile e comprensibile l’insegnamento cristiano all’uomo moderno al punto di minimizzare la sua unicità e peculiarità come qualcosa di imbarazzante e fuori moda»

Nemmeno può essere una giustificazione per “sbarazzarsi” del Vaticano II la difficoltà di ricondurre la sua interpretazione nel solco della Tradizione. Cavadini richiama i sessant’anni di controversie seguite al Concilio di Nicea, allorché si riteneva che la formula homoousios contraddicesse «la condanna del vescovo eretico, Paolo di Samosata, che non credeva che il Figlio fosse una Persona distinta, o parimenti giustificava l’eresia del sabellianesimo». Per non parlare del contestatissimo Concilio di Calcedonia. In effetti, il Vaticano II non è l’unico Concilio ad avere “generato” divisione e confusione. Nel processo di chiarificazione qualcosa è stato compiuto, ma molto rimane ancora da fare.