• IL BELLO DELLA LITURGIA

Presentazione di Gesù al tempio, un affare di famiglia

La Presentazione di Gesù al Tempio è uno dei soggetti più frequentati dagli artisti nel corso dei secoli. Andrea Mantegna e Giovanni Bellini compresi: il confronto tra le loro due versioni, avendo il secondo, a distanza di una ventina di anni, ripreso e sviluppato l’idea compositiva del primo, è oggetto di un dibattito, ma è anche una questione di famiglia. I due, infatti, erano tra loro cognati.

Andrea Mantegna, Presentazione di Gesù al Tempio, Berlino -  Gemäldegalerie

Così dice il Signore Dio: "Ecco, io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me e subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate” (Ml 3,1)

La Presentazione di Gesù al Tempio, il giorno in cui Maria, seguendo le regole dell’osservanza ebraica, portò suo Figlio al cospetto del sacerdote Simeone, è il quarto dei misteri gaudiosi che si contemplano nella recita del Santo Rosario e, come tale, uno dei soggetti più frequentati dagli artisti nel corso dei secoli. Andrea Mantegna e Giovanni Bellini compresi: il confronto tra le loro due versioni, avendo il secondo, a distanza di una ventina di anni, ripreso e sviluppato l’idea compositiva del primo, è oggetto di un dibattito che ancora oggi appassiona le voci più autorevoli della storia dell’arte.

Anche perché, va detto, fu una questione di famiglia che, tra l’altro, coinvolse le più importanti botteghe pittoriche venete dell’epoca. I due, infatti, erano tra loro cognati, avendo il padovano Mantegna preso in moglie la sorella del veneziano Bellini, Nicolosia. Gli sposi compaiono nel dipinto ora a Berlino, testimoni diretti dell’episodio evangelico, nonostante entrambi i loro sguardi siano rivolti altrove, verso una direzione indefinita. La loro presenza è dettaglio utile alla datazione dell’opera che si collocherebbe tra il 1454 e il 1455: a metà degli anni Settanta risalirebbe, invece, il lavoro di Bellini.

Giovanni Bellini, Presentazione di Gesù al Tempio, Venezia -  Fondazione Querini Stampalia

Le due interpretazioni, che fissano - l’una sul lino l’altra nel legno - il momento sospeso e infinito del tempo in cui l’anziano sacerdote riconosce nel Bambino Gesù il Messia, seppure molto simili, risultano essere molto diverse tra loro. “Scolpì in pittura”, ebbe a dire di Mantegna un letterato a lui contemporaneo, cogliendo la peculiare cifra pittorica del maestro che sembra, anche in questo caso, conferire alle solenni figure, emergenti dal fondo scuro, un saldo rilievo scultoreo, enfatizzato dalla cornice di marmo dalla quale sono rigorosamente, e gerarchicamente, inquadrate. Mantegna introduce lo spettatore nello spazio dipinto creando un’immediata continuità con quello reale attraverso la sporgenza del gomito della Vergine, del cuscino di velluto prezioso su cui poggia il Neonato e della mano di Simeone, pronta a sostenere il corpicino completamente avvolto da fasce di un bianco cangiante. Arretrato rispetto ai protagonisti, in posizione centrale, san Giuseppe, lo sguardo intenso e concentrato, adempie il compito a lui assegnato, quello di custode di Maria e di Gesù. Le aureole dorate dei personaggi - coniugi Mantegna esclusi - contribuiscono ad accentuare la sacralità della scena.

Recuperando questo stesso modello, Giovanni Bellini lo rinnova a suo modo, ammorbidendo le figure con effetti di luce che addolciscono l’atmosfera e la rendono più reale, più umana. Scompaiono i nimbi dorati e la cornice marmorea si trasforma in un semplice parapetto che consente al pittore di allargare la visione complessiva nella quale introduce altri due personaggi, creando attorno alla scena principale un dialogo di sguardi ed emozioni, lontano dalla severità mantegnesca; complici una scelta cromatica più calda e gli occhi del giovane sulla destra che sembrano reclamare anche la nostra attenzione.

Pur con linguaggi diversi i due maestri ci mettono di fronte a una giovane Madre che vorrebbe quasi trattenere il suo Bambino che ancora stringe a Sé, consapevole del destino cui Egli è chiamato, intravisto nelle parole appena pronunciate dal sommo sacerdote: “e anche a te una spada trafiggerà l’anima”. E ci presentano un Figlio, lo sguardo presago perso in lontananza, avvolto in strette fasce che richiamano il sudario che, se da una parte rimanda al Suo estremo sacrificio sulla Croce, dall’altra ricorda quel bianco lenzuolo lasciato nella Sua tomba vuota, segno inequivocabile dell’avvenuta Resurrezione.