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«Preghiera e adorazione contro chi adora il male»

La Calabria conosce le conseguenze del peccato che nasce dall'adorare il male: «La 'ndrangheta è questo, adorazione del male e disprezzo del bene comune. Questo male va combattuto». Lo ha detto papa Francesco nella sua visita di un giorno a Cassano all'Jonio.

Papa Francesco a Cassano

Il 21 giugno 2014 Papa Francesco ha visitato, in un viaggio apostolico di un giorno, la diocesi di Cassano all'Jonio, in provincia di Cosenza, in Calabria. In una zona tormentata dalla criminalità organizzata, più che proporre ricette sociali, il Pontefice ha invitato sacerdoti e laici alla preghiera e all'adorazione, vero antidoto alla 'ndrangheta che «adora il male».

Tre sono stati i momenti pubblici del viaggio del Papa: l'incontro con i detenuti nel carcere di Castrovillari, quello con i sacerdoti nella cattedrale di Cassano all'Jonio, e infine la Messa nella Piana di Sibari. Nella casa di detenzione, Papa Francesco ha incontrato il padre, detenuto, e le nonne di Nicola «Cocò» Campolongo (2010-2014), il bambino di tre anni bruciato e ucciso in un agguato della 'ndrangheta. «Mai più succeda che un bambino debba avere queste sofferenze», ha ammonito il Pontefice. Ai detenuti e al personale del carcere Francesco ha ricordato - citando esplicitamente il Magistero di Benedetto XVI in tema di funzione della pena - l'importanza del «rispetto dei diritti fondamentali dell'uomo e l'esigenza di corrispondenti condizioni di espiazione della pena», che non può essere «strumento di sola punizione e ritorsione sociale». La buona politica penitenziaria, però, «non è ancora sufficiente, se non è accompagnata e completata da un impegno concreto delle istituzioni in vista di un effettivo reinserimento nella società» degli ex-detenuti.

Per questo reinserimento, la religione e la Chiesa possono dare un contributo fondamentale. Infatti «un vero e pieno reinserimento della persona non avviene come termine di un percorso solamente umano. In questo cammino entra anche l’incontro con Dio». «Il Signore - ha detto il Papa - è un maestro di reinserimento: ci prende per mano e ci riporta nella comunità sociale». Realisticamente, occorre che il detenuto consideri che in lui c'è una «resistenza» alla grazia del Signore, e che questa non può essere accolta senza la disponibilità e l'impegno di conversione.

Il Signore «sempre perdona, sempre accompagna, sempre comprende; a noi spetta lasciarci comprendere, lasciarci perdonare, lasciarci accompagnare».

Ai sacerdoti, che operano in condizioni difficili, il Pontefice ha raccomandato di non dimenticare mai la gioia e la fraternità. Qualunque cosa accada, ha implorato il Papa, non deve mai andare persa «la gioia di essere preti. La sorpresa sempre nuova di essere stato chiamato, anzi, di essere chiamato dal Signore Gesù. Chiamato a seguirlo, a stare con Lui, per andare agli altri portando Lui, la sua parola, il suo perdono… Non c’è niente di più bello per un uomo di questo, non è vero?».

Vivere questa gioia richiede, ha spiegato il Pontefice, che il sacerdote dedichi tempo adeguato alla preghiera: «Quando noi preti stiamo davanti al tabernacolo, e ci fermiamo un momento lì, in silenzio, allora sentiamo lo sguardo di Gesù nuovamente su di noi, e questo sguardo ci rinnova, ci rianima…». È questo incontro che talora manca al sacerdote, e allora manca anche la gioia: «a volte non è facile rimanere davanti al Signore; non è facile perché siamo presi da tante cose, da tante persone…; ma a volte non è facile perché sentiamo un certo disagio, lo sguardo di Gesù ci inquieta un po’, ci mette anche in crisi…».

Ma in realtà solo «nel silenzio della preghiera Gesù ci fa vedere se stiamo lavorando come buoni operai, oppure forse siamo diventati un po’ degli “impiegati”; se siamo dei “canali” aperti, generosi attraverso cui scorre abbondante il suo amore, la sua grazia, o se invece mettiamo al centro noi stessi, e così al posto di essere “canali” diventiamo “schermi” che non aiutano l’incontro con il Signore, con la luce e la forza del Vangelo».

Un prete che prega è un prete gioioso, che vivrà anche con i confratelli «la bellezza della fraternità: dell’essere preti insieme, del seguire il Signore non da soli, non uno a uno, ma insieme, pur nella grande varietà dei doni e delle personalità; anzi, proprio questo arricchisce il presbiterio, questa varietà di provenienze, di età, di talenti». Beninteso, «questo non è facile, non è immediato e scontato. Prima di tutto perché anche noi preti siamo immersi nella cultura soggettivistica di oggi, questa cultura che esalta l’io fino a idolatrarlo. E poi a causa di un certo individualismo pastorale che purtroppo è diffuso nelle nostre diocesi». La fraternità difficile oggi richiede un impegno e una «scelta».

Concludendo l'incontro con i sacerdoti il Papa ha chiesto loro un «lavoro con le famiglie e per la famiglia. È un lavoro che il Signore ci chiede di fare in modo particolare in questo tempo, che è un tempo difficile sia per la famiglia come istituzione, sia per le famiglie, a causa della crisi. Ma proprio quando il tempo è difficile, Dio fa sentire la sua vicinanza».

Anche ai laici nell'omelia della Messa conclusiva - forse spiazzando chi si aspettava un intervento più «politico» - il Papa ha raccomandato anzitutto preghiera e adorazione.

Ma quando «all’adorazione del Signore si sostituisce l’adorazione del denaro, si apre la strada al peccato, all’interesse personale e alla sopraffazione. Quando non si adora Dio, il Signore, si diventa adoratori del male come lo sono coloro i quali vivono di malaffare e di violenza». La Calabria, ha proseguito Francesco, «conosce i segni e le conseguenze di questo peccato! La ’ndrangheta è questo! Adorazione del male e disprezzo del bene comune. Questo male va combattuto, va allontanato. Bisogna dirgli di no!». I mafiosi «non sono in comunione con Dio: sono scomunicati!».

Solo adorando e pregando - ed evangelizzando, ma questo nasce dall'adorazione - «rinunciamo a Satana e a tutte le sue seduzioni; rinunciamo agli idoli del denaro, della vanità, dell’orgoglio, del potere, della violenza. Noi cristiani non vogliamo adorare niente e nessuno in questo mondo se non Gesù Cristo, che è presente nella santa Eucaristia. Forse non sempre ci rendiamo conto fino in fondo di ciò che significa questo, di quali conseguenze ha, o dovrebbe avere questa nostra professione di fede».

Adorare e pregare non è una fuga dai problemi concreti. Aiuta i giovani a «non farsi rubare la speranza», converte i cuori e cambia il mondo.