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Persone ridotte a genitali. Squallidi i poster di Netflix

Le fermate delle metropolitane di Milano sono da giorni tappezzate da cartelloni pubblicitari di vagine e peni camuffati, per pubblicizzare la serie tv di Netflix Sex Education, all’insegna del sesso usa e getta. Poster squallidi, a cui sono esposti adulti e bambini, e che sono espressione di un pensiero che disumanizza uomini e donne.

L’annuncio del ritorno della terza stagione della serie tv di Netflix Sex Education è di metà agosto, ma l’impatto vomitevole dei cartelloni pubblicitari di vagine e peni (immagini esplicite seppur costruite con frutti, fiori e verdure) in tutte le metropolitane di Milano, e anche all’aria aperta, è un attacco al senso del pudore di ciascuno di noi.

La terza serie di Netflix inizia con il sesso in una macchina, in un salotto, in una varietà di camere da letto adolescenziali. Ci sono incontri casuali, relazioni impegnate, sesso di gruppo, da soli, virtualmente, suonando la batteria... È una suonata unica ed esplicita di rapporti sessuali di ogni genere e poi orgasmi su note frenetiche e martellanti. La banalizzazione dei rapporti sessuali slegati da ogni procreazione, il fango puro sulla bellezza e purezza della sessualità, la propaganda a buon mercato di una diseducazione sessuale che sconcerta adulti e spinge i ragazzi alla cosificazione dell’altro, maschio o femmina che sia.

Come ricordava il Guardian nelle scorse settimane, “la comedy-drama di Netflix è iniziata solo nel 2019, ma grazie al suo appeal intergenerazionale e multinazionale sembra già parte del panorama culturale. Lo spettacolo (…) sulla vita adolescenziale, che in questa terza stagione vedrà le peripezie (…) di una nuova Preside della scuola superiore della cittadina di Moordale che vuole insegnare l’astinenza sessuale” agli alunni, ormai abituati ad ogni aspetto del sesso take away.

Non è obbligatorio vedere la serie, nemmeno per gli abbonati alla piattaforma Netflix, ma rimane sconcertante la pubblicità che ha invaso tutte le fermate delle metropolitane milanesi. Da almeno 15 giorni, tutti, bambini compresi, sono esposti a manifesti pornografici alle fermate della città della Madonnina, immagini nemmeno troppo camuffate di vagine e peni e accompagnate dal mantra: “Se la/lo vediamo in forme diverse è perché non ce n’è una sola. Ognuna è perfetta, anche la tua”. Sono un inno ad una sessualità compressa negli organi genitali, un’evocazione al sesso proprio e dell’altro come oggetto, alla banalizzazione delle diversità e genialità maschili e femminili.

Quale messaggio si vuol dare con questa campagna massiccia e ossessiva per le 900 mila persone di ogni età che usano quotidianamente la metropolitana milanese? Abbiamo il sospetto che non sia solo la visione della serie televisiva, seppur scurrile, piena di riferimenti alla dottrina Lgbt, densa di fluidità di generi e istinti sessuali, centrata sul “fare sesso” come unica fonte di piacere nelle relazioni interpersonali; non è solo l’amore e la sete di verità di sé e dell’altro, la complementarità (base di un amore maturo) che si vuole distruggere; un ulteriore messaggio che si vuole veicolare è chiaro: il corpo è un mezzo usa e getta di piacere sessuale proprio e altrui, laddove la contraccezione e l’aborto sono gli strumenti per deresponsabilizzare sé stessi rispetto agli atti che si compiono e per marcare l’insignificanza della propria e altrui esistenza.

Certamente il messaggio diseducativo di serie tv e manifesti pubblicitari così avrà dei risvolti drammatici nella società italiana per la sua erosione dell’ultimo velo di santo pudore dei tanti bimbi, giovinetti e ragazzini che ogni giorno riempiono le metropolitane milanesi. L’educazione al bello e al vero è tutt’altro, e il senso civico non dovrebbe permettere uno scempio tale.

Contro i cartelli pubblicitari con la loro ‘genitalizzazione’ delle immagini di banane, ostriche, cactus e orchidee e i loro slogan banalizzanti, si sono alzate proteste di associazioni cattoliche e pochi esponenti di partiti politici di destra. Le donne dove sono? Non solo le femministe, le donne che ogni giorno usano i mezzi pubblici milanesi e che si vedono rappresentate come esseri definiti dalla sola vagina, che vengono dipinte sui muri come oggetti vaginali, non hanno nulla da dire? Non di meno gli uomini, i tanti lavoratori, professionisti, funzionari pubblici che dalle periferie quotidianamente si recano a Milano, non hanno provato quel “conato di vomito” che ha assalito noi, quando scesi alle fermate di Cadorna, Duomo, Porta Romana ci siamo intimamente sentiti schiaffeggiati da vagine e peni buttati in faccia? Nessuno che alzi la mano, riaffermi la verità e dignità umana di essere maschi e femmine, ben al di là del proprio organo genitale?

Tutto ciò sconvolge e, nello stesso tempo, ci dimostra a quale livello di omologazione al pensiero unico si siano adeguati molti dei nostri concittadini. Questo interpella la nostra responsabilità e coscienza. La genitalizzazione delle immagini dei manifesti milanesi è parte di una ben più ampia campagna globale di annichilimento dell’umano femminile. Non a caso ha destato scandalo il numero del 25 settembre della rivista medica inglese The Lancet con le sue parole in prima pagina: “Storicamente, l’anatomia e la fisiologia dei corpi con vagina sono state trascurate”. Dire “corpi con vagina”, invece di donne, camuffare gli organi genitali maschili e femminili nei manifesti sono tutti passi verso la disumanizzazione di uomini e donne. Il direttore della rivista, Richard Horton, ha almeno tentato di raffazzonare delle scuse. Chi si scuserà con gli utenti delle metropolitane milanesi?

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