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Pell, l’Alta Corte accetta di esaminare il ricorso

Dopo la condanna per presunti abusi sessuali nei primi due gradi di giudizio, l’Alta Corte ha annunciato che esaminerà il ricorso presentato dal cardinale, che si è sempre detto innocente. E fin qui condannato sulla base di una sola, contraddittoria testimonianza. È probabile che il tribunale, composto da sette giudici, si occupi del caso Pell nei primi mesi del 2020.

Finalmente l’Alta Corte di Giustizia australiana si è pronunciata, e ha annunciato che esaminerà il ricorso presentato dal cardinale George Pell, condannato per abusi sessuali in un processo che ha diviso profondamente il Paese, e ha fatto sorgere molti dubbi, non solo nei cattolici, sul corretto funzionamento della giustizia in Australia. È necessario ricordare infatti che il porporato è stato condannato in base alla sola testimonianza - non corroborata da nessuna prova o altra testimonianza - del suo accusatore, senza che si sia tenuto conto delle testimonianze che scagionavano il prelato, e delle contraddizioni e correzioni da parte del suo accusatore. Un primo processo si era concluso con un verdetto di 10-2 della giuria per la non colpevolezza. Il giudice aveva chiesto però un’altra corte, che poi ha condannato Pell.

Pell è accusato di aver obbligato due ragazzi del coro - dopo una Messa solenne in cattedrale, e ancora vestito dei paramenti sacri - a compiere atti sessuali nella sacrestia in una domenica imprecisata del 1996, e per aver toccato in maniera impropria uno dei due ragazzi in un corridoio. L’accusa era basata sulla testimonianza di una delle presunte vittime, accusa mossa diversi lustri dopo l’accaduto. La seconda presunta vittima è morta nel 2014 per overdose, ma aveva negato, parlando con la madre, che si fosse verificato un abuso mentre era membro del coro.

Una quantità di elementi rendono poco credibile l’accusa. E fra l’altro non è stato permesso alla difesa di mostrare alla giuria un video in cui si evidenziava come fosse improbabile, se non impossibile, quello che sosteneva il denunciante, in una situazione di affollamento e di continuo passaggio di persone. Fra l’altro Pell, che era stato nominato da poco arcivescovo, aveva l’abitudine, dopo la Messa, e prima di spogliarsi dei paramenti, di fermarsi a parlare e salutare i fedeli alla porta della chiesa, un’operazione che poteva anche durare mezz’ora. Ma naturalmente, visto che non era indicata dall’accusa la data del presunto delitto, una smentita precisa era impossibile.

Dopo la prima condanna Pell, che si è sempre dichiarato innocente, ha presentato ricorso in appello, alla Corte dello Stato di Vittoria. Il problema esaminato dall’appello era se la giuria avesse preso adeguatamente in considerazione tutte le prove presentate in difesa del cardinale, o avesse raggiunto la convinzione della colpa nonostante la dimostrazione di un chiaro "ragionevole dubbio".

I tre giudici d’Appello si erano divisi sulla vicenda. Il giudice supremo Anne Ferguson e il presidente della Corte, Chris Maxwell, avevano deciso il rigetto dell'appello di Pell, dando fiducia all’accusatore. Ma il giudice Mark Weinberg aveva osservato che la totalità delle prove contro il cardinale consisteva nella testimonianza di un singolo accusatore, mentre più di 20 testimoni si erano presentati per testimoniare contro l’accusa. Weinberg ha fatto rilevare che anche la “ragionevole possibilità” che le affermazioni dei testimoni potessero essere vere avrebbe dovuto condurre a un’assoluzione. E aveva scritto che al cardinale Pell era stato chiesto in maniera impropria di stabilire “l’impossibilità” del suo delitto, e non semplicemente di stabilire un ragionevole dubbio.

La memoria scritta di Weinberg, ampia e dettagliata, ha avuto un’eco notevole sulla stampa australiana, generalmente orientata in maniera pregiudiziale contro Pell e la Chiesa cattolica. Molti commentatori sui media, e personalità della comunità legale australiana hanno espresso preoccupazioni sul meccanismo della condanna e sulle implicazioni che questo meccanismo, al di là del caso Pell, potrebbe avere per gli standard di prova nei processi penali.

In questa situazione di oggettiva debolezza del duplice verdetto, com’era ovvio, gli avversari del cardinale hanno lottato fino all’ultimo per sostenere che non c’era ragione che l’Alta Corte di Giustizia si occupasse del caso. Ora è giunta la decisione dell’Alta Corte di Canberra. È probabile che la Corte si occupi del caso Pell nei primi mesi del 2020. Una corte di sette giudici prenderà la decisione. Ogni giudice deciderà sulle questioni sollevate dall’appello, e probabilmente produrrà una memoria scritta, che illustrerà la sua decisione. Le memorie verranno consegnate in una data fissata dopo la fine delle udienze di appello. Non sarà necessario raggiungere l’unanimità; la decisione verrà presa a maggioranza semplice.

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