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Pascoli e l’attesa della buona novella

Notissimi sono i componimenti di Pascoli legati alla morte del padre, all’infanzia e alla natura, così come i giudizi sul suo impressionismo. Raramente, invece, si è sottolineata la domanda religiosa del poeta che emerge in poesie come l’Avemaria o l’Angelus, o nella sezione dei Poemi conviviali intitolata, significativamente, La buona novella. Segno del suo incontro con Cristo.
L'ESERCITAZIONE

Ricordo come fosse ieri la traccia che avevo svolto per gli Esami di Maturità (come si chiamavano in quell’anno) del 1990 su Pascoli:

Sviluppate e discutete il seguente giudizio su Pascoli: «L’esattezza e la limpidezza sono i pregi più manifesti in tutta quanta la poesia del Pascoli. Egli è un poeta rurale. Il sentimento che egli ha della natura è profondo, tranquillo e casto. Egli ama, più che le solitudini, i campi animati dal lavoro umano. Lo attraggono le bellezze umili della terra più che gli spettacoli grandiosi».

Il tema di letteratura su Pascoli, formulato a partire da una citazione di D’Annunzio, invitava il candidato a commentare la vulgata più comune sul poeta romagnolo su cui personalmente dissentivo totalmente, perché riduceva la lettura del grande poeta a giudizi parziali e provenienti solo da alcune poesie più note.

Conosciuti a tutti sono i componimenti di Pascoli legati alla morte del padre (su tutti X agosto, La cavallina storna). Molti hanno apprezzato i versi che descrivono la campagna (Novembre, Lavandare, Arano, L’assiuolo) o la natura (Temporale, Tuono, Lampo) o ancora le rime che vagheggiano la dimensione del ricordo dell’infanzia e della famiglia (L’aquilone, Digitale purpurea, Suor Virginia).

Come non ricordare i bellissimi versi di Novembre in cui, di fronte ad una giornata dall’aria tersa e cristallina, il poeta pregusta l’arrivo della bella stagione, ma coglie poi l’inganno alla vista della caduta delle foglie nel silenzio della natura. O come dimenticarsi della nostalgia di quella donna che vorrebbe il ritorno dell’amato e si sente nella profondità del cuore proprio come un aratro, lasciato in mezzo ad un campo a riposo. A che serve? A nulla. Siamo nati per amare e questo si scopre nell’esperienza di essere amati.

Noti a tutti sono anche i giudizi critici di Romano Luperini sul simbolismo e sull’impressionismo della scrittura di Pascoli o quelli di Gianfranco Contini sull’ibridismo del linguaggio pregrammaticale (commisto di onomatopee come «fru fru fra le fratte») e di quello postgrammaticale (specialistico o gergale come nei versi «un ribatte la porca con sua marra paziente»). Non si contano i saggi di critica letteraria che hanno perlustrato la scrittura pascoliana da un punto di vista tecnico.

Di rado, però, si è sottolineata la domanda esistenziale e religiosa che anima le raccolte di Pascoli. Pensiamo a poesie come La felicità, La grande aspirazione, La vertigine, testi in cui l’uomo è descritto come desiderio e capacità di infinito, o a componimenti in cui Pascoli palesa la sua fede e la sua esperienza di incontro con Cristo, ad esempio L’Angelus, L’Avemaria o la sezione dei Poemi conviviali intitolata La buona novella.

A differenza della bestia, che si accontenta soltanto di soddisfare il bisogno fisico, l’uomo ha una «grande aspirazione» (Primi poemetti), come recita il titolo di una bellissima poesia di Pascoli. L’uomo è come un albero, ben radicato alla terra, ma che vorrebbe avere le ali per volare e si protende, così, verso il cielo. Questa brama di conoscere e quest’aspirazione al cielo non possono rimanere senza risposta.

Già dal mattino, al risveglio (si legga la poesia La felicità appartenente a Myricae), l’animo del poeta ha in sé il desiderio di compimento («Quando, all’alba, dall’ombra s’affaccia,/ discende le lucide scale/ e vanisce») che lo mette in movimento, non lo fa star tranquillo tanto che insegue quella parvenza di felicità che ha avvistato fin dall’inizio della giornata («ecco dietro la traccia/ d’un fievole sibilo d’ale,// io la inseguo per monti, per piani,/ nel mare, nel cielo: già in cuore/ io la vedo, già tendo le mani,/ già tengo la gloria e l’amore»). Alla sera, dopo le sofferenze passate, la felicità sembra ancora lontana e non esperibile in pienezza. Per tutta l’esistenza, cercando l’amore e la fama si insegue la felicità. Quando abbiamo l’impressione di averla raggiunta, arriva la morte.

In maniera fantastica Pascoli rappresenta questa condizione esistenziale come una vertigine nell’omonima poesia appartenente ai Nuovi poemetti. Un bimbo che ha perso il senso di gravità guarda gli uomini e li vede «immersi nell’eterno vento». Per questo esclama: «Voi vedo, fermi i brevi piedi al loto,/ai sassi, all’erbe dell’aerea terra,/[…] pender giù nel vuoto». Il bimbo si sorprende della condizione dell’uomo che è «pendulo», proprio lui che si sente eretto. Così, perso il senso di gravità, cerca di aggrapparsi «a una rupe, a un albero, a uno stelo,/ a un filo d’erba, per l’orror del vano!// a un nulla, qui, per non cadere in cielo!». La notte accentua il desiderio del bimbo di sprofondare nel cielo fino a giungere al termine ultimo, al fine e al senso di tutto, fino a incontrare Dio. Un desiderio intensissimo di trovare un fondamento, o forse un’origine e un fine («sperar…che cosa?/La sosta! Il fine! Il termine ultimo! Io,/io te, di nebulosa in nebulosa,//di cielo in cielo, in vano e sempre, Dio!»).

La stessa storia del pensiero e della cultura è una ricerca inesausta di senso, rappresentabile da un libro sul leggio di un terrazzo, sfogliato dal vento (si veda Il libro da I nuovi poemetti). Le pagine ad un certo punto si fermano come se fosse stato svelato il Mistero, poi ad un certo punto il vento riprende a rigirare le pagine, in eterno, alla ricerca della verità ancora non pienamente raggiunta.

Per Pascoli ogni uomo è non solo desiderio d’infinito e di felicità, ma anche di amore e di perdono, necessità di una presenza che accompagni la sua vita. Ne I due orfani (da I primi poemetti) Pascoli ci racconta di due bimbi che, una sera, spaventati per un temporale, nella loro camera non riescono a prendere sonno e cercano di farsi compagnia parlando e riempiendo di parole il silenzio. Ogni rumore, anche il più impercettibile, provoca in loro una sensazione di pericolo. I due bimbi sono ora più buoni solo perché non hanno più nemmeno il coraggio di giocare e di litigare, ora che non ci sono più i genitori. I bimbi fanno i capricci perché sanno che c’è qualcuno che li ama e che è disposto a perdonarli e ad abbracciarli nonostante i loro difetti e i loro continui errori. Quando non c’è una presenza amorosa che lo abbracci e che gli voglia bene, l’uomo è incapace di affrontare la realtà, è preso dal dubbio e dalla paura, che può tramutarsi in angoscia. Perché l’uomo possa vivere con entusiasmo e con baldanza deve riconoscere una presenza buona che gli permetta di rialzarsi nonostante tutti gli errori che possa compiere.

Nella tradizione e nell’esperienza cristiana è la chiesa che tiene desto il senso religioso dell’uomo e che, nel contempo, è compagnia nelle gioie e nelle fatiche quotidiane, come si evince dalle poesia Angelus (Primi poemetti). È un Pascoli dalla fede certa, poco letto e che non compare mai nelle antologie scolastiche, quello che emerge in questi versi. Pascoli è qui testimone della risposta che nella realtà e nella storia si è rivelata alle domande esistenziali dell’uomo, quel Mistero che si è fatto carne attraverso il «sì» di Maria. La preghiera si fa invocazione che il lavoro umano, la fatica e la sofferenza non siano inutilmente spesi, che nel quotidiano si riveli ancora quel Mistero che da piccolo seme è cresciuto in pianta, da grumo di cellule è divenuto uomo, da un «sì» di una donna si è tradotto in un’umanità cambiata:

Tu che nascesti Dio dal piccolo Ave,

dalla sorrisa paroletta alata/(disse la voce tremolando grave):

[…] fa’ che non in vano

nei duri solchi quella gente in riga

semini il pane suo quotidïano.

Nella poesia Il viatico, Pascoli descrive un piccolo quadretto di campagna, una scena di vita di paese, animata dal suono delle campane a martello che chiamano la gente a pregare per un vecchio che sta morendo. Una processione avanza verso la sua casa, i bimbi cantano, il prete gli sta portando l’Eucarestia. L’unica richiesta di questo vecchio è Cristo, presente nell’ostia. In quel breve attimo che lo separa dall’eternità ignota egli vuole essere accompagnato da Gesù. Non c’è nulla che si possa mettere da parte, che si possa portar via con sé nell’eternità. Negli ultimi istanti il vecchio

ancor cerca, ancor pensa

al niente, al niente che gli occorre,

a un piccolo perché,

nel piccolo passo, ch’è un volo

di mosca, ch’è un attimo solo….

Quell’uomo rappresenta la condizione di ciascuno di noi. Il desiderio che Gesù sia vicino e compagno nell’ora del trapasso è anche il suo. La compagnia dei credenti si presenta, così, nel suo compito di testimoniarci Gesù, di annunciarcelo e di «portarcelo» anche e soprattutto in punto di morte. Cristo è la rocca incrollabile, che non delude. Così il poeta esprime la sua speranza:

Quel giorno anche per me, campane,

sonate pur così, / quel canto, in quell’ora, s’inalzi,

portatemi, o piccoli scalzi,

portatelo anche a me quel pane,

sul vostro mezzodì.

Nella sezione intitolata La buona novella, tratta dai Poemi conviviali, si racconta dell’attesa del Messia e della sua nascita. Due sono le parti: In Oriente e In Occidente. Nella prima sono presentati dei pastori che richiamano il pastore errante dell’Asia di leopardiana memoria. I pastori sono in perenne attesa di una risposta dal Cielo, stanchi di aspettare con la loro domanda sempre lì, ineludibile, mentre il gregge si accontenta di pascersi. Come le stelle, anche i pastori non cessano mai di viaggiare. Uno dei pastori di nome Math canta: «O Dio, noi siamo come questa greggia/ che va e va, nè posso dir che arrivi,/ nemmen se giunga al pozzo della reggia!». Un altro pastore tesse l’elogio del gregge, inconsapevole della morte e senza la domanda d’infinito nel cuore. Allora accade un fatto. Un canto invade i cieli e annuncia: «pace/ sopra la terra!». Un angelo annuncia: «Gioia con voi! Scese/ Dio sulla terra».

Ecco la buona novella, il Vangelo: Dio si è fatto uomo! I pastori si mettono in moto verso Betlemme ove un angelo mostra la capanna dove è nato il Messia. Entrando nella capanna, Math dice alla Madonna che i pastori stanno cercando colui che vive, colui che non muore. Risponde Maria: «Il figlio mio/ morrà […]/ in una croce… - Dio…-».

È la stessa croce che abbiamo trovato nel X agosto, che permette di guardare diversamente la nostra croce, la nostra sofferenza. Allora tutto l’universo si rivolge a quel Bambino come a colui che è l’atteso da sempre. Che distanza, però, da quel Cielo immobile e lontano del «X agosto»!

Nella parte In Occidente viene presentata la Roma immortale, centro del mondo, conquistatrice degli altri popoli, che dorme. Sembra di avvertire un contrasto tra quei semplici pastori che attendono da un lato (perché non sono sazi di quanto hanno) e il gregge che si accontenta di nutrirsi e Roma che dorme soddisfatta delle sue conquiste dall’altro. Scrive Pascoli:

Roma dormiva, ebbra di sangue. […]

Roma dormiva. Uno vegliava, un Geta

gladiatore. Egli era nuovo, appena

giunto: il suo piede, bianco era di creta.

Quest’uomo è solo, lì, ferito, di fronte alla luna ad attendere. Finalmente giunge dalla Giudea un angelo «bianco nella notte azzurra» ad annunciare la pace sulla Terra. Ecco la conclusione:

Vegliava, il Geta… Entrò l’angelo: pace!

disse. E nella infinita urbe de’ forti

sol quegli intese. E chiuse gli occhi in pace.

Sol esso udì; ma lo ridisse ai morti,

e i morti ai morti, e le tombe alle tombe

e non sapeano i sette colli assorti,

ciò che voi sapevate, o catacombe.

Il gladiatore può finalmente morire in pace, ora che la buona novella si è fatta carne.

L'ESERCITAZIONE

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