• PREMIO HITLER

Parlare di "nazisti verdi" non è esagerato

Non è un caso che Federfauna assegni agli animalisti il Premio Hitler di quest'anno. Non solo minacciano Caterina Simonsen, malata grave, curata anche grazie alla sperimentazione animale. Non solo ostentano violenza. Il pensiero animalista stesso presenta inquietanti analogie col nazismo.

Hitler e la sua cagna Blondi

Il 24 novembre scorso, Federfauna ha consegnato il Premio Hitler 2014 alla categoria degli animalisti che insultano e minacciano Caterina Simonsen.

Piccolo ripasso. Federfauna è il sindacato di allevatori, commercianti e detentori di animali. Ovviamente, il nemico acerrimo di queste tre categorie è l'animalismo. Caterina Simonsen è una ragazza affetta da quattro rare malattie che rendono difficilissima la sua esistenza, ha osato postare un ringraziamento su Facebook ai medici e ricercatori che praticano la sperimentazione animale (grazie alla quale è ancora viva) e per questo è stata insultata e minacciata di morte da orde di animalisti da tastiera. In ottobre, la Simonsen ha pubblicato il suo libro autobiografico “Respiro dopo respiro” e gli animalisti sono tornati alla carica, con messaggi minacciosi di ogni genere. Uno di questi, il più impressionante, recita (al netto delle k stenografiche e degli svarioni grammaticali) “Non è giusto che usino animali per trovare la cura. Perché non usano persone?” come cavie, si intende. Giustamente questa gente si è meritata il premio Hitler, che Federfauna aveva istituito l'anno scorso e assegnato al ministro Brambilla, animalista convinta, che voleva abolire il pluri-secolare Palio di Siena. 

Il problema è che gli animalisti, in questo periodo, non si sono limitati a minacciare una ragazza gravemente ammalata. Hanno anche gioito pubblicamente per la morte di Diego Moltrer, presidente del Consiglio della Provincia Autonoma di Trento e “colpevole” di essere stato favorevole alla cattura dell'orsa Daniza. Oltre che di essere un cacciatore.

Proprio il caso Daniza, l'orsa che metteva in pericolo pascoli e pastori che, alla fine, è morta durante il tentativo di cattura, ha provocato un dibattito parlamentare senza precedenti, ma ha soprattutto provocato una vera sollevazione in rete. E' incredibile leggere commenti sui social network che inneggiano impunemente alla morte di un uomo. E' un fenomeno che ricorda il terrorismo degli anni di piombo. Sicuramente saranno quasi tutti leoni da tastiera, quelli che augurano al defunto Moltrer di “marcire all'inferno”. Non è l'equivalente di una gambizzazione il messaggio mandato da Enrico Rizzi, leader del Partito Animalista Europeo (“Infame, adesso sai cosa vuol dire morire”). Ma la storia insegna che, in ogni fenomeno violento, 1000 insultano e 1 spara. Magari l'unico che non ha postato tweet o post su Facebook, ma sta covando vendetta in silenzio per tanti animali uccisi.

Perché proprio Hitler e perché il 24 novembre? Normalmente Hitler è evocato per ogni persona che si vuol denigrare. E' ormai sinonimo di “nemico” e gli animalisti stessi lo citano per insultare cacciatori, scienziati che praticano sperimentazione animale. E i vegani, che rifiutano ogni tipo di cibo animale o suo derivato, danno del nazista a chi mangia, non solo un pollo, ma anche un semplice formaggino. Ma nel caso del premio di Federfauna, il dittatore tedesco non è citato a caso. Perché Hitler, quel 24 novembre del 1933, promulgò la sua prima legge. Che istituiva la salvaguardia dei “diritti degli animali”. Rileggere quelle norme è molto utile per capire da dove arrivi la mentalità animalista. Perché contengono già tutte le richieste degli estremisti verdi dei giorni nostri. Vietavano la sperimentazione animale “non necessaria”, sottoponendola a rigidi controlli e richiedendo una specifica autorizzazione politica. Limitavano l'uso degli animali nei circhi e negli spettacoli. Comminavano pene severe, cioè anni di detenzione, per chi fosse accusato di violenze e maltrattamenti su animali. Obbligavano all'uso dell'anestesia per operazioni, macellazioni ed esperimenti considerati necessari.

Apparentemente, tutte queste norme hanno un volto molto umano. L'uomo, custode del creato, tutela moralmente la flora e la fauna. Tuttora, i gravi maltrattamenti gratuiti contro animali, specie animali domestici, sono giustamente puniti (anche se non così severamente come ai tempi del nazismo), perché sono comunque una possibile premessa di un comportamento violento anche contro gli uomini. Ma può lasciare allibiti, allora, la contraddizione mostruosa di un regime che obbligava a praticare l'anestesia anche su un crostaceo prima di bollirlo, ma poi permetteva ai suoi scienziati delle SS di bollire vivi (e senza anestesia) gli ebrei nei campi di sterminio. Imponeva autorizzazioni e controlli rigidi sulla sperimentazione animale, ma poi incoraggiava un dottor Mengele a praticare esperimenti su cavie umane, sui prigionieri ebrei, slavi e rom. Non era per una maggiore “umanità” che i nazisti proteggevano gli animali e torturavano uomini. E, ai giorni nostri, non è per una maggiore “umanità” che gli animalisti minacciano di morte una ragazza ammalata, pur di salvare cavie animali. Il problema è che queste non sono “contraddizioni”, sono i prodotti di una filosofia che arriva da lontano.

L'origine remota di questa filosofia è il materialismo sensista di La Mettrie e D'Holbach, due illuministi atei francesi del XVIII Secolo, che teorizzarono l'assenza di una coscienza e di un'anima dell'uomo. Nell'antropologia cristiana, l'uomo è costituito da corpo e anima. Nel razionalismo moderno, l'uomo è corpo e mente e può considerarsi umano se ha coscienza di sé (“cogito ergo sum”, penso dunque sono). Nel materialismo, l'uomo è solo corpo. Esattamente come gli animali, persegue ciò che procura piacere ed evita ciò che procura dolore. Punto. Tutto il resto sono costrutti teorici volti a giustificare, artificialmente, piacere e dolore. Per un materialista coerente, anima, Dio, spirito, ma anche coscienza, amore, sentimenti, giustizia, sono solo sovrastrutture, inutili orpelli. Un passo avanti lo fece, all'inizio del secolo successivo, il filosofo utilitarista britannico Jeremy Bentham, che su questa concezione dell'uomo costruì un nuovo sistema morale: se l'uomo ha l'unico scopo nella vita di perseguire il piacere ed evitare il dolore, allora l'unica morale possibile è la "massimizzazione della felicità per il maggior numero di individui”. Questo criterio fornirà la base ad ogni successivo pensiero animalista. Infatti, anche gli animali soffrono quando provano dolore e sono felici quando provano piacere. Esattamente come gli uomini. Dunque non si vede il perché, in questa ridotta e riduttiva visione della morale, gli animali non debbano godere degli stessi diritti dell'uomo. Dall'utilitarismo di Bentham nasce il moderno “anti-specismo”, cioè l'insieme delle filosofie che mira all'abolizione di ogni distinzione fra specie umana e specie animali.

Dall'anti-specismo nascono il vegetarianesimo e il veganesimo, perché, a questo punto, mangiare un animale che gode degli stessi diritti di un uomo, diventa disdicevole quanto il mangiare un uomo. Ma soprattutto nasce tutto l'impianto della legge di Hitler che, più che salvare le vite agli animali, imponeva che non soffrissero. E' il piacere e il dolore a cui si sta pensando, dunque la legge è volta esclusivamente a evitare che gli animali privino dolore. Esattamente per lo stesso motivo, il nazismo promosse il più grande programma di eutanasia forzata della storia (Aktion T4), per evitare che fossero gli umani sofferenti a provare ulteriore dolore. E non è un caso che un filosofo contemporaneo quale James Rachel fosse, al tempo stesso, un animalista antispecista convinto e un sostenitore del “diritto” all'eutanasia.

A dare una marcia in più all'antispecismo è stato soprattutto il darwinismo e la sua acquisizione da parte degli scienziati sociali dell'Ottocento e Novecento. Se la catena evolutiva del darwinismo non distingue alcun passaggio drastico dal primate all'uomo, stabilendo che quest'ultimo discenda dal primo, a questo punto diventa impossibile tracciare un confine filosofico fra l'uomo e l'animale. La stragrande maggioranza dei darwinisti si è (giustamente) tenuta alla larga da ogni applicazione morale dell'evoluzionismo biologico. Ma non tutti lo hanno fatto. Il nazismo fu la prima coerente applicazione morale e politica del darwinismo, su larga scala. I nazisti, non solo ritenevano che vi fosse un'evoluzione dall'animale all'uomo, ma distinguevano l'uomo in razze superiori e inferiori. Non solo ritenevano che l'evoluzione procedesse tramite selezione della specie più forte, ma ritenevano che lo stesso tipo di selezione avvenisse anche fra le “razze” umane. Il compito del nazista era unicamente quello di accelerare e facilitare questa selezione, contribuendo ad eliminare fisicamente le razze umane “inferiori”. Al tempo stesso, il nazista coerente era convinto di discendere dalla scimmia e da animali meno evoluti, che dunque dovevano essere rispettati, in quanto nostri antenati nobili.

Per questo motivo, i nazisti sperimentavano nuove cure su cavie umane, ma stavano ben attenti a non farlo su cavie animali. Esattamente come i nazi-animalisti da tastiera di oggi chiedono di usare cavie umane per curare Caterina.