• DA CANNES ALLE SALE

Parasite e La Belle Époque, due film dalle prospettive opposte

Sono due film critici dei valori ingannevoli della società contemporanea, sia orientale che occidentale. Ma con sguardi molto diversi. Il primo, il sudcoreano “Parasite”, vincitore della Palma d’oro, ha nel cinismo il suo filo conduttore. Il secondo, il francese “La Belle Époque”, è un’originale riflessione sul bisogno di dare un senso al tempo che tutto consuma, comunque aprendo alla speranza.

All’ultimo Festival di Cannes sono stati presentati due interessanti film, attualmente in programmazione nelle nostre sale: il sudcoreano e cinico “Parasite”, osannato vincitore della Palma d’oro; e il francese, coraggioso e divertente, “La Belle Époque” (fuori concorso). Due critiche ai valori ingannevoli della società del nostro tempo, nel mondo orientale e in quello occidentale, che però aprono a prospettive molto diverse.

PARASITE, UN FILM CHE NON LASCIA SPERANZA

Parasite, il film diretto da Bong Joon-ho, ha ricevuto da tutti i critici ottime recensioni e potrebbe addirittura puntare all’Oscar 2020 come miglior film straniero.  Si tratta di una spietata satira sociale che vuole mostrare ironicamente l’improvvisa e incredibile  possibilità per una diseredata famiglia sudcoreana, i Kim, di uscire dalla miseria e letteralmente dal sottosuolo dove vive. Il padre è disoccupato, la madre casalinga, la figlia ventenne perennemente alla ricerca di connessione wi-fi gratuita e il fratello diciottenne è  bravo a scuola ma privo di qualsiasi seria prospettiva universitaria.

Abitano ammassati in un lurido e minuscolo seminterrato con vista su uno squallido vicolo frequentato da ubriachi, che orinano sulle minuscole finestre dell’unica camera. Coi toni della commedia piena di inganni e bugie ben camuffate, il film racconta come tutta la famiglia povera riesca fortunosamente ad entrare a servizio, con ruoli diversi, in una splendida e ariosa casa di design sulla collina. Circondata da un curatissimo parco su cui si affaccia un’enorme vetrata, appartiene ai super ricchi Park, anche loro in quattro, ma ben diversi dai nostri protagonisti: padre di successo sempre al lavoro, moglie bella e molto ingenua, figlia adolescente smaniosa di affetto e fratellino disturbato e incontrollabile.

Il mondo dei ricchi apre le porte ai poveri, che vi si introducono con l’inganno, alla ricerca del puro benessere materiale; nessuno scrupolo se per lavorare nella casa dorata dei privilegiati bisogna farsi avanti a tutti i costi, scalzando senza pietà anche quelli di cui i nostri hanno preso il posto come collaboratori nella casa del bengodi. Il riscatto, la soddisfazione, se non la felicità, sembrano così raggiunti per tutta la famiglia Kim. Ma di colpo inizia per i nostri quattro imbroglioni una guerra tra poveri, tra loro (che si ritengono i vincenti), e parte della vecchia servitù (gli sconfitti). Così dalla commedia si passa cinicamente all’horror, esito imprevisto anche di quell’ineliminabile disprezzo che i diseredati nutrono verso i ricchi che pur sfruttano bellamente.

L’avventura, a cui lo spettatore partecipa inizialmente con una certa empatia per l’arte di arrangiarsi di chi appare così sfortunato, è destinata infatti al più truce fallimento: i Kim combattono violentemente contro tutti, ma sono sconfitti e restano poveri, precipitando in un mondo sempre più sotterraneo; i ricchi, o quel che ne rimane, mantengono le distanze nel loro algido privilegio, lontano dai “cattivi odori” della miseria, nella loro imperturbabile indifferenza. Il piano della povera famiglia protagonista fallisce miseramente, perché forse l’unica possibilità, come dice il padre, è non avere un piano, dato che la vita è una fregatura per tutti; anche per i ricchi. Il messaggio finale è l’assoluta amoralità degli uni e degli altri, che lascia l’amaro in bocca allo spettatore.

Malgrado i diversi passaggi divertenti o comicamente assurdi, è difficile accettare che nel film nessuno sia davvero innocente e nessuno totalmente colpevole; è una verità innegabile, forse perché è lo specchio del limite umano, ma viene detta con un cinismo che considera solo il valore materiale della vita: “I soldi sono un ferro da stiro che elimina tutte le pieghe”, insegna la madre della famiglia protagonista. Ma i soldi non hanno avuto questo potere nemmeno per i ricchissimi Parker. L’abilità tecnica del regista che mescola humor, suspense e azione fino alla tragedia, non basta a cancellare una delusione ineliminabile: se questo film è la critica della disuguaglianza sociale del mondo orientale, non intravediamo alcuna speranza, non vediamo aperta alcuna prospettiva.


LA BELLE ÉPOQUE, RICOMINCIARE SI PUÒ

Anche La Belle Époque, il film di Nicolas Bedos, parla di vincenti e sconfitti, di chi ha successo e di chi è precipitato nell’anonimato, di realtà e finzione. Ma la storia dei coniugi Victor e Marianne, interpretati dai bravissimi Daniel Auteuil e Fanny Ardant, si muove sui piani diversi di una società complessa che vuole riflettere in profondità su se stessa, anche se con toni leggeri e divertenti.

L’idea del regista è geniale: visto che oggi siamo in un onnipotente mondo ipertecnologico virtuale, perché non catapultare Victor, un tempo famoso disegnatore tradizionale di fumetti e adesso ovviamente disoccupato, nel suo tanto agognato passato, che lui rimpiange anche perché lì aveva incontrato la splendida moglie psicanalista di successo che ora l’ha cacciato? L’esperienza, nella sua finzione, viene resa possibile dall’agenzia Time Traveller, che offre ai suoi clienti l’opportunità di vivere in un’epoca del passato da loro prediletta, grazie a una ricostruzione maniacale delle scenografie e un gruppo di validi attori. Victor sceglie il 1974, anno del suo primo incontro con Marianne, nel caffè di Lione che appunto si chiamava “La Belle Époque”.

Torna indietro nel tempo, con nostalgia ma anche divertito spirito critico. In un’altalena perfettamente calibrata tra passato e presente scoprirà che l’oggi, preda del digitale che lui rifugge con assoluto disprezzo e la moglie invece insegue con le sue illusorie speranze sul mondo del web, può riservare gioia e pienezza: la riscoperta del passato non è solo nostalgia ma può invece nutrire il mondo dell’innovazione e le relazioni umane.

Il cambiamento di Victor (ma anche di Marianne) paradossalmente viene reso possibile dalla finzione delle finzioni: una messa in scena perfetta del passato che riporta marito e moglie all’origine della storia del loro amore. Anche il gioco assurdo e costoso dei clienti facoltosi che s’immergono volutamente in un’epoca che non è la loro (ma Victor in realtà ricostruisce fedelmente il suo vero passato che rimpiange) può portare frutti buoni nella vita vera: il set, cioè il cinema, ha dunque un valore profondo per l’uomo e non è puro o cinico divertissement.

La Belle Époque è un’originalissima, divertente, mai banale riflessione sul bisogno di dare un senso al tempo che tutto consuma, ma a cui l’amore che ritorna alle sue radici ha il potere di ridare profumo e gioia. Ecco, questa capacità del cinema francese di raccontare storie, atmosfere e di costruire dialoghi con battute mai banali, ci svela le debolezze della nostra società dell’apparenza (virtuale e reale) ma non se ne compiace, né si limita a uno sguardo cinico. Ci apre invece la possibilità di ricominciare qualcosa di nuovo, come accade ai protagonisti del film. Ed è quello di cui abbiamo veramente bisogno.