• IL FUMO DI SATANA

Papa Francesco incarna lo spirito missionario

E' stato mandato dallo Spirito Santo per stimolare e orientare la Nuova Evangelizzazione delle nostre antiche Chiese d’Europa, cariche di storia, ma preoccupate di conservare i fedeli più che di uscire per testimoniare Cristo ai lontani. 

Il fumo di Satana

Ho letto i vari e ricchi interventi sul tema “Fumo di Satana”. Richiesto di un parere, debbo dire che vedo e giudico Papa Francesco su un’altra lunghezza d’onda. L’obbedienza e la fiducia nel Papa mi è connaturale, anche per l’appartenenza ad un Istituto missionario nato nel 1850 per ispirazione del beato Pio IX e per il titolo di “pontificio” datoci nel 1926 da Pio XI. La tradizione del Pime è quindi di totale e cordiale obbedienza al “Vicario di Cristo in terra”, anche se non riusciamo a capire  e condividere tutto e subito quanto i singoli Pontefici fanno e dicono.

Penso che Papa Francesco sia davvero provvidenziale anche per la nostra Italia. Nei giorni seguenti il 13 marzo 2013 scrivevo (Blog del 17 marzo): «Papa Francesco ha caratteristiche che piacciono ai missionari. Rappresenta il modello di pastorale e di vita cristiana delle missioni dove nasce la Chiesa, dove lo Spirito soffia forte e compie le meraviglie che leggiamo negli Atti degli Apostoli. Oggi la maggioranza dei cattolici e dei cristiani vivono nel Sud del mondo».

Due giorni prima di diventare Pontefice della Chiesa universale ha detto ai 115 cardinali elettori che esistono due Chiese:

1)    una Chiesa che esce da se stessa per evangelizzare,

2)    una Chiesa chiusa in se stessa che rischia di diventare una “Chiesa mondana”.

Francesco è stato mandato dallo Spirito Santo per stimolare e orientare la Nuova Evangelizzazione delle nostre antiche Chiese d’Europa, cariche di storia, di studi, di esperienze, ma anche ripiegate su se stesse, preoccupate di conservare i fedeli che sono nell’ovile, più che di uscire per annunziare e testimoniare Cristo ai lontani dall’ovile di Cristo. Per questo ripete spesso: “Voglio una Chiesa missionaria”, proiettata verso l’esterno, verso quelli che non credono. Nella Evangelii Gaudium” ha scritto (n. 25): La Chiesa deve uscire da se stessa per evangelizzare, “nel cammino di una conversione pastorale e missionaria, che non può lasciare le cose come stanno. Ora non ci serve una semplice amministrazione. Costituiamoci in tutte le regioni della terra in uno stato permanente di missione” (n. 25). Espressioni forti: lo scopo della Chiesa è di evangelizzare tutti gli uomini, non solo coltivare quelli già evangelizzati.   

Nella nostra Italia, la pastorale di diocesi e parrocchie è rivolta per l’80% alla conservazione dei “praticanti” che in chiesa ci vengono. La maggioranza dei battezzati, che si sono allontanati dalla fede e dalla Chiesa, non sono raggiunti se non in casi eccezionali: battesimi, cresime, matrimoni, funerali, benedizione delle case, Natale. Non è colpa di nessuno, questa è la Chiesa italiana ereditata dal passato, quando l’Italia era un paese cattolico, che non si è più evoluta verso una “pastorale missionaria” come spesso la Cei proclama.

Nell’Assemblea ecclesiale di Loreto (1985) il card. Anastasio Ballestrero, arcivescovo di Torino e presidente della Cei, aveva detto: “Bisogna passare da una pastorale di conservazione ad una pastorale missionaria. Il popolo italiano va rievangelizzato con spirito e metodi missionari”; vent’anni dopo a Verona (2006) in una Nota pastorale della Cei si legge che “dalle giovani comunità cristiane dobbiamo ricevere l’entusiasmo con cui la fede è vissuta in altri continenti. Abbiamo molto da imparare alla scuola della missione”. Sono ottime indicazioni, ma quasi ignorate nel faticoso tran-tran quotidiano di diocesi e parrocchie.

Papa Francesco impersona l’insegnamento che ci viene dalle giovani Chiese. Nell’intervista a padre Spadaro ha detto che la Chiesa deve tenere le porte aperte e ha aggiunto: “Cerchiamo di essere una Chiesa che trova nuove strade, che è capace di uscire da se stessa e andare verso chi non la frequenta, chi se n’è andato o è indifferente. Chi se n’è andato, a volte lo ha fatto per ragioni che, se ben comprese e valutate, possono portare a un ritorno. Ma ci vuole audacia, coraggio».

Ecco lo spirito missionario che deve essere di tutti i credenti in Cristo: il dono della fede che ho ricevuto, debbo trasmetterlo agli altri, anche perché “La fede si rafforza donandola!” (Redemptoris Missio, 2). C’è una bella differenza fra una parrocchia orientata a raggiungere tutti i parrocchiani e quella volta a conservare chi già viene in chiesa. Per capire questo, bisognerebbe vivere  e condividere per qualche tempo la vita di una missione fra i non cristiani. Ma chi visita le missioni e ci sta alcuni giorni non si rende conto della differenza. Per questo trovo missionari reduci e preti “fidei donum” con 10-15 anni in Africa, che in Italia non si trovano più.

Visitando la Chiesa della Corea del Sud (e anche il Borneo), sono stato in parrocchie con 400-500 Battesimi di adulti all’anno, con due-tre preti e alcune suore. Chiedevo com’è possibile battezzare tanti convertiti con così scarsi evangelizzatori. La risposta era sempre la stessa: ”Fanno tutto i laici”. In Corea, il motore della missione è la “Legione di Maria” e altri movimenti integrati nelle parrocchie. Questo è possibile appunto se diocesi e parrocchie entrano in una mentalità missionaria, ma è chiaro che si possono formare laici che siano missionari e non solo “praticanti”.

Nel vedere e giudicare Papa Francesco mi preoccuperei di mettere in risalto l’aspetto che deve contagiare tutta la Chiesa, specialmente i laici che anche qui da noi debbono essere il motore della nuova evangelizzazione. Se non riusciamo, tutti assieme, a fare questo, temo che si verifichi quanto diceva il card. Angelo Scola al suo Consiglio pastorale diocesano: “Abbiamo ancora venti-trent’anni di tempo per evitare che il popolo italiano diventi più pagano che cristiano”.