• IMMIGRAZIONE

Papà Bergoglio e gli altri: quanti migranti "sovranisti" usati in quella statua

La statua dei migranti in Piazza San Pietro è un'opera propagandistica per imporre la tesi che tutte le migrazioni siano da favorire. Compresa quella attuale europea che però si serve di clandestini senza nome come ostaggi di un business europeo. Ma è sbagliato equiparare queste migrazioni forzate, da impedire, con quelle dei nostri avi nelle Americhe. Come dimostra proprio l'avventura in mare della famiglia Bergoglio, il cui viaggio oltreoceano è ancora oggi straordinariamente tracciabile, come quelli di tutti i nostri emigranti che rappresentano quel tipo di immigrazione controllata difesa solo dai partiti sovranisti. 

La statua di San Pietro e l'arrivo dei conquistadores in Apocalypto

È probabile che tra le masse indistinte di migranti nella storia e nei secoli ci siano stati anche degli angeli, come recita la tesi dell’iconografia della scultura comparsa domenica in Piazza San Pietro. Se è per questo allora, tra le masse indistinte di migranti ci sono stati e ci sono tutt’ora anche fior di avanzi di galera e futuri terroristi e delinquenti come i rapporti di intelligence di mezza Europa certificano ormai senza neanche più costituire notizia. Il fatto è che la Lettera agli Ebrei parla di ospitalità, non di piano di sostituzione di massa per via clandestina. Basterebbe questa constatazione per definire politica la statua presentata a Papa Francesco al termine della Giornata Internazionale del Migrante, perché mette in un unico calderone fenomeni migratori della storia profondamente diversi e difficilmente paragonabili a quello attuale che stiamo vivendo in Europa.

Ma ci sono due modi di servirsi dell’arte: per esprimere ideologie, imponendole, o per elevare l’animo al bello e al trascendente. Quel monumento sembra perseguire il primo obiettivo.

L’opera raffigura alcuni migranti su una barca, in piedi e provenienti da diversi contesti storici e sociali. Tutti accomunati dal destino della migrazione, compreso l’angelo “ignoto” che sbuca con le ali dal centro del natante. La tesi è che l’emigrazione è sempre buona e conveniente per tutti: per i popoli in movimento e anche per chi lascia, impoverendola, la propria terra e per i paesi di approdo. Messaggio commovente, sentimentalmente parlando. Anche per chi, come il sottoscritto, è figlio dell’emigrazione italiana di metà ‘900 nelle Americhe. Potrei serenamente dire di avervi visto mio nonno e mia nonna con la valigia di cartone nella destra e nei bimbetti tenuti per l’altra mano mio padre e mia zia pronti a sbarcare dalla motonave Mendoza a Buenos Aires.

Però l’emozione è un tranello, soprattutto se la si antepone a uno sguardo razionale. E qui è bene ammettere che non esiste una migrazione sempre buona e sempre conveniente.

Se proprio dobbiamo unificare le migrazioni senza alcuna distinzione, dobbiamo dire che in quella barca ci sarebbero dovuti anche essere gli odiati conquistadores che, una letteratura anticolonialista identifica come nemici di quelle civiltà precolombiane osannate nel prossimo Sinodo per l’Amazzonia. Sembra proprio di vederli in una somiglianza spiccicata con la statua, ritti, con la croce e le insegne castillane esattamente come compaiono nell’ultima scena di Apocalypto, film di Mel Gibson osteggiato per la verità su Inca e Atzechi e sui loro sacrifici umani. Anche loro, i dignitari di Isabella di Castiglia e le loro successive flottiglie, erano migranti, in fondo.

Oppure si sarebbe potuto raffigurare gli spartani che emigrarono in Puglia fondando Taranto e poi mossero guerra ai poveri Messàpi che vivevano nelle Murge indisturbati. Anche questa è – piaccia o no – emigrazione. E perché no le migrazioni per deportazione? Quella subita dagli italiani durante l’esodo giuliano dalmata fa ancora sanguinare i ricordi.

Si preferisce invece fare l’esclusivo paragone con i nostri nonni e bisnonni emigrati in Latinoamerica e Stati Uniti nelle varie ondate migratorie tra il 1850 e il 1950, come i giornali hanno fatto anche domenica. Ma è un paragone – lo abbiamo già detto – truffaldino. E non bisogna essere sociologi per dirlo, dato che, come per il caso del sottoscritto e per quello dello stesso Papa Francesco, basta l’esperienza.

Per chi ha un pezzetto di radici e cugini in Sud America o negli Stati Uniti è un’esperienza emozionante. Su questo sito – che raccoglie tutti i registri di navigazione dei vari Stati nel corso degli anni tra la seconda metà dell’800 e del ‘900 (Usa, Argentina, Brasile e Australia) – si possono fare scoperte uniche. Ad esempio venire a sapere come si chiamava la nave che trasportava i propri avi e non c’è da andare troppo indietro con le generazioni, dato che nel mio caso vi ho trovato mio padre. In queste schede ad esempio, raccolte dal Centro de estudios Migratorios Latinoamericanos di Buenos Aires, scopro ciò che lui non mi ha nemmeno mai saputo dire dato che approdò in Argentina all’età di due anni. La data di sbarco ad esempio, il 10 gennaio 1948, il nome dell’imbarcazione, la motonave Mendoza, più altre informazioni come la città di nascita, Milano. Stesso discorso per mio nonno Domenico, per mia nonna Carla e mia zia Ezia, ribattezzata qui, per via di un copia incolla frettoloso e manuale, Azia. Insomma: del viaggio avventuroso e per me epico nelle Americhe ho una traccia, una prova che non si trattò di un "folle volo" di clandestini. Perché si andava in America a lavorare, si godeva di permessi di soggiorno, di richieste di lavoro, di uno Stato che regolamentava i flussi di cui aveva bisogno per popolarsi. Poi, chi fece fortuna rimase, chi invece non ce la fece dovette tornare a casa.

Lo stesso si può dire per i genitori di Papa Bergoglio. Il nonno Giovanni, il papà Mario (nella foto a fianco) appena 21enne sbarcato a Buenos Aires nel 1929 e nel caso del Papa è straordinario scoprire come tutto sia perfettamente coerente con i documenti incrociati con fonti diverse a diposizione. Per il Comune di Asti, che dopo l’elezione al soglio pontificio andò a scartabellare in anagrafe scoprendo che il papà del futuro Papa partì il 1 febbraio 1929; e per l’autorità navale argentina, che registra lo sbarco della famiglia Bergoglio il 15 febbraio di quello stesso anno. In mezzo, i classici 15 giorni di navigazione sulla motonave Giulio Cesare, che non era un gommone mezzo bucato e rubato da scafisti senza scrupoli, ma una nave così conosciuta tanto da avere oggi una voce su Wikipedia.

Curioso, ma oggi il papà del Papa, ma anche il mio papà, sono il modello di emigrazione controllata promossa dal leader della Lega Salvini e dai cosiddetti partiti sovranisti di mezza Europa che non piacciono al pontefice. Si chiama emigrazione controllata e non ha nulla a che fare con questa attuale migrazione che si serve di uomini che vengono illusi da un mercato senza scrupoli che li porta – carne da macello - in Europa. Un'emigrazione che, invece che promossa, andrebbe invece contrastata e scoraggiata per il bene di tutti, anzitutto per chi si ritrova in Italia senza un nome.

Allora c’erano uomini con nomi e cognomi, storie tracciabili e speranze certificate da quelle scarne schede. Oggi vediamo uomini anonimi le cui vere generalità spesso vengono nascoste, trasportati in massa senza passaporto, senza una nazionalità certificata perché la nazionalità da dichiarare è quella funzionale alla guerra da cui dire di scappare o al diritto che si spaccia per essere negato, alloggiati per numero nel grande business dell’accoglienza.

Unificare le migrazioni non è altro che un’operazione ideologica, che necessita di essere rappresentata con un monumento apposito. Possibilmente dall’iconografia riconoscibile: con torme di uomini ordinati verso un unico comune obiettivo o sguardo. Proprio come nei monumenti dei lavoratori tipici del socialismo sovietico del ‘900 che guardavano il Sol dell’avvenir. La chiamavano arte, invece era propaganda.