• FOLLIE CLIMATICHE/2. LA NATURA

Panico da riscaldamento? Calmi, il clima è sempre cambiato

Continua il nostro viaggio nella distorsione della nostra percezione della realtà, dovuta alla martellante propaganda sui cambiamenti climatici. La prima vittima è la natura o, meglio, la comprensione che ne abbiamo. Ormai siamo portati a pensare che la natura sia statica e che il suo equilibrio sia rotto soltanto dall'uomo e dalle sue attività. Invece la natura è di per sé dinamica, non c'è mai una stagione uguale all'altra e anche il clima è sempre cambiato. Quella che si sta imponendo è una visione falsa, che affonda le radici nell'ateismo. E, purtroppo, nella Chiesa ci si accoda.
- CLIMATE HAS ALWAYS CHANGED (English version)
- ALLARMISMO CLIMATICO, È PIÙ POLITICA CHE SCIENZA

La prima vittima della martellante propaganda sui cambiamenti climatici è la natura o, meglio, la nostra comprensione della natura. Terrorizzati ormai da ogni piccolo segnale di cambiamento, nell’immaginario collettivo la natura è statica, ha un suo definito punto di equilibrio che l’uomo – con la sua presenza e attività – ha fatto saltare. Siamo portati a pensare che la normalità stia nella staticità, in una sorta di fermo immagine che dura all’infinito. Invece la natura è dinamica, è in continuo cambiamento, non c’è mai una stagione uguale all’altra. E i cambiamenti climatici, lungi dall’essere un fenomeno nuovo, conseguenza di chissà quali nefandezze umane e foriero di catastrofi inimmaginabili, sono la normalità.

Senza neanche scomodare le cinque ere glaciali che hanno caratterizzato la storia della terra, e ben prima della comparsa dell’uomo, anche nell’attuale era ci sono stati almeno quattro periodi glaciali (con un forte avanzamento dei ghiacciai) intervallati da periodi interglaciali (della durata di 10-12mila anni), uno dei quali è quello che stiamo vivendo e che dura da circa 10.700 anni. Ma anche questi periodi interglaciali non sono uniformi: solo per stare ai tempi più recenti, gli storici del clima riconoscono periodi di riscaldamento ai tempi dell’Impero romano e nel Medio Evo (guarda caso chiamati “optimum”), e periodi di raffreddamento, il più importante dei quali si è registrato tra il XVI e il XIX secolo e fu chiamato la “piccola era glaciale”. Dalla metà del XIX secolo è iniziato invece un nuovo periodo di riscaldamento che dura tuttora, ma che in 160 anni ha prodotto un aumento di temperature medie tra gli 0.8 e 1°C.

Ma neanche quest’ultimo periodo di riscaldamento è lineare: a un aumento delle temperature globali al suolo tra il 1850 e il 1878 (+0,5°C) succede una fase di decremento (nel 1911 siamo a -0.2°C rispetto al 1850) e poi un nuovo incremento fino al 1945 (+0.5°C rispetto al 1850). Da qui comincia un nuovo periodo di raffreddamento che dura fino al 1976, quando la temperatura è di appena 0.1°C superiore a quella del 1850. E si ricorderà infatti che a metà degli anni ’70 c’erano continui allarmi sul raffreddamento globale. Quindi, da quel momento la temperatura ha ripreso a salire fino al 1998 (+0.85°C), ma dal 1998 le variazioni sono minime e, malgrado i continui allarmi sui mesi e sugli anni più caldi di sempre, si registra una sostanziale stabilizzazione delle temperature.

Ma anche senza uno studio sui cicli del clima, dovrebbe appartenere alla esperienza di ciascuno la consapevolezza che ogni stagione è diversa dall’altra; che, pure all’interno di una certa fascia climatica, si registrano variazioni continue e anche eventi estremi. Basti pensare a come i vini vengono classificati in base all’anno di vendemmia, proprio perché ogni stagione è una storia a sé.

Oggi invece, spinti anche dalle continue campagne sul riscaldamento globale, si pretenderebbe che la natura fosse ferma, immobile. Se i notiziari ci informano che in questa settimana si è registrata una temperatura di un grado superiore alla media stagionale, scatta il panico: finiremo arrostiti, saremo sommersi dalle acque. Notizie date apposta per creare allarme, nessuno dice che la media stagionale è solo un dato statistico, non corrisponde affatto alla temperatura normale, quella che dovrebbe essere.

Non entriamo qui nel dibattito su quanto del rialzo delle temperature sia dovuto ai cicli naturali e quanto all’attività umana – cosa peraltro su cui non esistono certezze - ma sta di fatto che abbiamo perso la cognizione della dinamicità della natura. Addirittura assistiamo a manifestazioni pubbliche e grandi iniziative politiche contro i cambiamenti climatici, quando abbiamo visto che i cambiamenti climatici sono la normalità. Cose che in altri tempi suonerebbero ridicole e da ricovero in psichiatria, oggi sono vissute seriamente come la questione più importante per l'umanità.

Questa drammatica distorsione nella percezione della realtà - chiaramente voluta da chi sta manovrando il tema “clima” - è sicuramente facilitata anche dal fatto che viviamo sempre meno a contatto con la natura. Basti pensare che in Europa circa il 75% delle persone vive in realtà urbane, lontano da un rapporto con la natura; e soprattutto le giovani generazioni – nate e cresciute in realtà dove qualsiasi tipo di frutta e verdura è disponibile tutto l’anno e il cibo è già tagliato e pronto per l’uso al supermercato – non hanno conoscenza diretta dei cicli della natura, di come la natura funzioni.

Ma c’è anche una costante nel rapporto uomo-clima che si lega allo sguardo che l’uomo ha sulla realtà e sul proprio destino. Per capirci citiamo un sermone di Sant’Agostino, che scrive queste cose nel IV secolo: «Vedete come stanno le cose. Viviamo in tempi brutti. Anche i nostri padri deplorarono di dover vivere brutti tempi, e anche i padri dei nostri padri. A nessun uomo sono mai piaciuti i tempi in cui è dovuto vivere. Ma chi vive dopo rimpiange i tempi andati. Ogni anno per lo più diciamo, quando sentiamo freddo: “Non ha mai fatto tanto freddo”. O anche diciamo: “Non ha mai fatto tanto caldo”. Tempi brutti! Ma son proprio brutti tempi quelli collegati con il movimento del sole?».

Così nel passato, gli scienziati – perlopiù cattolici – guardavano ai cambiamenti climatici studiandoli, cercando di capire i meccanismi della natura, per meglio adattarsi e proteggere le comunità degli uomini. Ricordiamo ad esempio l’abate e scienziato Antonio Stoppani (1824-1891) che, nella sua opera più nota – Il bel Paese – descriveva il ritirarsi dei ghiacciai alpini legato al riscaldamento della seconda metà dell’Ottocento. Era una descrizione del fenomeno e un tentativo di comprenderlo dal punto di vista scientifico. Nessun allarme, nessuna preoccupazione per il ritiro delle nevi alpine, anche perché non era passato molto tempo che i ghiacciai del Monte Bianco erano così estesi da minacciare i paesi sottostanti.

Nel 1881, dopo aver tenuto ai Lincei una applaudita relazione «Sull’attuale regresso dei ghiacciai sulle Alpi», al re Umberto di Savoia, che era presente e si mostrava preoccupato per l’evoluzione, Stoppani rispose: «Non si preoccupi, lasci fare alla Provvidenza». Non era fatalismo, era una conoscenza profonda della realtà. Non per niente oggi l’allarmismo climatico e la pretesa di poter regolare la temperatura della terra come se avessimo in mano un termostato, si accompagna alla cancellazione di Dio dalla storia, alla presunzione che sia l’uomo il padrone del cosmo e della storia. Se c’è una novità, un vero cambiamento, è che anche nella Chiesa ci si è accodati a questa visione atea.

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