• INTERVISTA/ CHIARA PAZZAGLIA

"Noi partite Iva strozzate" dallo Stato e dall'usura

Benché si parli di "boom" economico, sono sempre di più le saracinesche che chiudono. Le partite Iva sono le più colpite dal triplice attacco di chiusure, rincaro dei prezzi e tasse. Che oggi devono essere pagate, senza sconti. Molti rischiano di finire falliti o in mano agli usurai. Ne parliamo con Chiara Pazzaglia, associazione Partite Iva Milano, Monza e Brianza.

Negozi che chiudono

Oltre al danno la beffa, per quei commercianti, negozianti, ristoratori, piccoli imprenditori e partite Iva, che al telegiornale sentono quasi tutti i giorni la litania sul nuovo “miracolo economico” e sulla “crescita al 6% del Pil, da record”, proprio mentre stanno pensando di chiudere la loro attività e di abbassare per sempre le loro saracinesche. E oggi, 16 dicembre, arriva la scadenza per pagare le tasse, che per molti sono un colpo di grazia. “C’è uno scollamento fra media e realtà sempre più grave e preoccupante. E non dovrebbe esserci”, ci spiega Chiara Pazzaglia, presidente dell’associazione Partite Iva Milano, Monza e Brianza (e neo-eletta consigliera del Municipio 4 di Milano, con la Lega). Tutti i giorni vede e sente tragedie quotidiane che poche volte trovano spazio nelle cronache di Tg e carta stampata. Negozi che chiudono, sogni infranti, vittime dell’usura, carriere promettenti stroncate dalla pandemia invisibile, quella economica. E questo, fra l’altro, proprio nella città “ricca” del Paese.

Chiara Pazzaglia, come si spiega questo scollamento dell’informazione dalla realtà?

Come calcolano questo mitico 6% di crescita? Rispetto a quando tenevi la serranda abbassata, causa lockdown, farai un 6% in più. Quasi una presa in giro: ci mancherebbe, quando non posso lavorare, non posso neppure incassare. Qualunque cosa incassi dopo, accresce il Pil, anche se è meno di prima. La verità è che da quando è iniziato il Covid gli aiuti economici promessi alle Partite Iva sono stati quasi inesistenti. Si parla dei famigerati 600 euro erogati nel primo lockdown, poi un'analoga seconda tranche e qualche rimborso successivo che molti non hanno ancora visto. E direi di più: che alcuni non hanno ancora ricevuto i primi ristori, dopo quasi due anni. I pagamenti però dovevano essere effettuati puntualmente alle scadenze previste.

Quanti hanno dovuto chiudere la loro attività?

Dal febbraio 2020 al marzo 2021 in Italia sono sparite 350mila partite Iva. Un’ecatombe. Un disastro.

E il Green Pass?

Un costo in più. Intanto un dipendente deve essere impiegato per il controllo dei Pass. Quel dipendente è un lavoratore in meno che si può occupare della clientela e certi ristoranti non possono permetterselo. Non è certo lo Stato che paga quel dipendente. Poi, il Green Pass è stato concepito per incentivare i consumi e la ripartenza, ma da quel che abbiamo visto può anche funzionare come un deterrente per molti clienti potenziali. Soprattutto da quando sono cambiate di nuovo le regole, con il nuovo Super Green Pass, molta gente pensa di non poter andare al ristorante o in altri locali quando invece potrebbe.

Il caro prezzi sta aggiungendo un altro carico di spese…

I due nuovi nemici sono i rincari di luce e gas e i prezzi delle materie prime che sono aumentati rapidamente. Le aziende che producono utilizzando macchinari e materie prime rischiano seriamente la chiusura. Ferro, acciaio e metalli in generale hanno subito dei rincari notevoli. Nel mio piccolo (ha un negozio di gioielleria, ndr), vedo che l’oro ha raggiunto la cifra record di oltre 50 euro al grammo (50,52 euro al grammo nel momento in cui questo articolo va in pagina, ndr). Il rincaro della bolletta è, per ora, fra il 20 e il 25%, per il gas addirittura fra 35 e il 50%. Non si tratta solo di rincari puri e semplici, ci si mette di mezzo anche la legge a far lievitare i costi.

Ad esempio?

Faccio solo un esempio di un imprenditore che deve comprare delle bobine di metallo. Lo Stato impone un limite di peso al carico, che si è ridotto sensibilmente dopo che è diventato evidente che i ponti stradali non reggono molto al peso dei camion e sono a rischio crollo. Ora, per la stessa quantità di materiale, deve trasportare una bobina alla volta invece che otto. Sono otto viaggi al posto di uno, il tutto con il rincaro del carburante che è sotto gli occhi di tutti. Queste condizioni spingono molte aziende a valutare se continuare a vivere o chiudere. Un fallimento, poi, comporta anche una perdita di posti di lavoro.

Quanti sono in questa condizione?

In tutta Italia, le aziende in difficoltà e a rischio chiusura sono stimate in 292mila. E c’è un altro mostro nero che incombe…

Quale?

L’usura. Purtroppo sempre più partite Iva che non riescono ad accedere al credito e subiscono una seria riduzione del fatturato, non sapendo come pagare i loro debiti, purtroppo finiscono nelle mani della malavita. E non solo: rischiamo che la malavita acquisisca le aziende che ha contribuito a far fallire.

Quanto è diffuso il fenomeno?

Ci sono stime sulle regioni più a rischio: Campania, Calabria, Puglia, ma anche l’insospettabile Veneto. Le aziende vinicole soprattutto corrono questo pericolo, perché rifornivano ristoranti che sono stati chiusi per mesi e mesi. In generale, in tutto il Paese, Confocommercio calcola che siano 40mila le imprese a rischio usura.

E lo Stato che fa?

Intanto entro il 16 dicembre (oggi per chi legge) si troveranno a dover affrontare le scadenze delle cartelle esattoriali di tutte le rate di Imu, Inps, Irpef e Iva. Dovranno essere pagate in un’unica soluzione. E ci sono degli iscritti alla mia associazione che non sanno veramente cosa fare. So che si stanno sentendo abbandonate. E inizio ad assistere a storie molto preoccupanti. Per chi è veramente in crisi è forte il rischio di abbandonarsi nelle mani degli usurai… per poter pagare lo Stato. Vuol dire che c’è qualcosa che non va. Che lo Stato non sta andando incontro alle partite Iva. Ciò che questa politica ignora è che il dramma delle partite Iva ricade sul consumatore, la fine delle partite Iva avrà un impatto, non solo sul lavoro, ma anche sullo Stato stesso, che è finanziato con le tasse delle partite Iva.

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