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No popolo, no soldi. Per le parrocchie conti in profondo rosso

Due mesi di messe senza popolo hanno azzerato per le parrocchie le entrate, che mantengono le spese correnti. Questua domenicale, intenzioni delle messe, funerali, sacramenti, affitto delle aule parrocchiali: non si vede più un euro. E il problema è destinato a durare: la probabile ripresa delle messe con popolo il 10 maggio non sarà comunque il ritorno alla normalità. E il malumore e la delusione di tanti fedeli per l'atteggiamento da Chiesa in ritirata avuto da molti preti e vescovi, nonché la posizione sottomessa della CEI davanti al governo, fanno temere ai vertici dell'episcopato anche per la raccolta dell'8 per Mille.
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«È arrivato il tempo di riprendere la celebrazione dell’Eucarestia domenicale e dei funerali in chiesa», ha scritto in questi giorni il presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), cardinale Gualtiero Bassetti, in una lettera ai fedeli della sua diocesi, Perugia-Città della Pieve. Si tratta di una considerazione che nasce sia dal fatto che ormai il governo va definendo la fase 2 – e necessariamente un capitolo riguarderà le messe – sia dalla spinta che arriva dal basso, dai fedeli. In realtà anche diversi vescovi e preti hanno accettato obtorto collo l’affrettata sospensione delle messe con popolo, e in queste settimane stanno scalpitando perché si torni in fretta alla normalità, seppure con tutte le misure necessarie per evitare contagi.

C’è in parte una consapevolezza  del “di meno” che le messe in streaming e in tv rappresentano, sottolineata anche dal “ripensamento” del Papa che ha detto chiaramente che così «non è Chiesa»; c’è in parte una genuina preoccupazione pastorale, ovvero il timore che i fedeli si siano abituati all’equivoca idea che “tanto si può pregare anche in casa” e non tornino tutti in chiesa. Ma c’è anche una preoccupazione più terrena, molto concreta: senza messe e attività collegate, le parrocchie rischiano se non la bancarotta, certamente una grossa difficoltà economica le cui reali dimensioni si chiariranno nei prossimi mesi.

Un rapido giro fra i parroci di diverse parti d'Italia permette infatti di capire che, pur con situazioni e dimensioni diverse da regione a regione e tra grandi e piccoli centri, all’azzeramento delle messe con popolo corrisponde il mancato introito di quei soldi che contribuiscono in maniera determinante alle spese correnti di una parrocchia. «In questi due mesi – ci racconta un prete piemontese – in chiesa ho raccolto soltanto quei pochi euro per le candele accese dai rari fedeli che sono venuti in chiesa». Le offerte raccolte nelle messe domenicali coprono una percentuale variabile nel bilancio di una parrocchia, possono andare dal 10 al 30%.

Ma c’è da considerare che lo stop alle messe è caduto anche nel periodo quaresimale, che tradizionalmente è quello più ricco per le offerte: molti sono coloro che versano l’equivalente di quanto risparmiato a motivo dei digiuni, molte offerte arrivano dai rametti d’ulivo distribuiti nella Domenica delle Palme. Senza considerare le benedizioni nelle case, tipiche del periodo pre-pasquale: «Normalmente – dice alla Bussola un parroco del centro di Monza – solo visitando le famiglie raccolgo in totale circa 20mila euro», più o meno l’equivalente di tre mesi di questua domenicale. Un prete della provincia di Reggio Emilia, che regge una parrocchia di medie dimensioni, 9mila abitanti, ci dice che in questi primi quattro mesi dell’anno ha visto dimezzare gli introiti rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, 5mila euro contro diecimila, ovviamente tutti persi tra marzo e aprile. Una parrocchia di 5mila abitanti di Brescia invece, perde 10mila euro al mese, tutto compreso (messe, lumini, sacramenti, benedizioni).

A tutto questo poi si devono aggiungere le intenzioni delle messe per i defunti, anche se non ovunque si presentano le stesse situazioni: da quando c’è stata la sospensione delle messe con popolo, c’è chi non ha più ricevuto prenotazioni di messa, altri dicono invece di aver continuato a riceverle per telefono, ma per le offerte «si spera si ricordino quando si tornerà a messa».

Non dobbiamo poi dimenticare che in questi mesi non si sono potuti celebrare i funerali né i battesimi o i matrimoni (se non in qualche caso, ma solo alla presenza dei testimoni), con altri mancati introiti che si fanno sentire. E questo soltanto per quel che concerne la liturgia.

Ma molte parrocchie possono godere anche di altre entrate grazie ai locali parrocchiali messi a disposizione: feste di compleanno, corsi di musica, assemblee condominiali, spettacoli teatrali, aule scolastiche. Tutto azzerato per coronavirus, eppure le spese fisse rimangono e la parrocchia vi deve fare fronte. Due mesi di blocco assoluto stanno creando un buco nei bilanci parrocchiali.

Non è un problema soltanto italiano: basti pensare che proprio la settimana scorsa da Londra un disperato appello alle donazioni è comparso sul sito della cattedrale cattolica di Westminster, per gli «effetti catastrofici» che l’epidemia sta avendo sulle finanze della cattedrale. Il costo della gestione ordinaria della chiesa è di 46mila sterline la settimana (circa 2,5 milioni di sterline l’anno): dalle offerte raccolte a messa arrivano solitamente circa 13mila sterline a cui si devono aggiungere le candele, le vendite della libreria collegata e i biglietti di ingresso per salire sul campanile. Un totale di 20mila sterline a settimana, che in questo periodo è stato azzerato. Un disastro.

Non diverso da quello che si prospetta per le parrocchie italiane. Certamente – e diversi parroci ce lo confermano – ci sono fedeli che fanno offerte straordinarie rendendosi conto delle difficoltà dei loro parroci; bellissime testimonianze, ma certamente coprono una minima parte del fabbisogno. A questo proposito si può anche facilmente intuire, visto quanto accaduto in questo periodo, che la generosità spontanea dei fedeli dipenda anche da come i parroci hanno reagito alla situazione venutasi a creare: molti fedeli infatti si sono sentiti abbandonati da sacerdoti e vescovi talmente impauriti dal virus da scomparire alla vista. Altri preti, invece, hanno mantenuto almeno la presenza in chiesa e la disponibilità per le confessioni, oltre che si sono adoperati per non lasciare sole le persone malate e sole.

La CEI ufficialmente non affronta l'argomento economico, ma la preoccupazione è comunque evidente. Basta guardare al quotidiano dei vescovi, Avvenire, per notare un sospetto moltiplicarsi di interventi tesi a dimostrare che, pur senza messe, la Chiesa è stata sempre presente e al fianco del suo popolo. Del resto si avvicina il periodo della dichiarazione dei redditi e un calo del gettito da 8 x Mille come risposta al cedimento dei vescovi davanti alla ragion di stato è più che un rischio. E non depongono certo a loro favore l'atteggiamento di codardia dei rispettivi vescovi e del presidente della CEI davanti alle clamorose interruzioni delle messe ad opera delle forze dell’ordine. Né l’evidenza che le trattative con il governo vedono la CEI totalmente assoggettata, con il cappello in mano a chiedere qualche concessione.

Ad ogni modo il buco generato da due mesi di messe senza popolo rischia di diventare una voragine nei prossimi mesi: il ritorno della celebrazione pubblica delle Messe – probabilmente già il 10 maggio – sarà comunque condizionato da molte restrizioni, tali che solo una parte dei fedeli vorrà o potrà partecipare. E in ogni caso perdurerà – chissà fino a quando - l’assenza di tutte quelle attività collaterali che consentono alle parrocchie di vivere. Compreso un grosso punto interrogativo sugli oratori estivi che, bene che vada, non potranno comunque svolgersi secondo le modalità passate.

Se non altro la situazione economica spingerà vescovi e preti a pregare di più: almeno con l’intenzione che il virus non riprenda vigore con l’arrivo dell’autunno, perché altrimenti per le parrocchie si prospetterebbe davvero il rischio bancarotta.