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IRAN

Né con lo scià, né coi mullah. Parla il dissidente Davood Karimi

Nel mezzo della tensione internazionale attorno all'Iran, continua la repressione di Teheran. La parola a Davood Karimi, presidente Associazione rifugiati politici iraniani in Italia: dissidente sotto lo Scià, poi sotto gli ayatollah.

Esteri 21_02_2026
Protesta contro la Repubblica Islamica a Roma (foto di Elisa Gestri)

Nonostante la seconda tranche di negoziati tra Stati Uniti ed Iran tenutasi il 17 febbraio scorso a Ginevra con la mediazione dell’Oman si sia conclusa senza risultati concreti, le parti si sono dichiarate soddisfatte di aver stabilito alcuni “principi guida“ per un futuro accordo. Al momento sembra dunque scongiurato un attacco americano a Teheran, anche se la la situazione resta fortemente instabile – sono di questi giorni la decisione USA di spostare la portaerei Ford nelle acque del Golfo (dove si unirà alla Lincoln) e la conseguente reazione minacciosa della Guida Suprema dell'Iran.

In attesa di sviluppi, La Nuova Bussola Quotidiana ha intervistato a Roma Davood Karimi, Presidente dell'Associazione rifugiati politici iraniani in Italia, il cui programma può sintetizzarsi con il motto “né con lo Scià né coi mullah“. L'associazione si dichiara contro la pena di morte e le armi nucleari e a favore della parità dei sessi. Nato a Teheran nel 1959, figlio di un ufficiale di polizia, da quando ha memoria Karimi lotta contro “l'oppressione del popolo iraniano“. Appena diciottenne fu invitato a entrare nella Savak, la tristemente nota polizia segreta dello Scià, che gli avrebbe finanziato gli studi: la dirigenza era in cerca di medici, figure necessarie durante le operazioni di tortura. Suo padre accolse la notizia con un sonoro schiaffo che il giovane Davood non ha più dimenticato.

Signor Karimi, sin da giovanissimo lei ha lottato contro il regime dello Scià. Rivendica ancora quel periodo, quella lotta?
Certamente. Noi giovani che combattevamo lo Scià abbiamo fatto una scelta giusta, legittima, il naturale sbocco di quasi cento anni di battaglie del popolo iraniano per la libertà. La monarchia dei Pahlavi, padre e figlio, è stato un periodo duro di repressione del popolo iraniano. Io stesso sono stato arrestato varie volte dalla polizia, e durante una manifestazione sono stato gravemente ferito ad una gamba.

Il 16 gennaio 1979 il sogno della gioventù iraniana sembrò infine realizzarsi: lo Scià fu cacciato dall'Iran, ma dopo più di quarantacinque anni dal regime change infuriano le proteste di piazza. Cos'è andato storto? Com'è avvenuto il passaggio dalla monarchia alla Repubblica islamica dell'Iran?
La verità è che il regime change fu operato dalle potenze occidentali, preoccupate perché le proteste contro lo Scià erano fuori controllo, rischiavano di far saltare il Paese e provocare un intervento sovietico. Durante la Conferenza di Guadalupe, ai primi di gennaio 1979, Francia, Gran Bretagna, Germania ovest e soprattutto America decisero di togliere il loro appoggio alla Scià e individuarono nel chierico integralista Ruhollah Khomeini l'uomo adatto a fermare la radicalizzazione del movimento di piazza. Khomeini era allora in esilio in Iraq; lo Scià lo aveva espulso dall'Iran per ragioni di integralismo religioso, perché era una testa calda, non per motivi politici. Il clero sciita, di cui Khomeini era la figura più autorevole, stava dando una grossa mano alle proteste, assieme alle diverse anime del dissenso iraniano: oltre ai mullah c'erano i Mujaidin del popolo iraniano, anche chiamati Movimento di liberazione nazionale, i Fedain del popolo, comunisti, e vari altri movimenti progressisti che negli anni erano stati repressi e decimati dallo Scià. L'Occidente preferì allearsi con i mullah che con l'islam moderato, sempre per paura che il Paese cadesse sotto l'influenza sovietica; così Khomeini fu trasferito in Francia in attesa di istruzioni. Fu quindi  chiamato e gli fu proposto un accordo secondo il quale avrebbe governato il Paese per sei mesi. Tra le clausole dell'accordo c'era che non avrebbe preso le armi (fino ad allora Khomeini si era sempre opposto alla rivolta armata), non avrebbe sciolto l'esercito né costituito un esercito parallelo ma avrebbe guidato una transizione liberale verso le elezioni, dopo le quali si sarebbe ritirato a insegnare teologia a Hoset. E così il primo febbraio Khomeini arrivò a Teheran a bordo di un aereo Air France, scortato dall'aviazione iraniana ed accolto dal popolo iraniano in festa.

C'era anche lei a festeggiare?
Certamente. Pensi che la radio della BBC in lingua farsi ci aveva preannunciato che Khomeini sarebbe comparso sulla luna, e tutti noi ragazzi ci mettemmo a fissare la luna... Si trattò di un'incomprensione linguistica, ma deve pensare che durante il regno della dinastia Pahlavi il popolo veniva tenuto nell'ignoranza, ciò che accadeva nel resto del mondo era censurato, dunque noi giovani ci eravamo cascati. Le generazioni si divisero riguardo a Khomeini: i giovani lo accolsero con gioia, gli anziani con sospetto e diffidenza. I veri rivoluzionari, quelli detenuti nelle carceri, non si fidavano: infatti della Savak, la polizia segreta, facevano parte anche molti mullah. Di fatto, lo Scià favorì l'islam sciita integralista.

Cosa successe dopo?
A fine marzo 1979 si tenne un referendum che portò all'istituzione della Repubblica islamica. Il quesito era: “volete una Repubblica islamica, sì o no?” senza alternative. Tutti votammo . Il 24 aprile partii dall'Iran perché volevo studiare all'estero, ma ero convinto che le cose nel mio Paese andassero finalmente per il verso giusto. A dicembre fui il primo a votare presso l'ambasciata iraniana di Roma per un secondo referendum, che chiedeva al popolo di approvare o meno la nuova Costituzione islamica. Votai anche in quel caso, come il 99 per cento degli iraniani. Ho votato nell'ignoranza, anche se cominciavano a vedersi i segni di quello che sarebbe successo dopo; ad esempio, i preti cominciarono a girare armati per il Paese. Khomeini si rivelò per quello che era il 20 giugno 1981, quando depose il Presidente regolarmente eletto Banisadr e represse le proteste di piazza con un grande massacro istituzionalizzato.

Si è pentito di qualche errore?
No, non sono pentito di nulla perché la rivoluzione per cui ho combattuto è ancora in corso. C'è continuità tra le piazze del 1979 e quelle di oggi.

Cosa accadrà in Iran?
Posso dirle che la lotta delle piazze si sta radicalizzando, come negli ultimi tempi del regime dello Scià. Alcuni ambienti politici hanno proposto di sostituire il regime dei mullah con il figlio dello Scià e di Farah Diba, che è invece un ostacolo serio alla democratizzazione del paese. Se lei acquista in un vivaio specializzato il seme di una certa pianta, e dopo anni si accorge che la pianta che è cresciuta non corrisponde al seme che le hanno venduto, tornerebbe ad acquistare dallo stesso vivaio? Il popolo iraniano è pazzo per la libertà ma non ingenuo, o almeno non lo è più, e la partecipazione di persone di ogni età e classe sociale nelle piazze lo dimostra.

Come associazione dei rifugiati politici iraniani in Italia, cosa chiedete al nostro governo?
Chiediamo a tutto il mondo, compreso il Pontefice, non solo al governo italiano, di condannare la repressione e la violenza in corso in Iran; chiediamo la chiusura delle ambasciate iraniane in tutto l'Occidente, l'espulsione dei diplomatici e il riconoscimento del diritto alla difesa del popolo iraniano contro il sistema vigente. Questo sarebbe un grande dono dell'Occidente al popolo iraniano e per la pace in medioriente. Non chiediamo interventi militari delle potenze estere, chiediamo un supporto unanime da parte del mondo occidentale al popolo iraniano per la libertà e la democrazia in Iran.