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Messa in maschera: la Cei cede a ipocondria di Stato

La Chiesa si allinea al paternalismo ipocondriaco di Stato dettato da Speranza e non potendo obbligare le mascherine a Messa, si limita a raccomandarle. Un'assenza di chiarezza che porterà a diatribe tra fedeli. Le norme devono dire se un'azione è lecita o proibita, non se è raccomandata perché questo apre a derive da stato etico. 

- OBBLIGHI INFINITI di R. Razzante

«L’uso delle mascherine resta, a rigore, raccomandato a Messa». La Chiesa decide di allinearsi al Governo che con l’ordinanza del ministro Speranza ribadisce la raccomandazione di utilizzare le mascherine in tutti i luoghi chiusi aperti al pubblico. E l’allineamento prosegue per i cinema e i teatri parrocchiali, dentro i quali sarà obbligatorio l’utilizzo della FFP2.

La Chiesa, dunque si adegua al governo, ma questa non è una novità dato che da quando è incominciata la pandemia i vescovi hanno sempre accettato senza colpo ferire ogni intrusione dello Stato nelle proprie sfere liturgiche. In fondo, adeguarsi all’ordinanza di Speranza non è stato difficile da parte della Conferenza Episcopale che ieri ha diffuso una nota con la quale informa vescovi e fedeli che a Messa le mascherine non sono più obbligatorie, ma raccomandate.

Si tratta di una ormai consolidata ambiguità che la Chiesa adotta direttamente dall’ipocondria di Stato raffigurata nell’ossessione per le mascherine del ministro Speranza. Un’ossessione che continuerà sotto le mentite spoglie di un linguaggio velato e intimidatorio che di fatto non risolve nulla, ma se possibile aggrava.

«Raccomandare» significa non obbligare, ma quasi, perché mette la libertà del singolo di fronte alla spada di Damocle della minaccia. È un linguaggio proprio del settore medico, laddove nelle prescrizioni il “si raccomanda” è riferito ai dosaggi e alla posologia per dire: non posso obbligarti a prendere questa pastiglia, ma se vuoi guarire devi fare così. Con la raccomandazione delle mascherine al chiuso assistiamo allo stesso meccanismo, però in un contesto improprio: puoi non usare la mascherina, ma se vuoi essere un bravo cittadino devi metterla.

È un rovesciamento di prospettiva perché, un conto è dire che le mascherine non sono più obbligatorie nei luoghi chiusi, ma chi per prudenza o sicurezza personale vuole continuare a portarle potrà farlo, un conto è dire che le mascherine non sono più obbligatorie, ma raccomandate. In questo modo, tutti si sentiranno quasi costretti a indossarla – per convinzione, per comodità, per timore, per noia, per consolidata abitudine, per un malinteso spirito d’obbedienza – e chi invece non la indosserà apparirà come uno che sfida il sentimento comune. E gli altri.

Questo costringerà ad inevitabili ripercussioni spiacevoli. Finché si tratta di un negozio, in fila alle Poste o in attesa di entrare in un ufficio pubblico, pazienza, c’è sempre quella che Gaber chiamava la “legge dilagante del fatti i c… tuoi”. Diverso sarà invece il caso delle Messe dove un rimbrotto di un ligio “raccomandato” potrà costare nel migliore dei casi un’ulcera duodenale prim’ancora del canto d’ingresso.

Un caso tra tanti: il signor Bianchi entra in chiesa senza mascherina, prende posto accanto alla signora Rossi, avvolta nella sua attillata FFP2, mascherina a sua volta già raccomandata precedentemente rispetto a quella chirurgica. La signora è del genere apprensivo-metti-mai-che…. Il signor Bianchi è della classe dell’uomo che non deve chiedere mai. Di seguito il dialogo probabile tra i due.
«Scusi, può mettere la mascherina?»
«Guardi, signora, che non è più obbligatoria»
«Sì, ma siamo al chiuso ed è raccomandata»
«Una raccomandazione non è un obbligo. Io non la metto.»
«Se tutti facessero come lei…».
«Io non mi faccio più imbavagliare»
«E io non ho voglia di prendermi il covid per il suo egoismo».

A quel punto, se nessuno dei due cede all’altro si aprono due strade: o la lite degenera nell’insulto oppure uno dei due se ne va e cambia posto. In ogni caso la pax animarum è già andata a farsi friggere. Senza contare poi l’eventuale rimbrotto del parroco al malcapitato no mask o il possibile sfottò di un vicino di banco alla signora in maschera.

Fantasie? Chi frequenta i banchi da chiesa sa che scene del genere potrebbero capitare già da domani. Per questo la gestione della raccomandazione della mascherina in chiesa sarà più difficile che dal panettiere perché a Messa c’è pure da scambiarsi uno “sguardo” di pace, che diventerà presto un’occhiata in cagnesco.

Il timore, dunque, è che non essendo le cose chiare, ma normate da una paternalistica quanto infida raccomandazione a comportarsi da bravi cittadini, vincerà la legge del più forte o quella del più amico del parroco. Invece, tutte le norme, leggi, grida, dispacci che Dio manda in terra, devono essere improntate al sì sì, no no di cui il nostro parlare deve fare uso.

Una legge è tale perché definisce i contorni delle cose che si possono fare e di quelle che non si possono fare. Se si introduce la variabile delle cose che sarebbe meglio fare, ma si possono anche non fare, entra in campo l’ormai asfissiante pretesa dello Stato etico a cui la Chiesa non mostra nessun timore di sottomettersi. È già stato osservato con la distribuzione della comunione “preferibilmente” in mano entrata in vigore a Pasqua. Ci sono parroci che per prudenza e paura di ritorsioni di fedeli timorosi di mescolarsi, continuano a obbligare i fedeli a riceverla in mano.

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