• IL DECRETO

Messa in latino, proprio a Roma la stretta più dura

Niente sacramenti né sacramentali, niente Triduo pasquale per i fedeli; obbligo dei sacerdoti di chiedere autorizzazione scritta per poter celebrare nelle chiese dell’Urbe nel rito antico. Il decreto del cardinal De Donatis appare di una inusitata durezza e in aperta contraddizione con Benedetto XVI. 

Lo scorso 31 agosto, i Superiori degli Istituti e Comunità ex Ecclesia Dei avevano firmato un comunicato congiunto, con il quale esprimevano sbigottimento per il fulmine a ciel sereno del motu proprio Traditionis Custodes e domandavano inoltre la possibilità di un confronto, «perché si apra un vero dialogo e si nomini un mediatore che sia per noi il volto umano di questo dialogo» (vedi qui).

Non è chiarissimo quale idea abbiano oltretevere del dialogo, ma la pubblicazione di un documento firmato dal Cardinale De Donatis pare prendere il termine in senso molto lato. Peccato, perché la stessa diocesi ha di recente realizzato addirittura un tutorial su come adempiere la sinodalità auspicata da Francesco: 6 minuti e 23 secondi di aria fritta, che fanno sorgere qualche dubbio se sia ancora il caso di pregare ogni mattina “ti ringrazio di avermi... fatto cristiano”. Comunque, stando al tutorial, la parola d’ordine è “ascoltarci tra di noi, ascoltare tutti”, e i “contenitori” delle grandi domande (?) sarebbero questi: essere in compagnia di tutti, in ascolto di tutti, bla bla bla.

Forse De Donatis non aveva ancora visto il capolavoro comunicativo della sua diocesi, dal momento che i diretti interessati della questione non sono mai stati contattati, nemmeno per telefono.

Fatto sta che con questo documento, che sembrerebbe avere il tenore di un decreto, la diocesi di Roma applica TC esattamente secondo la linea interpretativa di Roche (vedi qui) e dunque in aperta contraddizione rispetto alla linea tracciata da Benedetto XVI. Manco a dirlo, la lettera è stata scritta con lo scopo di «proseguire nell'opera di “facilitare la comunione ecclesiale a quei cattolici che si sentono vincolati ad alcune precedenti forme liturgiche” (Giovanni Paolo II, Litt. Ap. Motu proprio datae “Ecclesia Dei”, 2 luglio 1988), già avviata nell'Urbe da molti anni». E ovviamente non poteva mancare l’intenzione di «esercitare una viva carità pastorale nei confronti dei fedeli che “non escludono la validità e la legittimità della riforma liturgica, dei dettati del Concilio Vaticano II e del Magistero dei Sommi Pontefici” (art. 3 §1, Traditionis Custodes)».

Nella lettera si afferma che il motu proprio «stabilisce che i “libri liturgici promulgati dai santi Pontefici Paolo VI e  Giovanni Paolo II, in conformità ai decreti del Concilio Vaticano II, sono l'unica  espressione della lex orandi del Rito Romano” (art. 1, Traditionis Custodes) e che pertanto non è più possibile usare il Rituale Romano e gli altri libri liturgici del "rito antico" per  la celebrazione di sacramenti e sacramentali (p. es., neppure il Rituale per la riconciliazione dei penitenti secondo la forma antica) . L'uso degli altri Ordines, pertanto, attualmente è espressamente interdetto e rimane consentito solo l'uso del Missale Romanum del 1962».

Non è chiaro se queste restrizioni riguardino anche la Parrocchia della SS. Trinità dei Pellegrini, affidata alla Fraternità Sacerdotale di San Pietro ed eretta il 23 marzo 2008 dal Cardinal Ruini per volontà del Papa Benedetto, proprio per la cura pastorale (quella vera) dei fedeli, autorizzando esplicitamente non solo la Messa, ma anche tutti i sacramenti secondo il rito antico.

Notare il virgolettato nel virgolettato. La citazione di TC si ferma all’affermazione (fantasiosa) che i nuovi libri liturgici siano l’unica espressione del Rito romano; ma De Donatis aggiunge che pertanto tutti i libri liturgici del Rito Romano antico, eccetto il Messale, risultano interdetti. Tempo qualche mese, e dall’art. 1 di TC si potrà anche dedurre che pertanto anche il Messale del 1962 è interdetto. Sempre per promuovere la comunione ecclesiale.

La lettera prevede anche che qualsiasi sacerdote intenda celebrare con il Messale del 1962 nel territorio della diocesi di Roma, debba essere autorizzato dal Vicario, inviandogli preventivamente richiesta scritta, nella quale si specifica in quale chiesa intende celebrare (escluse le chiese parrocchiali), richiesta che sarà poi gestita dal Direttore dell’Ufficio Liturgico del Vicariato di Roma (in questo video, il Direttore, nominato incaricato pro tempore per l’attuazione di TC, mentre spiega con entusiasmo la rivoluzione liturgica, infilando un errore dietro l’altro).

Tra le «determinazioni specifiche» con cui De Donatis conclude la lettera, c’è una singolare attuazione della «viva carità pastorale» verso i fedeli: in nessuna delle chiese della diocesi del Papa, dove è prevista la celebrazione con il Messale del1962, sarà possibile prendere parte al Sacro Triduo nel rito antico. Davvero un pensiero carino per far sentire a loro agio, nella “chiesa postconciliare”, i fedeli legati alla liturgia romana precedente la riforma.

Dunque, ricapitolando: niente sacramenti né sacramentali, a motivo di una “tacita” abrogazione di tutti i libri liturgici anteriori alla riforma liturgica, eccettuato il Messale; niente Triduo pasquale per i fedeli; obbligo dei sacerdoti di chiedere autorizzazione scritta per poter celebrare nelle chiese dell’Urbe nel rito antico (escluse le parrocchie). Si tratta di un’interessante interpretazione dell’attuale pontificato: dal lavoro per una “chiesa in uscita”, allo sforzo per spingere fuori dalla Chiesa.

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