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1413 giorni

Meloni dura più di Berlusconi II, il record c'è ma non basta

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Venerdì 4 settembre l'attuale esecutivo è diventato il più duraturo nella storia della Repubblica, superando il Cavaliere e smentendo le cassandre del 2022. Conquistato il primato temporale, è l'ora dei bilanci. L'azione politica conta molto di più della longevità. 

Editoriali 05_09_2026
Foto Filippo Attili/Palazzo Chigi/LaPresse

1413 giorni dopo, la profezia delle cassandre è definitivamente archiviata. Nel 2022, quando Giorgia Meloni arrivò a Palazzo Chigi alla guida del primo governo della storia repubblicana presieduto da una donna, in molti scommettevano sulla fragilità dell’esecutivo: sei mesi, forse un anno, prima che le contraddizioni della maggioranza, le difficoltà economiche e la pressione internazionale ne provocassero la caduta.

È andata diversamente. Il governo Meloni ha superato ieri, 4 settembre, il record di longevità del secondo governo Berlusconi, diventando il più duraturo della Repubblica, e la premier può legittimamente rivendicare una capacità di tenuta politica che pochi, all’inizio della legislatura, erano disposti a riconoscerle. Ma proprio perché il record è stato raggiunto, la questione cambia. Da oggi non interessa più sapere quanto durerà il governo: interessa capire che cosa abbia fatto del tempo che ha avuto. La longevità è un indice di stabilità, ma la stabilità è una condizione dell’azione politica, non l’azione politica in sé.

Meloni ha avuto un merito fondamentale: ha tenuto insieme una coalizione composta da forze con identità e priorità differenti, evitando quelle crisi interne che hanno storicamente rappresentato il tallone d’Achille dei governi italiani. Le cassandre del 2022, dunque, hanno perso la scommessa. Ma sarebbe semplicistico attribuire tutto il merito alla sola abilità della presidente del Consiglio. Il contesto internazionale ha giocato un ruolo decisivo. La guerra in Ucraina, il confronto tra Stati Uniti e Cina, la crisi degli equilibri europei, le tensioni commerciali e il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump hanno modificato continuamente il quadro nel quale Roma era chiamata a muoversi. Meloni ha scelto fin dall’inizio una relazione stretta con Washington e, con il ritorno di Trump, ha potuto contare su un rapporto personale e politico che ha contribuito a proteggerne la posizione internazionale. Ma proprio Trump ha rappresentato anche una fonte di imprevedibilità: le oscillazioni della politica americana sull'Ucraina, sull'Europa, sui dazi e sulla sicurezza hanno costretto il governo italiano a una difficile politica di equilibrio. Molte delle difficoltà incontrate dalla diplomazia italiana, quindi, non possono essere imputate semplicemente agli errori di Palazzo Chigi.

Sul piano economico il bilancio è altrettanto sfaccettato. Il governo può rivendicare l'aumento dell'occupazione, la riduzione della disoccupazione, il taglio del cuneo fiscale e interventi sull'Irpef che hanno alleggerito il carico su una parte significativa dei lavoratori e del ceto medio. Ma sarebbe sbagliato scambiare questi indicatori per una trasformazione dell'economia italiana. La crescita resta modesta, la produttività continua a essere il grande problema irrisolto, il debito pubblico è enorme e la questione dei salari bassi rimane aperta. Il governo ha amministrato con una prudenza apprezzata dai mercati, ma non ha ancora prodotto quella svolta strutturale capace di modificare il potenziale di crescita del Paese.

È soprattutto sulle riforme che il bilancio appare meno brillante. Non si può dire che in quattro anni il governo non abbia fatto nulla: sono state approvate numerose leggi, dalla sicurezza al fisco, dall'immigrazione al welfare. Ma le grandi riforme che avrebbero dovuto caratterizzare la legislatura sono rimaste poche, controverse o incomplete. Il premierato, bandiera costituzionale di Fratelli d'Italia, non è arrivato al traguardo; la riforma della giustizia, sulla quale il governo aveva investito molto, è stata bocciata dal referendum. È una sconfitta politicamente rilevante, perché dimostra che la durata parlamentare non coincide necessariamente con la capacità di trasformare in consenso popolare le proprie battaglie più ambiziose.

Ancora più emblematico è il caso dell'autonomia differenziata. La legge è stata approvata, ma il progetto è rimasto impantanato tra vincoli costituzionali, livelli essenziali delle prestazioni e differenze di vedute nella stessa maggioranza. L'autonomia è da sempre una priorità della Lega; molto meno lo è per Fratelli d'Italia e Forza Italia, più orientati verso un rafforzamento del ruolo dello Stato centrale. Ed è qui che emerge una delle trasformazioni più interessanti del centrodestra: la coalizione che un tempo aveva nel federalismo e nel rapporto privilegiato con il Nord produttivo uno dei suoi tratti distintivi sembra avere assunto una fisionomia sempre più nazionale e centralista.

La scelta di Bari per celebrare il record dei 1413 giorni è, in questo senso, più di un dettaglio organizzativo. È comprensibile: Meloni vuole dimostrare che la destra di governo non è più soltanto la destra del Nord e che il Mezzogiorno è parte decisiva del suo progetto nazionale. Ma Bari non è una roccaforte del centrodestra: alle comunali del 2024 il candidato della coalizione fu sconfitto nettamente e alle regionali del 2025 il centrosinistra ha confermato un'ampia prevalenza. Roma sarebbe stata la sede più naturale per celebrare un record del governo nazionale, oppure si sarebbe potuta scegliere una delle regioni settentrionali amministrate dal centrodestra.

La scelta pugliese può quindi essere letta come un messaggio politico: conquistare il Sud, allargare il consenso e presentare il governo come forza nazionale. Ma rivela anche una certa distanza dalle tradizionali istanze del Nord e dalle sensibilità autonomiste della coalizione. Alla fine, però, il giudizio sui 1413 giorni non può essere né quello dei detrattori del 2022, che avevano previsto un rapido fallimento, né quello della propaganda governativa, che rischia di trasformare la durata in una certificazione automatica di buon governo.

Meloni ha dimostrato di saper durare: ha mantenuto unita la maggioranza, attraversato una fase internazionale eccezionalmente difficile e ottenuto risultati economici che sarebbe ingeneroso ignorare. Ma ha anche mostrato i limiti di un esecutivo che, dopo quasi quattro anni, deve ancora indicare una grande riforma strutturale capace di lasciare un segno paragonabile alla sua longevità. Il record, insomma, è reale e politicamente significativo. Ma è soltanto il primo capitolo del bilancio storico di questo governo. Perché un governo può essere ricordato per quanto è durato oppure per ciò che ha cambiato. E il vero giudizio sull'era Meloni dipenderà molto di più dalla risposta a questa seconda domanda.