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CRISI E DIPLOMAZIA

Medio Oriente, Kosovo e Armenia: il ruolo dell’Ue è insignificante

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I vertici dell’Unione europa – in particolare von der Leyen, Borrell e Michel – si stanno confermando inadeguati al loro ruolo. Vedi la confusione mostrata fin qui nelle crisi riguardanti il Medio Oriente, il Kosovo e l’Armenia.

Politica 30_10_2023
Ursula von der Leyen e Charles MIchel_27 ottobre 2023

È un obbligo morale per noi che crediamo nel progetto dei padri fondatori e nelle radici giudaico-cristiane europee, criticare l’attuale insipienza e l’ennesima dimostrazione di inadeguatezza dei vertici dell’Unione europea. Una serie di inqualificabili prestazioni negli ultimi giorni sono la conferma di come, in primis, Ursula von der Leyen, Josep Borrell e Charles Michel non siano mai stati all’altezza del compito a loro assegnato, nemmeno in politica estera. Ogni giorno che rimangono al proprio posto è un danno serio per tutti.

Tre fatti, in particolare, vanno sottolineati. Il primo riguarda la crisi in Medio Oriente e la risposta armata di Israele dopo il macello da parte degli islamisti di Hamas, il 7 ottobre 2023, contro cittadini inermi. Nelle conclusioni del Consiglio europeo del 26 e 27 ottobre, in una striminzita paginetta, i 27 capi di Stato e di governo dell’Ue si sono accordati sulla necessità di «pause umanitarie» a Gaza, ribadendo la soluzione della convivenza di due Stati per i due popoli, nel rispetto delle leggi internazionali. Due giorni parevan troppo pochi per un testo così stringato? Ebbene, una simile tragica insipienza si è vista al voto sulla risoluzione promossa dalla Giordania all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, votata nella notte di venerdì 27 ottobre.

L’Assemblea dell’Onu ha adottato la risoluzione (120 voti a favore, 14 contrari e 45 astensioni), chiedendo una «tregua umanitaria immediata, duratura e sostenuta che porti alla cessazione delle ostilità». Un emendamento, proposto dal Canada e sostenuto dagli Stati Uniti e da tutti i Paesi dell'Ue, che chiedeva una condanna esplicita di Hamas, non è passato, non ottenendo il sostegno dei due terzi. L’Europa geopoliticamente insignificante ha visto i propri Paesi votare in modo totalmente difforme l’uno dall’altro: a favore del testo, che non fa alcun cenno ai massacri di Hamas, hanno votato Belgio (Paese dell’attuale presidente del Consiglio europeo Charles Michel e del commissario alla Giustizia Didier Reynders), Irlanda, Francia, Lussemburgo, Malta, Portogallo, Slovenia e Spagna; Paese, quest’ultimo, che sta esercitando la sua presidenza semestrale di turno del Consiglio europeo.

Per l’astensione hanno votato l’Italia – la cui scelta equilibrista è stata illustrata dalla presidente Giorgia Meloni – la Bulgaria, Cipro, Danimarca, Lituania, Estonia, Lettonia, Finlandia, Germania, Grecia, Olanda, Polonia, Romania, Slovacchia e Svezia. Contrari al documento invece, Austria, Croazia, Repubblica Ceca e Ungheria. Una domanda semplice: visto il generale sostegno dei Paesi dell’Ue all’emendamento del Canada, perché la risoluzione dell’Onu ha ottenuto il voto favorevole di Belgio, Irlanda, Francia, Lussemburgo, Malta, Portogallo, Slovenia e Spagna?

Il secondo fatto. Da anni l’Europa, soprattutto con Borrell, cerca di mediare tra Azerbaigian e Armenia, con lo scopo di sostituire il ruolo della Russia. In breve, dopo la rioccupazione del Nagorno Karabakh da parte dell’esercito azero e il tremendo esodo forzato degli armeni, l’Europa aveva pensato di organizzare un incontro tra il primo ministro armeno Nikol Pashinyan e il presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev durante la riunione europea di Granada dello scorso 5 ottobre. Ebbene, Aliyev si è rifiutato di partecipare ad un incontro a cinque, a margine del vertice della Comunità politica europea (Cpe) a Granada, con i leader di Francia, Germania, Armenia e Michel. Con un tempismo perfetto, il Parlamento europeo, proprio il 5 ottobre, aveva approvato una risoluzione molto critica dell’Azerbaigian. Poi, l’alto rappresentante per la politica estera dell’Ue, Josep Borrell, ha voluto discutere dell’evoluzione tra i due Paesi del Caucaso alla riunione dei ministri degli esteri dei Paesi europei il giorno 23 ottobre, cioè il giorno seguente all’incontro in cui Armenia, Azerbaigian, Russia, Turchia e Iran si riunivano a Teheran per trovare soluzioni che favorissero sia la firma di un trattato di pace tra Armenia e Azerbaigian, sia lo sviluppo infrastrutturale, viario ed economico nei Paesi della regione. In breve, mentre a Bruxelles Borrell parlava a vuoto, a Teheran si gettavano le basi per guardare avanti con soddisfazione di tutti. La fondata speranza di una soluzione e uno sviluppo fecondo nelle relazioni tra i Paesi del Caucaso è stata confermata proprio dal primo ministro armeno Pashinyan, che ha dichiarato e ripetuto in questi giorni la propria fondata speranza di arrivare nei prossimi mesi a un trattato di pace e così poter intraprendere una nuova fase di sviluppo che coinvolga anche l’Armenia, sia rispetto al corridoio sud-nord (Paesi asiatici, Iran, Russia) sia con il corridoio est-ovest (Azerbaigian, Georgia, Armenia, Turchia, Europa). Sinora, l’Armenia è stata emarginata da questi importanti canali di sviluppo economico e strategico.

Il terzo fatto riguarda la crisi tra Serbia e Kosovo. Dopo l’intesa dei mesi scorsi, mai attuata completamente dai kosovari, il 27 ottobre si è conclusa con un nulla di fatto la serie di incontri a Bruxelles con il presidente della Serbia, Aleksandar Vucic, e il premier del Kosovo, Albin Kurti, alla presenza dei leader di Italia, Francia, Germania, Josep Borrell e del “mediatore europeo” Miroslav Lajcak. L’ostacolo? È la costituzione dell’Associazione dei comuni a maggioranza serba nel nord del Kosovo, tema sul quale il Kosovo si è rimangiato gli impegni presi. La soluzione non può essere il riconoscimento sic et simpliciter dell’indipendenza del Kosovo. Fosse così, perché i Paesi europei invece non riconoscono le Repubbliche di Lugansk e Donetsk dal 2014? O lo Stato federato turco di Cipro o l’Abcasia ed Ossezia del Sud in Georgia?