• COVID E MEDIA

Mattarella bacchetta i no vax, ma ignora le tele-risse

L’affondo di Sergio Mattarella contro i no vax ha rilanciato la riflessione pubblica sul ruolo dell’informazione. Secondo il capo dello Stato, i no vax avrebbero troppo spazio nei media. Ma non affronta il vero problema dell'infodemia attuale: il dibattito si basa sulle risse, dove le urla prendono il posto della corretta informazione scientifica.

Sergio Mattarella

L’affondo di Sergio Mattarella contro i no vax ha rilanciato la riflessione pubblica sul ruolo dell’informazione durante la pandemia. Il Presidente della Repubblica, in occasione della cerimonia per lo scambio degli auguri di fine anno con i Rappresentanti delle Istituzioni, delle Forze Politiche e della Società Civile, dunque in un’occasione alquanto solenne sul piano istituzionale, ha accantonato per un attimo il suo consueto aplomb e ha puntato il dito in maniera perentoria e decisa contro i no vax: «La prima difesa dal virus è stata la fiducia della stragrande maggioranza degli italiani nella scienza, nella medicina – ha detto il Capo dello Stato -. Vi si è affiancata quella nelle istituzioni, con la sostanziale, ordinata adesione a quanto indicato nelle varie fasi dell’emergenza. Le poche eccezioni - alle quali è stato forse dato uno sproporzionato risalto mediatico - non scalfiscono in alcun modo l’esemplare condotta della quasi totalità degli italiani».

Non si tratta, quindi, soltanto di un attacco ai no vax, bensì anche di una valutazione delle scelte editoriali compiute dai mezzi d’informazione: avrebbero, secondo lui, dovuto dare meno spazio ai no vax. Si tratta di un’opinione non isolata, come dimostrano le recenti esternazioni di Enrico Mentana e altri importanti direttori e conduttori, contrari ad ospitare i no vax nelle loro trasmissioni. C’è però un problema di fondo: occorre delimitare i confini del popolo no vax e inquadrare il concetto di "no vax", al fine di non creare confusione. A chi si riferiva Mattarella quando parlava di “poche eccezioni”? C’è da augurarsi che il riferimento fosse agli estremisti anti-vaccino, cioè gli infiltrati alle manifestazioni contro il Green Pass e l’obbligo vaccinale. Le forme di violenza sono sempre da condannare e si tratta, appunto, di poche eccezioni.

Diverso sarebbe se il richiamo del Quirinale fosse rivolto alla totalità delle persone che non si sono vaccinate e che sono, a quanto pare, oltre 5 milioni. Sarebbe un vulnus alla democrazia pensare di silenziare le opinioni contrarie al vaccino, visto e considerato quello che sta succedendo proprio negli ultimi giorni, con il balzo dei contagi e l’avvento della nuova variante Omicron, rispetto alla quale i sieri sembrano meno efficaci.

Inoltre, le parole del Capo dello Stato lascerebbero intendere che la causa dell’infodemia, vale a dire la circolazione incontrollata di notizie non vagliate e non verificate, sia l’eccessivo spazio concesso dai media alle opinioni contrarie alla vaccinazione. In realtà basta fare zapping durante il giorno e in prima serata per imbattersi in talk show nei quali le urla dominano e fanno premio su qualsiasi tipo di informazione ancorata a evidenze scientifiche. Si tratta del classico infotainment, che non fornisce notizie di pubblica utilità, ma cavalca gli istinti emotivi e la volatilità degli umori. Dunque il vero nodo da sciogliere non è il rispetto del contraddittorio, cioè la presenza nei salotti televisivi di persone che sostengono e argomentano un punto di vista alternativo rispetto a quello dominante, bensì la credibilità di certa informazione che crede di soddisfare il diritto dei cittadini ad essere informati producendo vere e proprie telerisse.

È una grave patologia del sistema mediatico che ha ben poco a che fare con la comunicazione medico-scientifica, con la marginalizzazione delle notizie di dubbia autenticità e con la valorizzazione delle pochissime evidenze scientifiche. Le opinioni urlate, i ruggiti scomposti di chi, alzando la voce, pensa di riuscire a imporre più efficacemente il suo pensiero, sono il pane quotidiano dispensato ai telespettatori. Gli studi televisivi si trasformano sempre più spesso in ring. Ciascun interlocutore ha il primario obiettivo di sovrastare gli altri con la propria voce, mentre il conduttore, apparentemente turbato e contrariato, rinuncia a sedare le telerisse perché schiavo dello share e dell’amplificazione che esse ricevono sui social. Il numero esorbitante di ospiti è funzionale alla creazione di un dibattito confuso, nel quale a nessuno viene dato il tempo necessario per spiegare concetti coerenti. Si usano parole chiave che scatenano immediatamente la reazione smodata di altri ospiti e aizzano gli animi in studio. A quel punto il gioco è fatto, l’obiettivo della spettacolarizzazione è stato raggiunto e la missione dei media di favorire un'adeguata comprensione delle dinamiche evolutive della pandemia passa in secondo piano.

Le parole di Mattarella non colgono nel segno perché rimangono in superficie e non vanno alla radice delle distorsioni mediatiche che hanno dominato soprattutto le ultime due ondate della pandemia. D’altronde, mettendo in fila le opinioni espresse dagli scienziati negli ultimi 12-15 mesi, che cosa emergerebbe? Una confusione cosmica, che è agli antipodi della buona informazione. Dunque, anche seguire la scienza può generare disinformazione e allontanare i cittadini dalla comprensione della realtà, laddove un virologo o un immunologo pronunci parole o sviluppi concetti contraddittori a distanza di pochi giorni o poche settimane. La credibilità della scienza si misura anche in base alla sua capacità di coltivare il dubbio senza spacciare per certezze indiscusse quelle che sono soltanto legittime interpretazioni soggettive. Se il giornalismo sospendesse il giudizio su aspetti del Covid che generano pericolose aspettative o alimentano paure ingiustificate, forse avremmo un panorama mediatico meno desolante e la gente affronterebbe in maniera più matura e consapevole la pandemia.

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