Matilde Serao, la giornalista dal cuore devoto
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Ricorrono 170 anni dalla nascita della fondatrice del Mattino, che si convertì al cattolicesimo e lasciò pagine letterarie che parlano di fede, da La Madonna e i Santi a Nel paese di Gesù.
Donna forte, sempre in ricerca nell’animo. Così come nella sua scrittura giornalistica. È Matilde Serao (1856-1927), della quale quest’anno ricorrono i 170 anni dalla nascita. La biografia di una delle menti più brillanti del Novecento italiano è assai affascinante, così come le sue pagine, divise tra il quotidiano emblema di Napoli, da lei fondato, Il Mattino, e la sua vasta produzione letteraria. Le donne votate alla scrittura, all’epoca, non erano tante. Figurarsi impegnate nella scrittura giornalistica, tra reportage e racconti, tra elzeviri e pamphlet: Serao intraprese questa strada e, percorrendola, si avvicinò molte volte alla fede. Un percorso umano e spirituale legato soprattutto alla sua produzione letteraria.
La Serao abiurò la fede ortodossa per abbracciare la religione cattolica, spinta dalla forza dell’amore: quello per il suo amato Edoardo Scarfoglio, cofondatore del Mattino. L’atto di abiura è datato 4 dicembre 1871. Ma questa scelta, che fu dettata da un aspetto “legale” oltre che dal seguire la forza dell’amore, fu anche l’avvio di un percorso nella fede cattolica che produsse non poche pagine letterarie. «O libro schietto e puro, uscito dal più torbido dolore che abbia sconvolto un’anima di scrittore, se tu dai un pensiero di pace, se tu ispiri un desiderio di raccoglimento, se tu fai rivolgere una preghiera al Cielo, tu non sarai vissuto invano», questa la dedica a un volume che vedeva la luce nel 1902, intitolato La Madonna e i Santi (Nella Fede e nella Vita). Pagine che si accostano al mistero della Vergine Maria e di alcuni santi. Non è certo possibile scindere questo testo dal luogo in cui è nato, la Napoli popolare, colma di devozioni, di tradizioni: in questo testo, sicuramente da riscoprire, c’è tutto il popolo partenopeo che parla, che partecipa ai sacri riti. E la Serao li descrive con dovizia di particolari, da buona giornalista: si potrebbe definire un reportage nell’animo devoto e popolare di Napoli. Anche un nome diviene espressione di fede: «Felici le donne che portano il nome di Grazia; poiché ogni volta che il loro nome è pronunziato, è un’eco di poesia che risuona nei cuori. Peccato che solo nel popolo, assai raramente nelle classi alte, quelle Grazielle vi sieno!».
Fra le tante figure di santità la Serao si sente vicina a una in particolare: santa Teresa d’Avila. Testimonianza di questa sua particolare devozione le parole che pronunciò in una conferenza che si tenne a Palermo il 25 maggio 1902: «Quando lo spirito religioso ha preso un possesso completo dell’animo di Teresa, abbastanza tardi, cioè cinque o sei anni dopo la sua vestizione, ella non si chiude nelle solinghe ed egoistiche contemplazioni della sua Divina Maestà, come ella chiama il Signore, ma sente il bisogno, con la parola scritta, di propagare il suo mistico segreto spirituale, di propalare l’altezza e la dolcezza di questa dedizione a Dio. Essa comincia a scrivere. Credete voi che nei volumi che la sua mano dettò, dai primi sino agli ultimi, dalla sua Vita alle Lettere, dalla Vie della perfezione al Castello Interiore, vi sia la traccia di una follia, di una frenesia? In nessuno!». Il ritratto che fa di Teresa d’Avila rimane un gioiello di sintesi, perché riesce in poche parole a delineare la figura della santa carmelitana.
Ma uno dei testi più famosi di questo cammino rimane Nel paese di Gesù. Ricordi di un viaggio in Palestina, il racconto del viaggio che la scrittrice intraprese, da sola, tra la primavera e l’estate del 1893. Il testo risulta un reportage che non si ferma ai luoghi, bensì vuole scrutare – come si legge nella prefazione – «l’anima di un paese»: «Ho cercato, umilmente, dove fremesse, dove vibrasse l’anima di quella Sacra Terra, che ha visto Iddio, e ne ha udito la voce. E diffusa nei bianchi cieli delle aurore di Samaria, nei piccoli fiori violetti e gialli innanzi alla casa di Marta e di Maria, nel canto perenne della fontana di Nazareth, dove la Madonna bagnò le sue mani, sulle rive di quel lago di Genesareth, dove Gesù camminò sulle acque, in giorno di tempesta: diffusa quest’anima della Palestina, ovunque il figliuol di Dio portò il suo dolore e la sua speranza, ogni volta che al mio cuore ansioso si è comunicato il palpito di quest’anima, io ho tentato di fermare il ricordo sulla carta, ed ho dato alla mia emozione la significazione materiale più semplice e più personale. E rivedendo, dopo qualche tempo, questi ricordi di Palestina, io sento ancora una volta il fascino di quel paese; far tremare il mio spirito: fascino che non viene, o lettore, dalle grandi e magnifiche espressioni della beltà, della ricchezza, della possanza di un paese, ma dal soffio spirituale che vi lasciò una Grande Vita».
Serao descrive i luoghi con perizia, anche geografica. Tanti luoghi, tutti carichi di grande significato spirituale. Come il Santo Sepolcro: «La chiesa del Santo Sepolcro ha tutte le forme architettoniche, mescolate insieme. Essa è rotonda nel suo corpo centrale, dove sorge l’edicola in cui è racchiuso il Santo Sepolcro, ed ha un colonnato intorno e poi un largo corridoio buio, che vi gira intorno: ma essa ha un ovale molto allungato, dalla parte dell’abside, dove, a tre metri dal suolo, sopra una piattaforma, si apre la cappella dei greci scismatici», questa una parte della descrizione del luogo. E quando si trova di fronte alla pietra dove il corpo di Cristo è stato adagiato, allora il suo pensiero prende vie del tutto metafisiche: «Pregare, pregare? Colui che entra curvato, si rialza come abbarbagliato dalla soverchia luce e brancola, quasi cercando la tomba: e come il suo corpo crolla innanzi a quella pietra, così pare che crolli l’anima, in un oblio di ogni formola, in un abbandono spirituale, senza parole e senza idee. La preghiera? Il pellegrino, venuto di lontano, che ha superato stenti e difficoltà per giungere sino a Lui, che ha subito privazioni e tristezze, che ha sognato, così ostinatamente e così ardentemente, questo minuto di avvicinamento fra sé e il suo Signore, non ha forza di pregare. Prosciolte le membra, smarrita l’anima, non può esso riunire la parola al pensiero, non può dominare il suo pensiero; la fronte poggia sul sacro marmo, immobile; la bocca schiusa, immobile, tocca così il sacro marmo, quasi non avesse neppure la forza di baciarlo: non un atto: non un gesto: l’abbattimento più profondo, come se quella emozione avesse infranto tutte le corde dell’essere. Qualcuno piange, sì. Appena caduto in ginocchio, come se il cuore si fosse spezzato, scoppia in disperati, alti, inconsolabili singhiozzi, battendo col capo e col petto contro quella pietra, irrorando di caldissime lacrime quel freddo sasso, abbracciandolo avidamente, stringendovisi come all’estrema salvazione umana, cercando di costringerlo a sé, come per immedesimarvisi, come per morirvi di dolore, di pentimento, di amore». Citazione non breve, sicuramente. Difficile “andar di cesoia” perché la prosa della Serao ti avvolge, porta il lettore proprio in quel luogo, in quel sacro luogo. Sono parole che non solo descrivono, ma che fanno rivivere ciò che la stessa giornalista e scrittrice ha vissuto.

