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intervista / don francesco cristofaro

«Maria mi ha preso per mano e non mi ha più lasciato»

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La presenza della Madonna nella vocazione di don Francesco, forgiata da una sofferenza che lo aveva allontanato da Dio. Parroco e scrittore impegnato nell'apostolato anche via social, invita a pregare per i sacerdoti perché «il demonio vuole distruggere un prete per colpire l’intera comunità».

Ecclesia 10_07_2026

«A 8 anni Maria mi ha preso per mano e non mi ha più lasciato». Racconta così gli esordi della sua vita cristiana don Francesco Cristofaro, che ha da poco festeggiato vent’anni di sacerdozio. Nato nel 1979 a Botricello, un piccolo paesino della provincia di Catanzaro, proviene da una famiglia che rifiutava la fede cristiana. Suo padre infatti bestemmiava spesso e sua madre era molto arrabbiata con Dio anche per la paresi spastica alle gambe che aveva colpito suo figlio sin dalla nascita. La Nuova Bussola lo ha raggiunto per ripercorrerne le origini della sua vocazione fino all’impegno nell’evangelizzazione dei più giovani soprattutto attraverso i social e la scrittura di diversi libri di spiritualità. Il suo ultimo lavoro è «Venite a me». Il volto di Gesù nel Vangelo di Matteo (San Paolo, 2025, pp. 144).

Don Francesco, da dove nasce l’ostilità da parte dei suoi genitori nei confronti della fede?
Dopo il loro matrimonio mio padre e mia madre si trasferirono dalla Calabria a Torino. Mia madre aveva già perso una figlia dopo appena un’ora dal parto. Quando nacqui io avevo solo 7 mesi, pesavo un kg e avevo una paresi alle gambe. Mia madre chiedeva insistentemente ai medici: «Mio figlio guarirà?». Non soddisfatta del diniego dei medici, preferisce allora rivolgersi ai maghi che invece la rassicuravano che io sarei guarito. D’altra parte, però, rimasi colpito nel vedere che mia nonna si prendeva cura del parroco, premurandosi di preparargli spesso il pranzo.  L’Ave Maria è stata la prima preghiera che ho imparato. Col tempo avrei poi custodito nel cuore in special modo la verità della Parola: ero nato con tale disabilità perché, anche attraverso di essa, fossero rese visibili le opere di Dio a sua maggior gloria.

Come è stato, durante la sua infanzia e adolescenza, fare i conti anche con la fragilità che le comportava la sua disabilità?
Non nascondo che spesso venivo preso in giro e che, per esempio, quando si giocava a calcio, alcuni compagni mi facevano fare il portiere solo per tirarmi la palla addosso. Ero arrivato al punto di togliermi la vita. Ma, grazie a Dio, in quel momento è giunta mia sorella sul balcone e mi ha salvato. Il giorno dopo sono poi andato a una catechesi.

Quando invece ha cominciato a comprendere che la sua vocazione era di seguire il Signore nella via del sacerdozio?
A 17 anni un giorno, seduto sui gradini di casa, tenevo tra le mani il libricino che avevo ricevuto in regalo il giorno della mia Prima Comunione. Mentre leggevo il rito della consacrazione: «Prendete, questo è il mio corpo» e «Prendete, questo è il mio sangue», ho sentito dentro di me un forte brivido, un forte scossa, per cui ho avuto quasi paura e ho subito chiuso il libro. Contestualmente ho alzato gli occhi al cielo, dicendo: «Gesù, che cosa vuoi da me?». Sono poi corso a parlarne con il padre spirituale, il quale mi rassicurò, invitandomi a non preoccuparmi: «Preghiamo e aspettiamo perché, se il Signore ti chiama, Lui ti mostrerà la strada». Di qui io decisi di dare la possibilità al Signore di lavorare nel mio cuore. E subito il mio sì fu messo alla prova. Quell’anno infatti ero stato catechista dei bambini di Prima Comunione. Durante tale celebrazione eucaristica, nel corso della quale facevo il ministrante, il sacerdote mi chiede di tenere il calice con il vino consacrato, ossia il sangue di Cristo, mentre i bambini si accostano a ricevere il Santissimo Sacramento. Mentre il terzo bambino si comunica io perdo l’equilibrio sul gradino dell’altare e cado a terra con il calice in mano. L’ho però tenuto ben stretto tra le mani cosicché nessuna goccia del sangue di Gesù è fuoriuscita. Tuttavia, a seguito di tale caduta, è morta la mia speranza, tanto da recriminare al Padre: «Tu sei un Dio malvagio. Perché mi chiami e poi mi tratti così?». Così me ne sono andato dalla chiesa e non l’ho frequentata più per sei lunghi mesi, cominciando a condurre tutt’altra vita. Uscivo la sera e tornavo al mattino e avevo iniziato anche a fumare e a compiere azioni cattive. A un certo punto vidi una scena che mi rattristò molto e riflettevo sui miei coetanei che vivevano delle vite strane e che rischiavano di perdersi. Allora dissi dentro di me: «Ma tu, o Gesù, mi avevi chiamato per salvare i giovani. Ora li vedo perdersi e non faccio nulla per salvarli?». Di qui una domenica mattina ho ripreso a partecipare alla Santa Messa, fino a decidere di entrare in seminario. Insomma, anche attraverso quel periodo di allontanamento da Lui, il Signore mi ha fatto capire che: «Il mio sacerdote lo costruisco Io», ossia doveva svuotarmi per poter entrare. Così il Maestro si è preso del tempo per svuotarmi e riempirmi. Una grazia che ho chiesto al Signore nel giorno della mia ordinazione sacerdotale è stata la conversione dei miei genitori, che ho presto ottenuto, poiché sono ritornati a Lui con tutto il cuore.

Qual è il ruolo di Maria nella sua vocazione sacerdotale?
Maria è una madre che mi ha preso per mano all’età di 8 anni e da quel momento non ha più lasciato la mia mano fino a oggi che ne ho 46. È una madre attenta che vive la sua missione, quella stessa che Gesù stesso le ha affidato dalla croce. “Donna, ecco tuo figlio”. Quindi la Vergine prende la mano dei suoi figli e li conduce nel cammino. Il mio cammino è quello sacerdotale; poi c’è il cammino degli sposi. Ognuno ha il suo cammino: l’importante è dare la propria mano a Maria e Lei è sempre con noi. A tal proposito vorrei anche raccontare un episodio a me particolarmente caro, verificatosi durante un pellegrinaggio a Medjugorje. Dopo aver confessato per quattro ore, ai piedi della croce blu, sento le gambe come se fossero di piombo e dunque temo di non riuscire a cominciare la salita alla collina delle apparizioni. Ma non appena metto i piedi sulla prima roccia, comincio al contrario a salire speditamente e quelle rocce mi sembrano soffici come delle nuvole. Di qui, una volta in cima, scoppio in un pianto liberatore e di gratitudine verso Maria che, nonostante la mia disabilità, mi aveva voluto in cima accanto a sé, dicendomi: «Io sono con te e sono al tuo fianco. Sono la tua Mamma».

Cosa altro desidera condividere del suo ministero?
Il Signore pone i suoi fedeli nelle nostre mani: si tratta di una missione delicatissima. Attualmente sono il parroco di una comunità di Santa Maria Assunta a Simeri Crichi (Catanzaro) che consta di circa trecento anime. Perciò invito a pregare sempre per i sacerdoti, tenendo presente che il demonio vuole distruggere un prete per colpire l’intera comunità. Allo stesso modo vuol agire verso un padre o una madre, perché così distrugge un’intera famiglia.

Lei evangelizza molto anche attraverso i libri e sui social. Come reputa tale dimensione digitale?
Ritengo che non bisogni né demonizzare, né assolutizzare i social. Personalmente ho iniziato a usarli durante la pandemia. Da lì ho poi cominciato anche a trasmettere la lettura e il commento al Vangelo del giorno, il Rosario e un pensiero quotidiano. Si è così formata gradualmente una grande famiglia sparsa in tutta Italia ma anche nel resto del mondo. Chi mi incontra sui social e sul canale YouTube sa che con me si fa un cammino di preghiera e di formazione. Non ho bisogno di scimmiottare i sacramenti, né la Santa Messa ma ho constatato, anche attraverso tale modalità di apostolato, come vi sia tanto bisogno da parte dei fedeli di pregare ed essere ascoltati, secondo quanto essi stessi testimoniano nei diversi incontri.



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