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L’autobiografia

Sant’Ignazio, il racconto di un pellegrino

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«Fino all’età di ventisei anni fu uomo dato alle vanità del mondo», inizia così l’autobiografia del fondatore dei gesuiti, che parla di sé in terza persona. Un libro noto anche come Racconto di un pellegrino, titolo che racchiude l’intera vita del santo: un pellegrinaggio verso il Cielo.

Ecclesia 31_07_2026

Un racconto, una vita, delle parole in successione che formano frasi che rimarranno per sempre nella storia della Chiesa. È l’autobiografia di sant’Ignazio di Loyola (1491-1556), redatta nei suoi ultimi anni terreni: narrazione della sua avventurosa vita, raccolta da padre Gonçalves da Câmara, influente gesuita che servì come confessore e precettore di Dom Sebastião I, sedicesimo re del Portogallo e dell’Algarve. L’opera, nella sua forma, vede il santo parlare di sé stesso sempre in terza persona, definendosi semplicemente come «il pellegrino». Ed è assai interessante il termine utilizzato, pellegrino. In questo, infatti, è possibile racchiudere l’intera esistenza del santo spagnolo: un pellegrinare per raggiungere il Cielo, per poter trovare l’unione più perfetta con Dio. E non è un caso, infatti, che questa autobiografia sia conosciuta anche con il titolo Racconto di un pellegrino.

«Fino all’età di ventisei anni fu uomo dato alle vanità del mondo; e sopra tutto si dilettava nell’esercizio delle armi, con un grande e vano desiderio di guadagnarsi onore», così inizia l’affascinante racconto. E se la parola pellegrino racchiude, come detto, l’esistenza spirituale del santo, quella frase, uomo dato alle vanità del mondo, riesce invece a personificare l’Ignazio prima della conversione. Una conversione che maturò a seguito di un avvenimento ormai famoso. Siamo nel maggio 1521, durante la difesa della fortezza di Pamplona contro le truppe francesi: una palla di cannone ferisce gravemente Ignazio. Il guerriero cade, colpito alla gamba. Cade come uomo dato alle vanità del mondo per rialzarsi, dopo, come pellegrino. Ed è in quel tempo di convalescenza – come è scritto nella stessa autobiografia – che il guerriero Ignazio viene a contatto con «una Vita Christi e un libro di vite di santi in volgare. Percorrendo più volte quelle pagine restava preso da ciò che vi si narrava. Ma quando smetteva di leggere talora si soffermava a pensare alle cose che aveva letto, altre volte ritornava ai pensieri del mondo che prima gli erano abituali». Un andamento ancora dialettico dell’animo. Ancora in ricerca dell’incontro con il Signore: Ignazio, infatti, si accorge che i pensieri mondani lasciano deserta l’anima, mentre quelli divini portano una pace duratura. «E questa fu la prima riflessione che fece sulle cose di Dio», un’illuminazione che lo spinge a voltare definitivamente le spalle al passato per mettersi in viaggio, non più come cavaliere del re, ma come soldato di Cristo.

Nel 1522 Ignazio lascia la casa paterna. Tappa fondamentale per il suo nuovo cammino, il santuario di Montserrat: è in questo luogo che depone la spada davanti all’altare della Vergine Maria. Si dirige poi verso la cittadina di Manresa, dove conta di fermarsi pochi giorni. Ci rimarrà, invece, quasi un anno: un periodo di profondo avvicinamento alle “cose di Dio”. Ma c’è un’altra svolta nella sua biografia: «Mentre egli stava lì seduto, cominciarono ad aprirsi gli occhi del suo intelletto; non che vedesse qualche visione, ma capiva e conosceva molte cose, sia di cose spirituali come di cose della fede e delle lettere; e questo con una illuminazione così grande, che tutte le cose gli parevano nuove». Il tutto avviene sulle sponde del fiume Cardoner. Da questo intenso e profondo “labor animae” nascerà il nucleo dei famosi Esercizi spirituali, un compendio pratico per aiutare l’uomo a purificare il cuore e «cercare e trovare la volontà divina nell’organizzazione della propria vita». Poi, finalmente la Terra Santa, nel 1523, anno in cui riesce a raggiungere Gerusalemme a piedi, mendicando. Ma Ignazio annota nell’autobiografia che poi dovrà lasciare quella terra: per lui «era la volontà di Dio che non rimanesse in quei luoghi santi». Tornato in Europa, comprende che deve dedicare il suo tempo allo studio, all’intelletto, la sua nuova “arma” per poter aiutare il mondo: la sua nuova battaglia. A trentatré anni, a Barcellona, comincia lo studio della grammatica latina. Successivamente si sposta nelle università di Alcalá, Salamanca e infine Parigi. Ed è proprio nella città francese che, tra il 1528 e il 1535, completa gli studi di filosofia e teologia, ottenendo il titolo di Magister.

Altro evento molto importante per la sua vita e la Chiesa universale è l’incontro con alcuni suoi compagni di studi (tra i quali i futuri santi Francesco Saverio e Pietro Favre) che, affascinati dal retto e intransigente stile di vita di Ignazio e conquistati dall’esperienza degli Esercizi, decidono di legarsi assieme con un voto: è il 15 agosto 1534, nella chiesetta di Saint-Denis a Montmartre, quando nasce ufficialmente il primo nucleo di quella che diventerà la Compagnia di Gesù, l’istituzione religiosa che legherà per sempre il suo nome a quello del santo spagnolo. Il primo sogno della compagnia è Gerusalemme. Una destinazione che li porta prima a Venezia e poi a Roma: «I suoi nove compagni arrivarono a Venezia all’inizio del 1537. Si sparsero subito per i vari ospedali a prestarvi servizio. Dopo due o tre mesi si recarono tutti a Roma per ricevere la benedizione del Papa prima di imbarcarsi alla volta di Gerusalemme». Sogno, quello di predicare in Terra Santa, che mai si realizzerà. Alla Compagnia verrà concesso l’avallo ufficiale della Sede di Pietro nel 1540.

«Anche quando celebrava la messa aveva molte visioni; e nel tempo in cui componeva le Costituzioni erano particolarmente frequenti. In quel momento poteva affermare ciò con più sicurezza, perché ogni giorno era andato annotando quello che provava nell’anima, e conservava ancora quelle note. (...) Vedeva ora Dio Padre, ora le tre Persone della Trinità, ora la Madonna che intercedeva o approvava». Parole, contenute sempre nell’autobiografia, che determinano il profilo spirituale di sant’Ignazio di Loyola, un uomo che ha lasciato alla Chiesa uno dei “metodi” più importanti per il discernimento spirituale per l’uomo di tutti i tempi: appunto, gli Esercizi spirituali. Quel soldato morrà il 31 luglio 1556. La sua, certamente, non più una battaglia sui campi di guerra, ma nella fede. La fine di un’esistenza che riecheggia le parole di san Paolo: «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede».