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Marco, il Vangelo "romano", di Luisella Scrosati

Anche gli studi di Marta Sordi e Ilaria Ramelli, che hanno lavorato su diverse fonti antiche, tra cui anche quelle meno note, portano alla conclusione che il Vangelo di Marco sia stato scritto a Roma tra il 42 e il 45, negli anni della prima permanenza a Roma di Pietro.

L'imperatore Claudio

Oltre alle acute osservazioni di Wenham (vedi qui), altre “spie” che fanno propendere per la stesura del vangelo di Marco nel periodo della prima predicazione a Roma dell’Apostolo Pietro, ossia tra il 42 e il 45 circa, erano state rilevate da Marta Sordi (+ 2009), che fu Ordinario di Storia Greca e Storia romana all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano fino al 2001, e da Ilaria Ramelli, grande studiosa del Cristianesimo antico.

Quest’ultima, nell’articolo Fonti note e meno note sulle origini dei vangeli: appunti per una valutazione dei dati della Tradizione, («Aevum», anno 81/1, 2007, 171-185) offre una lettura capace di armonizzare tra loro le testimonianze antiche relative alla stesura dei quattro Vangeli. Queste fonti sono state troppo spesso accantonate perché giudicate “apologetiche”, e pertanto non degne di fede. La verità è che Papia di Gerapoli e Clemente Alessandrino (entrambi citati da Eusebio di Cesarea) puntano dritti sulla presenza di Pietro a Roma al tempo dell’Imperatore Claudio e alla stesura del secondo Vangelo da parte di Marco subito dopo la (prima) partenza di Pietro.
Che si tratti della sua partenza e non della sua morte, come invece alcuni hanno interpretato il testo di Ireneo, risulta chiaro dal brano delle Hypotyposeis di Clemente, per due volte citato da Eusebio. Infatti, dapprima nel libro II della Historia Ecclesiatica si riporta che «l’apostolo Pietro [...] gioì del loro zelo e acconsentì alla lettura del testo nelle chiese» (HE II, 15. 2); più avanti, nel libro sesto, si legge che «Pietro, avendo appreso ciò», ossia della trascrizione della sua predicazione, «né lo dissuase, né lo esortò con i suoi consigli» (HE VI, 14. 7).  Dunque Pietro era ben vivo quando il Vangelo di Marco venne scritto ed iniziò a girare nelle comunità cristiane.

La Ramelli porta a sostegno anche un’altra fonte antica, meno conosciuta, ossia un frammento del commento di Teodoro di Mopsuestia, tra i più noti teologi ed esegeti della scuola antiochena (V sec.), al Vangelo di Giovanni: «Dopo qualche tempo, la grazia divina non consentì che i propri araldi rimanessero confinati in una sola parte della terra, ma li spinse fuori, verso luoghi esterni, secondo dispensazioni diverse: l’occasione di Simone fece fare al beato Pietro la strada verso Roma, e a ciascun altro un’altra» (cit. in Fonti note e meno note, cit., 183). In questo brano risultano confermati alcuni rilievi che avevamo presentato nel precedente articolo: che la venuta di Pietro a Roma era stata motivata dalla presenza nella capitale di Simon Mago; che la Città eterna fu la prima destinazione di Pietro e che essa fu da lui raggiunta quando anche gli altri Apostoli - tranne i due Giacomo (uno martirizzato e l’altro rimasto a reggere la comunità di Gerusalemme) - partirono per le loro destinazioni.

I due brani in cui Eusebio cita Clemente Alessandrino sono altresì importanti perché riferiscono di un’insistenza da parte dei cristiani di Roma affinché Marco mettesse per iscritto l’insegnamento del Principe degli Apostoli. Marta Sordi (Pietro a Roma, in «Il Timone», marzo/aprile 2001, 38-39) ha ritenuto che non si trattasse solo del desiderio di avere un “ricordo scritto” della predicazione di Pietro, data la sua assenza, ma anche di una documentazione da poter offrire alle autorità politiche in una circostanza particolare della storia della Chiesa romana.

Tacito riporta la notizia che nel 42/43 Pomponia Grecina, moglie di Aulo Plauzio, appartenente ad una famiglia senatoria, si era convertita ad una superstitio externa, ossia al cristianesimo. Questa superstitio aveva dunque ormai raggiunto la classe dirigente romana ed era pertanto naturale che il potere politico volesse capirci qualcosa di più. Da qui la richiesta di poter avere una documentazione scritta su quello che questi cristiani credevano ed annunciavano: «Io credo pertanto che la richiesta a Marco di mettere per iscritto la predicazione di Pietro a Roma da parte di membri della classe dirigente romana possa essere nata anche dalla volontà di conoscere meglio la natura della nuova “setta” giudaica e di valutarne la eventuale pericolosità politica. Le informazioni raccolte dovettero tranquillizzare i collaboratori di Claudio: da questo momento e fino al 62 sappiamo da Flavio Giuseppe (Antichità Giudaiche XX, 199 ss.) che i Romani impedirono ogni violenza contro i cristiani in Giudea, e sappiamo dagli Atti degli Apostoli che, direttamente o indirettamente, li favorirono a Cipro, a Corinto, ad Efeso». Nemmeno l’espulsione dei Giudei da Roma nel 49, di cui ci dà notizia Svetonio nella Vita Claudii, convolse i cristiani.

Se il Vangelo di Marco poté servire da rassicurazione per Claudio, negli ultimi anni del suo successore Nerone, esso divenne invece oggetto di satira. Il clima nei confronti dei cristiani era fortemente cambiato a partire dalla svolta del 62, anno in cui Nerone mutò radicalmente atteggiamento nei confronti dei cristiani, come anche degli stoici. Ilaria Ramelli aveva trovato riferimenti piuttosto evidenti di questa sprezzante ironia nel Satyricon di Petronio, composto tra il 64 e il 65 d.C. (cf. Petronio e i cristiani: allusioni al Vangelo di Marco nel Satyricon?, in «Aevum», anno 70/1, 1996, 75-80). Non si tratta di generici rinvii al cristianesimo, ma di precise reminiscenze del Vangelo di Marco, non a caso proprio il vangelo scritto a Roma per i Romani.

I passi decisivi del Satyricon sono il 77, 7 e il 78, 3-4, ossia il finale della Cena Trimalchionis, nel quale si parla di un’unzione prefigurante la morte e la sepoltura, con preciso riferimento ad un’ampolla di nardo. Dei quattro evangelisti, solo Marco e Giovanni riferiscono che l’unguento era proprio del nardo, ma solo il primo parla anche – per due volte - di un vaso o di un’ampolla. Sempre in questa sezione (74, 1-4) si fa riferimento anche al canto del gallo, come presagio di sciagura e morte, e non invece preannuncio di vittoria, come da tradizione romana. Inoltre, il gallo viene anche chiamato da Petronio index, cioè “denunciatore, accusatore”, esattamente come viene percepito da Pietro quando lo sente cantare. Anche qui, è significativo notare che è solo il secondo Vangelo a precisare che il gallo cantò per due volte e che Gesù aveva predetto a Pietro: «Prima che il gallo canti due volte, mi rinnegherai per tre volte» (Mc 14, 66-72); gli altri evangelisti riferiscono genericamente del canto del gallo, senza specificare le due ripetizioni. Un dettaglio che, unito al precedente sull’unzione di Betania, corrobora l’ipotesi che il Vangelo che girava a Roma era proprio quello marciano. Vi sono poi altri passi del Satyricon nei quali si vede la volontà dell’autore di mettere in scena una parodia di punti capitali del cristianesimo, come l’Eucaristia e la Risurrezione di Cristo.

Si tratta di elementi che esprimono piuttosto chiaramente che il Vangelo di Marco era ben conosciuto nella corte imperiale e nel mondo letterario nella prima metà degli anni 60. Una conferma dunque che il secondo Vangelo non fu scritto dopo la morte di Pietro, ma prima. E tutte le fonti antiche conducono agli anni della prima permanenza dell’Apostolo a Roma, ossia dal 42 al 45.

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