Marco Albera, una vita per la storia a maggior gloria di Dio
Studioso delle insorgenze e della storia del Piemonte, collezionista e testimone di una fede sincera, lo storico torinese è venuto a mancare all'indomani della festa della Consolata. Con la sua morte riecheggia il motto che concludeva le sue pubblicazioni: "Finito libro, sia laudato Christo".
Dal suo ufficio studiava il passato per rendere onore a Dio nel presente. Possiamo riassumere così, se ci è lecito, il lavoro di Marco Albera, storico, collezionista e testimone di una fede sincera, venuto a mancare nella giornata di domenica 21 giugno 2026. Data non casuale: all’indomani della festività della Consolata, la più sentita dai torinesi e molto vicina alla spiritualità di Marco Albera, studioso della storia di Torino e del Piemonte, devoto alla Madonna e legato, per vincoli di parentela o per conoscenze familiari, ad altre figure legate alla Vergine Consolatrice, patrona di Torino dal 1714: Piergiorgio Frassati (1901-1925), ad esempio, da poco santo; e poi i salesiani, per mezzo di don Paolo Albera (1845-1921), secondo successore di don Bosco in qualità di Rettor Maggiore, al quale la città di Torino ha dedicato una piazza in zona Porta Palazzo e del quale Marco Albera era un nipote indiretto.
Anche il nonno Alessandro Baggio (1896-1988) era un uomo di grande fede, membro della Società San Vincenzo de Paoli. La sua opera è ancora ricordata per l’aiuto portato ai bisognosi, specie quando Torino fu coinvolta dal massiccio esodo giuliano. Il nonno Alessandro è stato una figura centrale nella vita di Marco Albera: nel 1919, egli avviò una ditta specializzata nell’importazione di filamenti di tungsteno, indispensabile per le lampadine. Tale attività fu proseguita dalla ditta Baggio, che porta ancora il suo nome e che Marco Albera condusse fino alla morte. Tuttavia, Alessandro Baggio aveva la passione per gli oggetti di pregio, specie quelli orientali: avviò anche un emporio il cui prodotto di maggior rilievo era costituito dalle ceramiche e dalle porcellane giapponesi.
Marco Albera iniziò a collaborare con il nonno all’età di 17 anni. Crebbe tra gli oggetti d’arte e sviluppò una particolare predilezione per la cultura e uno spiccato senso per il bello, nonché una fede sincera. Laureato in architettura e in storia, quando prese le redini dell’azienda del nonno fece un voto speciale, che l’articolista di questo articolo ha visto, sottoscritto di sua mano al termine di un foglio battuto a macchina: il giovane Marco si impegnava a condurre una vita totalmente cristiana, dedicando la sua opera all’apologetica e alla maggior gloria di Dio. Chi lo ha conosciuto può confermare che tale proponimento è stato adempiuto: si spese per gli altri con una dedizione rara, interpretando il suo apostolato nella difesa delle verità di fede e intrattenendo un singolare dialogo con il passato, da difendere apologeticamente ma anche da consultare come un libro aperto per trovare validi insegnamenti per il presente, mantenendo dritta la rotta grazie ai semplici ma efficaci insegnamenti di padre Prosper Guéranger (1805-1875), autore di un piccolo ma fondamentale saggio sui compiti dello storico cattolico.
Lo studio di Marco Albera era il punto di riferimento di coloro che volevano approfondire la storia e la cultura della città, del Piemonte e della Chiesa. Egli metteva a disposizione la sua conoscenza, maturata negli anni, a tutti coloro che avevano la fortuna di poterlo incontrare. Ha aiutato tanti ragazzi a realizzare le tesi di laurea e ha fornito materiale fondamentale per molti studiosi (tra i quali l’autore del presente articolo). La sua opera era disinteressata e mossa unicamente da uno sferzante amore per la verità. Con Massimo Introvigne fu tra i fondatori del Cesnur, Centro Studi sulle Nuove Religioni. Fu anche membro di Alleanza Cattolica, dell'Istituto Storico dell'Insorgenza e dell’Arciconfraternita della Trinità, una delle più antiche di Torino. Per anni insegnò gratuitamente all’Unitre, l’Università della Terza Età, proponendo lezioni che sono ancora ricordate per la loro profondità. Fu anche vicepresidente del Circolo degli Artisti di Torino e presidente dell’Accademia Albertina di Belle Arti.
Ma il merito principale di Marco Albera fu forse quello di aver dato voce a coloro che non possono più parlare. Come storico, si specializzò nella storia degli sconfitti o dei dimenticati. Una delle sue opere più meritevoli è stata la ricostruzione storica di Branda de’ Lucioni, maggiore dell’esercito imperiale che cacciò i francesi rivoluzionari dalla Lombardia e dal Piemonte nel 1799 insieme a Suvorov. Di lui la storiografia ottocentesca aveva tracciato un quadro fosco, da romanzo d’appendice. Albera, insieme ad Oscar Sanguinetti, pubblicò un volume che per primo faceva chiarezza sui fermenti controrivoluzionari in Italia e che ridava spessore storico al personaggio. Una ricerca enorme negli archivi italiani e viennesi: Albera pagò sempre tutto di tasca propria, badando più al ritorno per la causa della verità che a quello economico. Il suo ufficio divenne un centro studi: tutte le sue pubblicazioni erano arricchite da materiale inedito, spesso rarissimo se non unico, da lui collezionato per il piacere di restituirlo al prossimo dopo averlo studiato.
Chi scrive ha potuto consultare a lungo il suo archivio, avviando una collaborazione che ha portato alla pubblicazione di alcuni volumi dai quali sempre, mediante la trattazione di un evento storico anche minore, veniva evidenziata la centralità e l’importanza della fede. Come nel volume sulla storia dei carnevali torinesi, dal quale non si apprendono soltanto piccole note di colore, ma si cerca di spiegare il meccanismo della beneficenza di un tempo, collegato agli eventi ludici e scherzosi dei carnevali. Significativamente, i libri di Marco Albera si concludevano con una marca tipografica settecentesca, raffigurante la basilica di Superga con il motto “Finito libro, sia laudato Christo”.
L’ultima opera è stata un omaggio alla storia sabauda, della quale era un grande esperto. 24 tele della sua collezione sono state esposte nella mostra “I Signori del Piemonte”, allestita a Palazzo Lascaris, sede del Consiglio Regionale del Piemonte, proprio in questi giorni. «La scomparsa di Marco Albera ci addolora profondamente», ha commentato il presidente del Consiglio Regionale, Davide Nicco, che ha aggiunto: «Marco Albera ha saputo coniugare passione, competenza e amore per la nostra terra, lasciando un’eredità culturale di grande valore».
In un suo intervento su Youtube, Albera – ragionando dell’importante apporto delle Confraternite nella storia della società occidentale, e del valore delle donazioni e dell’operato dei confratelli che hanno permesso la crescita nei secoli di un edificio di beneficienza e carità – commentò: «Noi cosa possiamo fare una volta che siamo morti? Niente. Poter continuare a fare il bene con quello che il Signore ci ha dato e che noi abbiamo reso è, secondo me, una grande grazia che il Signore ci può fare» (qui al minuto 28:09). Con i centinaia di articoli e i molti saggi pubblicati la sua voce può ancora fare del bene. La vita di questo testimone della fede lo dimostra: la sua opera, certamente frutto della preghiera e della grazia, ha permesso lo sviluppo di tante ricerche storiche orientate verso il bene e, così facendo, ha confortato nella fede molti e forse convinto qualche dubbioso. Il suo lavoro silenzioso ma costante ora è trasmesso ai ricercatori che avranno solide basi di studio grazie al suo impegno. Ora, spetta ad altri studiosi proseguire la sua attività e riprendere il suo motto: “sia laudato Christo”.
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