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Mamme, scuola, lavoro: Maroni non "tiene" famiglia

Difesa della famiglia, aiuti per la scuola e il lavoro. Dunque più soldi alle mamme, per il Buono scuola e per la Dote lavoro. Promesse che il governatore della Regione Lombardia, il leghista Roberto Maroni, non ha mantenuto. A due anni dalla sua elezione, per la famiglia lombarda le cose sono cambiate: in peggio.

Roberto Maroni, governatore della Regione Lombardia

«Bisogna difendere quel luogo dove la persona ha origine e sviluppa la sua naturale dimensione relazionale, ovvero la famiglia quale cellula fondamentale della società. La famiglia, in questo senso, è la prima agenzia di welfare, perché essa genera, cura ed educa i cittadini di domani. Intorno a questo nucleo originario occorre costruire un nuovo sistema di politiche sociali e sociosanitarie, valorizzando i compiti che già la famiglia svolge e offrendo ad essa una rete di supporto e aiuto, in un’ottica sussidiaria». Suonavano così le parole che l’attuale Presidente, Roberto Maroni, recitava agli elettori a pochi giorni dalla sua nomina a capo della Regione Lombardia. 

Parole cariche di promesse, parole ambiziose, parole quanto mai necessarie. Parole, appunto. Parole che disegnano “la Lombardia che ho in testa”, diceva l’allora candidato “una Lombardia dove la famiglia è al centro”. La realtà appare diversa. Così, a quasi due anni dall’insediamento della nuova giunta, duole constatare che, non solo la famiglia non rientra tra le priorità dell’attuale turno di guardia lombardo, ma che, pezzo per pezzo, tutto ciò che di buono era stato costruito negli anni passati, si sta lentamente smontando. Taglio dopo taglio, stanno venendo meno quelle politiche di welfare familiare che avevano caratterizzato le scorse legislature, facendo della Lombardia un modello virtuoso per le altre Regioni d’Italia.

Così, mentre viene tagliato sensibilmente il Fondo Nasko – quello, per intenderci, che permette alle madri in difficoltà economiche di scongiurare l’aborto - e mentre vengono stanziati sempre meno soldi per la Dote Scuola, scompare del tutto, e nel silenzio, la Dote Conciliazione famiglia-lavoro, ovvero il sussidio che aiuta le donne lombarde a superare la costrizione di scegliere tra famiglia e lavoro. Dall’altra parte, invece, il «sostegno per le famiglie numerose», l’incremento dei «mezzi economici per rendere sempre più libera la scelta scolastica» e altre simili promesse dal sapore elettorale, finiscono, per ora, in un nulla di fatto. La crisi, l’instabilità economica del nostro Paese, le restrizioni che arrivano dal governo nazionale, sono certo realtà che coinvolgono anche la Regione Lombardia, ma non bastano da sole a giustificare la debolezza dei fondi economici stanziati e la mancanza di una programmazione strategica volta a sostenere e sviluppare le politiche a sostegno della famiglia. 

A dimostrarlo è la precedente legislatura che, nel biennio 2011-2012, ha dovuto anch’essa fare i conti con la mannaia calata dalla crisi economica internazionale e, in particolare, con i pesanti tagli imposti dal governo alle Regioni. Eppure, il miliardo e 400 milioni di euro sottratti alla Regione Lombardia dall’esecutivo centrale, non hanno impedito alla giunta Formigoni di mantenere invariati i fondi destinati alle politiche sociali, famiglia in particolare. É stato tutt’altro che semplice, certo, e la partita ha richiesto l’instancabile impegno e il lavoro condiviso di presidente, assessori e associazioni di riferimento. Ma i risultati sono arrivati e la Lombardia, nel 2011, è stata l’unico governo regionale in Italia, a salvare il proprio sistema di welfare, introducendo addirittura nuovi finanziamenti a sostegno della genitorialità. Per fare qualche esempio, nel 2011 sul focus Famiglia la regione ha stanziato 16 milioni di euro, 10 milioni sono arrivati alle politiche di Conciliazione famiglia-lavoro e 5 al fondo Nasko. Come a dire, se si vuole, si può.

C’era una volta la Dote conciliazione famiglia-lavoro. «La Direzione Generale Famiglia di Regione Lombardia comunica che non è prevista l'emanazione di un nuovo bando per il biennio 2014-2015», così l’attuale giunta mette la parola fine alla Dote conciliazione famiglia-lavoro. Nata nel 2010 per facilitare il rientro al lavoro delle donne dopo la maternità, la Dote Conciliazione prevedeva un contributo per un valore massimo di 1.600 euro (200 euro al mese) da utilizzare come sostegno alla spese di asili nido, centri prima infanzia, nido famiglia, baby sitting ed altri simili. Non solo, la misura contemplava anche un bonus per le Piccole Medie Imprese sotto forma di un voucher premiante (1000 euro) per l'assunzione di madri escluse dal mercato del lavoro o in condizioni di precarietà lavorativa. Insomma, un aiuto non indifferente per le famiglie che, con la crisi insistente, vedono nel secondo stipendio, non un vezzo di emancipazione "rosa", ma un elemento necessario e fondamentale perché il bilancio famigliare sia "verde". E d'altra parte, sul fronte aziendale, la Dote suonava come una nota positiva, seppur timida, nell'odiosa vicenda dell'emarginazione della donna-madre dal mondo del lavoro. E niente, la Dote conciliazione famiglia-lavoro è stata eliminata dal sistema di welfare lombardo, non si farà più. 

Le misure per la conciliazione tra vita e lavoro sono state avviate nel 2010, grazie ad un accordo Stato Regioni e a specifiche risorse messe a disposizione dall’allora ministero per le Pari Opportunità. La Lombardia da allora e fino alla fine del 2012, ha scelto di investire molte risorse, anche proprie, su questo focus che è diventato un cavallo di battaglia dell’assessorato Famiglia dell'ultima giunta Formigoni. Negli ultimi mesi della scorsa legislatura, Regione Lombardia ha stanziato sulla partita della conciliazione, complessivamente, poco meno di 10 milioni di euro, suddivisi in parti uguali tra sostegno a progetti di welfare aziendale-interaziendale e rilancio della Dote servizi alla persona. Dopo un periodo di passaggio tra le due legislature, in cui tutte le misure sono proseguite grazie a fondi stanziati in precedenza, nel dicembre 2013 Regione Lombardia vara il nuovo programma attuativo e le Linee Guida sul tema. Risultato: la Dote conciliazione scompare dal sistema e non vengono assegnate ulteriori risorse al suo proseguimento. Detto in altre parole: zero soldi in tasca a sostegno delle famiglie che decidono di accogliere un nuovo bebè.

Se colpire la famiglia diventa un vizio. Come detto, però, la Dote conciliazione non è la prima politica di welfare familiare dal destino infelice. Anche per il Fondo Nasko le cose, nell'ultimo anno, non si sono messe bene. Si tratta del sussidio che, sempre dal 2010, offre un’alternativa all’aborto alle future mamme con difficoltà economiche, quelle che il bambino lo vorrebbero ma proprio non potrebbero mantenerlo. Il sostegno, erogato nell’ambito di un progetto di aiuto personalizzato, prevede 3.000 euro complessivi per ogni donna-madre. Ebbene, nonostante a luglio 2013 fossero stati stanziati 5 milioni di euro a bilancio preventivo, confermando così le cifre della precedente legislatura, in realtà il fondo Nasko-Cresco viene successivamente dimezzato dalla giunta Maroni: nel 2014 appena 2 milioni. Una misura valutata inefficace dalla Regione? Tutt'altro visto che, solo nel 2013, in Lombardia 1359 donne hanno scelto di portare avanti la gravidanza, proprio grazie a Nasko. Ciò significa 1359 vite salvate. E, infatti, le ragioni che hanno portato al taglio di Nasko sono ben diverse dal giudizio sull’efficacia del sussidio. «Il 75 per cento dei fondi sono stati presi da extracomunitari» ha spiegato l'assessore alla Famiglia della giunta Maroni, Maria Cristina Cantù. Detto in altre parole: se a essere aiutati a nascere sono i bambini extracomunitari, il fondo non ha ragion d’essere. 

Gran bel modo di intendere il diritto alla vita, quello leghista. E infatti è proprio in tal senso che l’assessore ha rivisitato, in chiave restrittiva, i requisiti d'accesso al fondo: 5 anni di residenza nella Regione Lombardia al posto di uno e dichiarazione di reddito Isee inferiore a 7.700 euro (erano12 mila). Ciò significa approssimare allo zero la reale possibilità d’intervento del fondo stesso, dato che oltre l'80% delle donne che ha fatto domanda nel 2013, con i nuovi criteri sarebbe fuori. Per ora questi ultimi requisiti sono stati congelati, grazie anche alla forte opposizione portata avanti dal Nuovo Centro Destra, che si dice al lavoro perché vengano aumentate le misure a sostegno di Nasko.

C'è poi il Buono scuola - Pensato come sostegno alla libertà di scelta educativa per gli studenti delle scuole paritarie di ogni ordine e grado, il Buono scuola lombardo è uno strumento che aiuta le famiglie attraverso un contributo allo studio che accompagna il percorso di istruzione dei ragazzi dai 6 ai 21 anni. Questa misura aveva già subito una drastica riduzione nel biennio 2011-2012, anche in ragione del mancato sostegno a livello nazionale. Il taglio colpì le famiglie su due fronti: da una parte si abbassò il livello di reddito annuo per l’assegnazione del buono, da 46mila euro a 30mila. Dall’altra se ne ridusse l’entità: da contributo massimo di 1.050 euro, variabile a seconda del costo della scuola, a contributo fisso, fino a un massimo di 900 euro, a seconda dell’ordine di scuola. In poche parole, scesero di circa 15mila unità le famiglie beneficiarie del sostegno. É proprio sul punto che era intervenuto in campagna elettorale il presidente Maroni: «Urge innovazione nella scuola e nell’Università, garantendo ancor di più la libertà di scelta e offrendo i mezzi - anche economici - perché tale libertà sia effettiva, accrescendo l’autonomia degli istituti». Ebbene, per il biennio 2014-2015 il Buono scuola, riservato alle paritarie, è stato tagliato di circa il 10%, passando da 33 a 30 milioni di euro ed è stato introdotto come criterio di calcolo l'Isee, in luogo del vecchio Irf (indicatore reddituale familiare), che teneva conto solo del reddito. Stringendo così, ancora di più, la porta di accesso al sussidio.

C’è un unico punto su cui l’attuale amministrazione lombarda si è spesa. La giunta Maroni riserva la propria particolare attenzione al «supporto economico dedicato ai genitori separati, raddoppiando lo stanziamento delle risorse precedentemente dedicate». Con la delibera n. 681 del settembre 2013, Regione Lombardia ha stanziato risorse aggiuntive di 1 milione di euro per i genitori separati con figli minori. Tale scelta non fa altro che accrescere dubbi e perplessità: meno soldi per aiutare le donne a far nascere i propri bambini, eliminati i sostegni alle mamme lavoratrici che un nuovo figlio scelgono di accoglierlo, zero aiuti alle famiglie numerose, che per ogni figlio vedono incredibilmente moltiplicarsi tasse e burocrazia, ma più soldi ai genitori che la propria unità scelgono di interromperla. 
Insomma, dopo tante belle parole e nobili promesse in nome della famiglia, ora sarebbe bello vedere qualche fatto.