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JIHAD

L'uomo di Bin Laden che la Germania non può espellere

Sami A. è uno dei maggiori sospetti  di jihadismo, forse era l'ex guardia del corpo di Bin Laden. Ha fatto proseliti e ha reclutato giovani alla causa del jihad. Ma la magistratura tedesca non lo vuole estradare in Tunisia, sua patria d'origine, per motivi umanitari.

LUBECCA: TENTATA STRAGE di S. Magni

Esteri 21_07_2018
La sospetta guardia del corpo di Bin Laden

Sami A. è arrivato dalla Tunisia in Germania come “studente” nel 1997. Due anni più tardi ha fatto in modo che gli venisse trasformato il suo ‘permesso di studio’ in ‘permesso di soggiorno temporaneo’ a Berlino. Più o meno dal 2008 l’uomo riceve dallo Stato tedesco 1.168 euro di sussidio ogni mese, si è trasferito a Bochum con una donna tedesca che poi ha sposato e dalla quale ha avuto quattro figli. La storia ha tutte le caratteristiche di una romantica favola sull’immigrazione. Se non fosse che il signor Sami è meglio noto come ‘Sami Aidoudi’ direttamente dall'intelligence tedesca la quale, dal giorno dopo il suo arrivo in Europa, non ha mai smesso di tenerlo d’occhio.

Aidoudi è sospettato di essere una ex guardia del corpo di Osama Bin Laden, la sua richiesta di asilo è sempre stata rifiutata dalla Germania che lo ha classificato come “un considerevole pericolo per la sicurezza pubblica”, ma nonostante ciò il tribunale di Gelsenkirchen, supportato da Amnesty International, ha sempre respinto la tesi dello Stato secondo cui il nostro uomo sarebbe al sicuro dagli abusi in Tunisia, il suo Paese natale, e ne ha quindi bloccato il rimpatrio.

La prima volta che Sami Aidoudi ha fatto domanda d’asilo era il 2007, ma da allora il Paese non è stato capace d'espellerlo. Il quarantaduenne tunisino è un islamico salafita che prima degli attentati dell’11 settembre aveva trascorso un periodo di addestramento in Afghanistan e Pakistan: è quanto danno per certo le autorità tedesche, secondo le quali in quel periodo è stato alla sequela di Bin Laden.

Da quando ha raggiunto l’Europa è rimasto sotto sorveglianza dell’intelligence cosa che non ha impedito che, nel frattempo, svolgesse il ruolo di mentore per i giovani musulmani arrivati in Occidente ottenendo, poi, la radicalizzazione degli stessi. Secondo il rapporto ufficiale pubblicato da Focus tedesco, Aidoudi ha sempre avuto relazioni “di vasta portata” con reti salafite e jihadiste fuori dai confini europei.

Ad aprile 2017 il tribunale di Münster ha stabilito che Aidoudi sarebbe andato incontro a “torture e trattamenti inumani” se fosse tornato in Tunisia, per questo in Germania ci è rimasto. A distanza di un anno, ad aprile 2018, però, la presenza di Aidoudi in Germania ha scatenato l'indignazione pubblica quando è emerso che aveva vissuto a Bochum per più di un decennio con la moglie tedesca e i loro figli - a spese dei contribuenti – e nonostante le agenzie d'intelligence tedesche lo avessero classificato come una minaccia alla sicurezza. A sciogliere l’annosa matassa è toccato all’AfD: il partito, infatti, a giugno ha condotto un’inchiesta che ha confermato i 1.168 € di assistenza sociale e da quel momento la palla è passata definitivamente, o quasi, nelle mani delle autorità.

Ma è prima del 2012 che Sami Aidoudi finisce ufficialmente nell’occhio del ciclone. Solo allora l’ufficio del procuratore federale tedesco ha avviato la prima indagine seria sul tunisino per il sospetto che fosse membro di un'organizzazione terroristica straniera. Ma l'agenzia è stata successivamente costretta a licenziare il caso, nel maggio 2007, perché incapace di dimostrare alcun coinvolgimento. La situazione è rimasta invariata per anni. “Da allora nessuna prova sostanziale di un reato federale è stata notificata al procuratore federale”, confidò a DW un portavoce dell'ufficio del procuratore federale a Karlsruhe. Eppure, secondo il quotidiano tedesco WAZ, Aidoudi avrebbe reclutato, per anni e assolutamente indisturbato, giovani musulmani nelle moschee di Bochum per unirsi alla “guerra santa”. Il giornale lo collegava in particolare alla radicalizzazione di due membri della cellula di al Qaeda di Düsseldorf. Si tratta di Amid C. e Halil S. finiti a processo, qualche tempo più tardi, per aver pianificato un attentato in Germania ammettendo, davanti alla corte, di essere stati addestrati proprio dal nostro tunisino. C’è anche un video pubblicato dallo Spiegel che mostra il nostro uomo mentre predica secondo i dettami salafiti, mentre un altro, ancora più esplicito, è stato rimosso da YouTube.  

Qualche prova, dunque, era facilmente reperibile qua e là, eppure è toccato che arrivasse maggio del 2018 per una vera svolta al caso. Due mesi fa, infatti, la Corte costituzionale tedesca stabiliva che un'altra jihadista tunisina - identificata solo come “la trentasettenne Heikel S., accusata di coinvolgimento nell'attacco jihadista del marzo 2015 al museo del Bardo a Tunisi” – potrà essere rimpatriata. Il ministro dell'Interno Horst Seehofer ha colto allora questa decisione come un precedente utile a trasformare, dopo anni, il caso Aidoudi in una priorità assoluta. “Il mio obiettivo è ottenerne la deportazione”, ha detto.

Il 25 giugno, Aidoudi è stato arrestato dopo che Seehofer ha ordinato alle autorità dell'immigrazione di accelerare i processi di rimpatrio. Poche settimane dopo, il 13 luglio, prima dell'alba, Aidoudi, scortato da quattro agenti di polizia federali e un medico, è stato messo su un Learjet diretto da Düsseldorf in Tunisia. Un trasferimento costato circa € 80.000 ai contribuenti e che non ha incontrato i favori di qualche magistrato, ma non per i motivi che starete immaginando. Poche ore prima del decollo, infatti, il Tribunale amministrativo di Gelsenkirchen aveva deciso di bloccare il rimpatrio, ma la decisione è stata trasmessa quando Aidoudi era già in volo. La cosa ha mandato su tutte le furie la corte, estremamente contrariata dalla decisione del ministro dell’interno, e per questo ha chiesto l’immediato trasferimento, di nuovo, in Germania. Ma questa volta ad opporsi sono state le autorità tunisine. “Le indagini, adesso, le portiamo a termine noi”, ha riferito il portavoce per l’ufficio del pubblico ministero della Tunisia, Sofiene Sliti, all'agenzia di stampa tedesca DPA.

È come se le autorità tedesche non volessero in alcun modo liberarsi dei migliori salafiti che scorrazzano tra i confini nazionali. E poco male, nella fattispecie, se il personaggio in questione è un uomo di al-Qaeda ed è stato tra i fedelissimi di Bin Laden. Il caso ha gettato nel fango la natura perversa del “sistema di rimpatri” tedesco, oltre che il sistema giudiziario politicizzato della Germania, che, appellandosi ai “diritti umani”, sta rendendo quasi impossibile espellere immigranti illegali, compresi quelli che rappresentano una evidente minaccia alla sicurezza.